domenica 28 ottobre 2012

Stato e Potenza rende omaggio a Enrico Mattei nel 50esimo anniversario della scomparsa

28 ottobre 2012

Nella giornata di sabato 27 ottobre una delegazione del movimento politico “Stato e Potenza” ha raggiunto la cittadina di Bascapé e ha reso omaggio ad Enrico Mattei nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, avvenuta in tragiche circostanze a bordo del suo velivolo. Integerrimo uomo di Stato e inossidabile dirigente pubblico, Enrico Mattei ha pagato con la vita la coraggiosa decisione di combattere le prepotenze delle grandi compagnie occidentali per restituire all’Italia una sua sovranità energetica ed economica e per rivoluzionare lo schema dei rapporti di forza internazionali dell’epoca, attraverso aperture all’Unione Sovietica e fondamentali riconoscimenti economici e politici ad altri Paesi in via di sviluppo.





Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

sabato 23 giugno 2012

Ultimati i test sul telescopio Spektr-R, l’occhio russo sull’universo

Non poteva esserci notizia più bella per gli appassionati della ricerca scientifica ed in particolare di quella spaziale. Dopo una settimana contraddistinta dall’euforia per il lancio di Shenzhou-9 con la prima astronauta cinese ad andare nello spazio, un evento che ha ulteriormente dimostrato al mondo la caratura scientifico-tecnico raggiunta dal Drago cinese, un altro splendido annuncio arriva dal sito dell’agenzia spaziale russa Roscosmos.
Il più recente prodotto del multipolarismo della tecnoscienza è infatti il telescopio russo Spektr-R, il più grande mai lanciato nello spazio, finalmente in procinto di terminare i test per la sua messa a punto definitiva.
Lanciato dalle steppe del Kazakistan nel Luglio del 2011, il telescopio permetterà di osservare l’universo e gli angoli più remoti della galassie con una risoluzione straordinaria, mille volte più nitida di quella del telescopio americano Hubble.
Gli astrofisici di tutto il mondo stanno aspettando con trepidazione l’inizio ufficiale dell’attività di Spektr-R: il telescopio russo è stato infatti progettato per spostare i confini della conoscenza umana e cercare di dare delle risposte ai tanti misteri dell’universo e approfondire questioni come quella del vento solare, dei campi magnetici inter-planetari, delle galassie, dei quasar e altri oggetti dello spazio profondo ma anche cercare di rendere finalmente osservabili fenomeni quali la materia oscura e i buchi neri.
Con la messa in funzione di Spektr-R, potremmo trovarci alle soglie di una rivoluzione in astrofisica grazie alla straordinaria mole di informazioni che sarà in grado di fornirci.
Vladimir Bobyshkin è il padre di questo progetto e poco prima del lancio del Luglio del 2011 ebbe a dire: “Molti dicono – ci siamo noi, il nostro pianeta, il sole, la nostra galassia – ma non possiamo essere soli là fuori. Il discorso di mondi paralleli e viaggi nel tempo possono sembrare fantascienza … ma in verità ci dicono che sappiamo solo il quattro per cento sull’universo che ci circonda, e noi ci auguriamo di essere in grado di andare oltre”.
Inizialmente il lancio di Spektr-R era stato programmato per il 1991, ma la caduta dell’Unione Sovietica pose termine ai piani causando problemi finanziari al progetto facendogli subire una brusca interruzione.
Pesante 3.850 Kg, con la sua gigantesca parabola formata da 27 petali in fibra di carbonio, il radiotelescopio Spektr-R è parte di un sistema più ampio di osservazione radio, il progetto “RadioAstron”, a cui partecipa anche l’INAF (Istituto italiano di astrofisica) con le antenne di Medicina (Bologna), Noto (Siracusa) e San Basilio (Cagliari).
La Russia, finalmente tornata stabile e forte sotto la guida di Vladimir Putin, terra natale della filosofia cosmista di Konstantin Ziolkovsky , prima nazione al mondo ad aver inviato un uomo nello spazio con Yuri Gagarin, è ritornata a dare il suo fondamentale contributo all’avventura umana dell’esplorazione spaziale e alla risoluzione dei misteri dell’universo.
Bentornata Russia, le stelle sono più vicine!

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

sabato 14 aprile 2012

L’Italia al palo nell’era della “Big Science”



Io vorrei portare questo particolarmente all’attenzione dei giovani, intellettuali o scienziati: di regola, i Paesi espropriati della sovranità nazionale vengono privati del diritto al lavoro creativo, e specialmente al lavoro creativo in campo scientifico. Sono i centri di potere e le grandi potenze che finanziano il lavoro scientifico, controllano i suoi risultati e decidono della loro applicazione. Negli Stati dipendenti, i laboratori di ricerca e gli istituti scientifici non sono indipendenti ma operano in qualità di branche controllate da un centro. Le loro realizzazioni devono restare entro certi limiti, per non rischiare che esse introducano nei Paesi e nei popoli occupati un seme di ribellione o di emancipazione” (Slobodan Milosevic) (1)
Io proprio vorrei che gli uomini responsabili della cultura e dell’insegnamento ricordassero che noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso d’inferiorità che ci avevano insegnato: gli italiani sono bravi letterati, bravi poeti, bravi cantanti, bravi suonatori di chitarra, brava gente, ma non hanno la capacità della grande organizzazione industriale. Tutto ciò è falso e noi ne siamo un esempio […] abbiamo creato scuole aziendali per ingegneri, per specialisti, per operai, per tutti e dappertutto con sforzo continuo […]” (Enrico Mattei) (2)



Il termine “Big Science” (“Grande Scienza” in italiano) (3) identifica un sistema della produzione tecnico-scientifico affermatosi più di 60 anni fa durante i tumulti della seconda guerra mondiale; eppure questo fenomeno non è ancora molto conosciuto e compreso in Italia, anche se le sue realizzazioni più “fantascientifiche” hanno conquistato un posto di primo piano nell’immaginario collettivo italiano e mondiale, come nel caso del CERN di Ginevra.
“Big Science” è un termine che gode di poca familiarità nell’ambito politico italiano, anche se rimanda ad un sistema le cui realizzazioni sono strettamente correlate all’evoluzione di settori strategici fondamentali per la sicurezza nazionale, mentre il sostegno del governo rappresenta il supporto indispensabile senza il quale quei progetti non troverebbero concretizzazione; anche nel mondo imprenditoriale sembra essere poco conosciuto, pur essendo le sue scoperte scientifiche e tecniche fondamentali motori dello sviluppo e della crescita economica. Potremmo continuare ancora toccando la scarsa consapevolezza di questo fenomeno che si riscontra nei sindacati dei lavoratori, negli intellettuali e nel mondo giornalistico italiano. Solo il ristretto mondo degli scienziati, ma non sempre, è consapevole di cosa rappresenta davvero la “Big Science” e dell’importanza che è andata acquisendo nel mondo contemporaneo; forse in ambito militare c’è più coscienza, essendo la “Big Science”, strettamente legata alla “potenza” di una nazione.
Non deve però sorprendere il fatto che in Italia ci sia poca comprensione di cosa sia la “Big Science” – di quali siano i suoi presupposti politici e le sue ricadute economiche, dell’importanza che detiene nel far progredire l’organizzazione sociale e nell’elevare la formazione culturale della popolazione, della sua rilevanza per lo sviluppo dei settori strategici – dato il ruolo di “semicolonia” che contraddistingue il nostro paese dalla fine della seconda guerra mondiale, in particolare nei confronti degli Stati Uniti d’America.
Ma quando è nata la “Big Science” e che cosa è?
L’origine della “Big Science” è da rintracciare negli anni immediatamente precedenti e durante la seconda guerra mondiale. In quel periodo infatti, in particolare negli Stati Uniti ed in Germania – i paesi più progrediti tra le nazioni dell’epoca dal punto di vista scientifico e tecnico ed i più consapevoli dell’importanza che le scoperte avrebbero giocato nella determinazione delle sorti del conflitto – le esigenze di guerra imposero in modo sempre più pressante ai diversi Stati coinvolti di intervenire massicciamente per sostenere la ricerca ed indirizzarla secondo le proprie esigenze belliche; la seconda guerra mondiale viene anche denominata, a tale proposito, la “guerra dei fisici”. I casi più esemplificativi erano i centri di ricerca in Germania, a Peenemünde, e negli Stati Uniti, a Los Alamos, dove enormi progetti sostenuti dai rispettivi governi miravano a scoprire e costruire nuovi armi in grado di incidere sull’esito del conflitto. In entrambi i progetti si ritrovavano grandi investimenti governativi, un grande numero di tecnici e scienziati di discipline diverse per la prima volta riuniti gerarchicamente sotto un un’unica direzione (a Los Alamos furono circa 130.000), grandi macchine e laboratori mai visti prima.
Ma mentre il primo progetto fu ripetutamente colpito dai sabotaggi alleati e dalla progressiva incapacità della Germania di sostenerlo parallelamente al deteriorarsi delle sue posizioni in guerra, il secondo, grazie alla tranquillità garantita dalla pozione “insulare” statunitense e dal progressivo miglioramento delle sorti del conflitto mondiale per gli Stati Uniti, poté dispiegarsi senza distruzioni militari ed interruzioni dei flussi delle risorse, fino al raggiungimento finale dei suoi scopi, la produzione della prima bomba atomica; è pertanto al “Progetto Manhattan” di Los Alamos (4) a cui si fa riferimento quando si vuole indicare la prima realizzazione sensazionale della “Big Science”.
Una volta terminato il secondo conflitto mondiale, la classe politica statunitense rifiutò l’idea di abbandonare il sistema della mobilitazione della “Big Science” e bocciò l’ipotesi di tornare al sistema precedente la guerra, rimpianto da alcuni scienziati romantici ed idealisti e definito, in contrapposizione al primo, come “Small Science” (quella fatta su piccola scala, da individui o piccole equipe) (5); il governo americano anzi intensificò la sua azione sui progetti ancora esistenti e la estese ai nuovi settori d’avanguardia ed high-tech facendo quindi della “Big Science” un paradigma della propria strategia di potenza.
All’interno di questo quadro è da leggere l’operazione “Paperclip”, con cui gli Stati Uniti d’America si assicurarono i maggiori scienziati della Germania post-nazista inquadrandoli all’interno dei nuovi progetti di “Big Science” del dopoguerra, non diversamente da quanto avvenne per il “Progetto Manhattan” .
Nel ceto dirigente americano c’era la consapevolezza che il conflitto con l’Unione Sovietica era già cominciato ancor prima che finisse la guerra; per mantenere la supremazia nei settori strategici fondamentali per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della leadership acquisita con la vittoria nel secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti dovevano inevitabilmente non solo perseverare in quell’efficace sistema di produzione tecnica e scientifica che avevano inaugurato a Los Alamos, ma anche ampliarne i campi di intervento: i nuovi settori di sviluppo erano quelli dello spazio, dell’elettronica, della telematica, dell’informatica, dell’energia.
Non è pertanto un caso che il termine “Big Science” sia stato coniato intorno agli anni ’60 da un professore americano, tale Alvin M. Weinberg (6), per descrivere un sistema in pieno dispiegamento negli Stati Uniti d’America negli anni ’50 e ’60, più che in qualsiasi altra parte del mondo. La “Big Science” era l’intreccio tra il governo americano e le università più prestigiose degli Stati Uniti (come il Massachusetts Institute of Technology, la Stanford University e la University of California) tra gli enormi fondi pubblici e le imprese private, tra le strutture militari e i centri di ricerca, tra i politici e gli scienziati, tra le agenzie di intelligence e i giovani dottorandi, dando vita a progetti miliardari nella ricerca di nuove tecniche e scoperte scientifiche, con enormi ricadute in campo militare e nella vita economica (hard power) e per il prestigio internazionale statunitense (soft power).
Questo sistema “interno” della “Big Science”, si muoveva parallelamente all’azione “esterna”, coordinata dalle agenzie di intelligence, volta all’indebolimento e alla distruzione, con le buone o con le cattive, dei tentativi delle nazioni competitrici che tentavano di sviluppare in autonomia i propri settori strategici, veicolo della sovranità politica.
Questo sistema di “Big Science” ha come prerequisito, nel caso degli Stati Uniti, la ferma volontà politica della classe dirigente americana di mantenere la leadership mondiale e la superiorità economica, militare, scientifica e tecnologica e, per le altre nazioni inseguitrici, presuppone la ferrea volontà delle rispettivi classi dirigenti di avviare un percorso di sviluppo economico e sovranità/potenza politica; essendo ormai dimostrato come il metodo della “Big Science” sia la modalità operativa più efficace per ottenere la potenza militare, quella economica, lo sviluppo e la crescita. E’ un sistema che si è infatti empiricamente rivelato fruttuoso dato che ancor oggi, dopo 60 anni, pur con l’inevitabile presentarsi sull’arena mondiale di nuovi competitori dopo il collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti mantengono una posizione di leadership politico-militare e sono costantemente all’avanguardia nei settori di punta e high-tech e primi nella produzione scientifica mondiale. Le de-localizzazioni degli anni ’80 e ’90 non hanno di certo riguardato i settori di alta tecnologia ed il liberismo repubblicano non ha mai messo in discussione i pilastri della “Big Science”. Pur avendo oggi un altissimo debito pubblico (15.000 miliardi di dollari pari a più del 100% del PIL), il governo americano, democratico o repubblicano che sia, continua infatti a fare investimenti di centinaia di miliardi di dollari all’anno nei settori della difesa, dello spazio, dell’energia, delle telecomunicazioni, dell’elettronica, delle nanotecnologie, della robotica e delle biotecnologie, sostenendo la R&S in centinaia di imprese. Le grandi industrie americane che operano nei settori strategici e che sulla carta si presentano come private, sono per lo più tutte indirettamente sostenute dal governo americano; la maggior parte delle tanto decantate “startup” statunitensi – come quelle mitizzate della Silicon Valley (7) – nascono come gemmazione esterna dei grandi progetti governativi/universitari a sfondo militare; una volta conquistato il monopolio sul mercato, l’aiuto statale può progressivamente venire meno e diventare marginale anche se non terminano di certo i rapporti di mutua collaborazione.
La crisi del debito che oggi attanaglia anche gli Stati Uniti d’America non mette pertanto in discussione, per futili motivi di ragioneria e rigore finanziario, il sistema della “Big Science”- può al massimo solo imporre una maggiore attenzione alla ripartizione dei fondi ai diversi progetti senza intaccare le fondamenta del sistema – proprio perché la “Big Science” è riconosciuta come l’unica vera leva della potenza e della supremazia della nazione, e la potenza non si sacrifica per il pareggio di bilancio; i dirigenti statunitensi continuano ad essere in primis “politici” che si fanno le ossa dai “realisti” del Council on Foreign Relations, non come i “nostri” “tecnici” allevati alla Bocconi, la succursale di Harvard, vere e proprio scuole di indottrinamento ideologico.
Questa lezione sull’importanza della “Big Science” non è stata fatta propria dall’ Italia, ma non c’è nulla di cui sorprendersi: nello stato di “semicolonia” in cui ci siamo ritrovati fin dalla fine della seconda guerra mondiale, non è stato possibile realizzare un sistema politico-sociale imperniato sui binari della “Big Science”, a causa della mancanza di volontà politica da parte di una classe dirigente subordinata a Washington. In tutto il dopoguerra, la nascita di industrie di Stato attive nei settori strategici e di punta non solo non è mai stata incoraggiata dal governo italiano, se non apertamente ostacolata e soffocata, – vedi le vicende di Enrico Mattei (energia), Felice Ippolito (nucleare) e Domenico Marotta (chimica)- ma anzi si è cercato di spegnere i tentativi autonomi di sviluppo nei settori high tech da parte dell’imprenditoria privata: rimane esemplare a tal proposito la storia di Adriano Olivetti e della sua omonima industria elettronica.
I numerosi casi di eccellenza e di “Small Science” presenti in Italia, hanno finito quasi tutti per trovare un loro collocamento pratico negli Stati Uniti (portandosi dietro i brevetti, le invenzioni e le scoperte), naturalmente calamitati verso il centro dell’impero dall’azione egemonica del “brain drain” (un’operazione “Paperclip” zuccherata).
Le partecipazioni statali dell’IRI anche se si limitavano per lo più ad industrie attive nei settori intermedi e raramente di alta tecnologia, avevano permesso all’Italia di diventare alla fine degli anni ’80 la settima potenza mondiale e avevano contribuito anche a dar vita ad alcune eccellenze nei campi high-tech, come in quello delle telecomunicazioni, basti pensare alla SIP della metà degli anni ’80- inizio ‘90. Quelle partecipate dall’IRI erano imprese di grandi dimensioni, capaci di sostenere i mercati mondiali; quelle partecipazioni statali erano lo strumento indispensabile per investimenti di lungo periodo in R&S, in settori che per loro natura avevano bisogno di progettualità d’investimento a lungo termine e che si trovavano a competere con giganti stranieri a loro volta sostenuti dai rispettivi governi.
Purtroppo sappiamo cosa hanno combinato i “tecnici” degli anni ’90, infervorati dai dettami del “Washington Consensus”, i cui dogmi erano proprio gli Stati Uniti a non rispettare in casa propria, come abbiamo visto precedentemente, perchè la “Big Science” è tutto tranne che liberismo economico. In verità si è trattato, con le privatizzazioni degli anni ’90, di una svendita a basso prezzo di gioielli aziendali costruiti da decenni di lavoro italiano il cui risultato pratico è stata la distruzione di interi comparti industriali.
Dopo la parentesi berlusconiana, i tecnici di scuola “anglosassone” all’opera con il governo Monti, con la loro visione economicista e liberista della politica, sono la più grande disgrazia che potesse toccare all’Italia: sanno tutto di “spread” e di “deficit”, ma non hanno mai sentito parlare di cosa sia la “Big Science”, di settori strategici e ad alta tecnologia, delle interconnessioni dello sviluppo economico con la potenza militare e la sovranità politica, di terza e quarta rivoluzione industriale; o forse lo sanno e stanno semplicemente mentendo ed agendo per conto terzi per dare il “colpo del ko” all’Italia.
La loro politica da tecnici e da ragionieri, ha una visuale a breve se non brevissimo termine che costa carissimo alla nazione, e si colloca agli antipodi rispetto ad una politica saldamente incentrata sulla “Big Science”.
Il risultato pratico del “governo dei tecnici” – il cui nome “tecnico” è un insulto per le migliaia di veri tecnici ed operai che a causa delle politiche di questo governo, stanno perdendo il posto di lavoro – oltre a quello di impoverire moltissimi strati della popolazione italiana, sarà quello di affossare o di rendere “innocue” le ultime grandi aziende a partecipazione pubblica come ENI, ENEL e FINMECCANICA, le uniche su cui si potrebbe costruire, in sinergia con le migliori forze del mondo universitario e dell’esercito, una politica di “Big Science”, una politica “di ribellione ed emancipazione”.
Non sorprende che per il “governo dei tecnici” di Monti uno dei motori dello sviluppo economico per il futuro dell’Italia sia rappresentato dal turismo, addirittura definito “strategico” (8), con previsioni secondo le quali verrà ad occupare circa il 20% del PIL nei prossimi 10 anni! E’ questo lo scenario di una nazione che si trasforma in bordello turistico priva di grandi industrie e capacità tecnico-scientifiche.
Se così continuano a andare le cose, nei prossimi anni non solo non avremo mai la “Big”, ma neanche la “Small Science”; saremo un paese socialmente e culturalmente arretrato, una nazione al completo servizio della potenza egemone a stelle e strisce, soffocati dal peggiore americanismo d’asporto ed ostaggio delle sempre riemergenti superstizioni antiscientifiche.
Un futuro medievale.
Un futuro da “bravi letterati, bravi poeti, bravi cantanti, bravi suonatori di chitarra, brava gente”… e bravi soldatini dello Zio Sam.

Michele Franceschelli

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

mercoledì 22 febbraio 2012

Il vicolo cieco del sindacalismo italiano

I sindacati italiani dei lavoratori si fanno sovente assorbire nelle dispute dei partiti, diventando ormai una componente imprescindibile del teatrino parlamentare romano che contraddistingue l’odierna “Italian Republic”, dov’è fondamentalmente il partito anglo-statunitense ad essere rappresentato, pur nelle sue diverse correnti di “destra” e di “sinistra”. La maggior parte delle forze dei sindacati vengono spese in questo teatrino dove l’unica finalità è in realtà la difesa dell’assetto di potere del quale fanno parte in combutta con il proprio partito atlantico di riferimento, rispondendo in primis alla loro agenda politica piuttosto che all’agenda dei lavoratori, le cui rivendicazioni vengono barattate o sterilizzate; fa parte del gioco mettere ogni tanto in scena grandi rappresentazioni teatrali di lotta di piazza per preservare l’immagine di un’organizzazione dedita alla difesa del lavoro, anche se si concentra l’attenzione su aspetti del tutto marginali e mediatici e dai risultati molto spesso effimeri per i lavoratori.
Il problema non sta nel fatto che i sindacati italiani abbiano un rapporto con una forza politica; il nodo centrale è vedere a quale forza politica si decide di ancorare la lotta sindacale. In astratto è infatti giusto che le organizzazioni dei lavoratori integrino la loro lotta sindacale in una battaglia politica, perché altrimenti la loro azione si riduce a puro e semplice “tradeunionismo” – per l’aumento del salario, per la sicurezza del posto di lavoro, per le ore di lavoro giornaliere, etc.- una visione esclusivamente economicista che, per quanto sacrosanta e legittima, finisce per ignorare la dimensione del combattimento, ben più efficace e profonda, che si gioca sul piano della politica e che, alla lunga, ha le maggiori ricadute proprio sul lavoro. Il “tradeunionismo” è sovente miope, dai risultanti momentanei e facilmente strumentalizzabile dalle forze politiche che si muovono su ben altri e decisivi livelli e con ben altri strumenti a disposizione.
Oggi in Italia i sindacati vanno a rimorchio dei partiti parlamentari italiani i quali, nell’attuale congiuntura storica, sono l’espressione degli interessi della grande finanza bancaria e dell’industria parassitaria italiana (“GFID”, Grande Finanza ed Industria Decotta, per usare l’acronimo inventato da Gianfranco La Grassa), fortemente legati ai centri economici di Washington e Londra, e pertanto i sindacati sono vincolati ad una logica quasi esclusivamente economicista, ripiegata su sé stessa; quando – raramente – cercano di allargare il loro orizzonte, sono assoggettati alle parole d’ordine e gli schemi dei partiti italiani atlantizzati a cui sono subordinati.
I sindacati italiani sono costretti a muoversi in questo modo puramente economicista: ampliare l’orizzonte della lotta sindacale fornendo ai lavoratori strumenti per la comprensione della politica mondiale, dei rapporti internazionali, della geoeconomia e le loro ripercussioni sul tessuto produttivo ed industriale italiano, sui livelli occupazionali, sulla tipologia e la qualità del lavoro e le stesse garanzie contrattuali e sociali, svelerebbe automaticamente la reale funzione distruttrice del sistema industriale e dello Stato sociale svolta da quegli stessi partiti atlantici da cui i sindacati dipendono strutturalmente. E’ perciò vitale per i sindacati non fare comprendere ai lavoratori come la sudditanza italiana ai centri politico-militari e finanziari di Washington e Londra, in un contesto continentale ancora caotico e condizionato da quegli stessi centri, sia la principale causa del progressivo disfacimento socio-industriale del paese e del predominio del liberismo politico ed economico, con tutte le conseguenze devastanti sul piano sociale che vediamo attualmente in fase di dispiegamento avanzato; spiegare ciò equivarrebbe ad un suicidio per chi è alle dirette dipendenze di una ceto politico subordinato agli anglostatunitensi. All’Italia viene imposto un riassetto economico in cui rimarranno solo pochi settori industriali a bassa tecnologia con esigenze di manodopera poco qualificata, precaria e a basso costo, con abbondante impiego di manovalanza immigrata per abbassare ulteriormente i salari, un futuro in cui il PIL italiano sarà fatto di turismo, servizi finanziari, badanti ed artisti. I sindacati non potranno legare la lotta sindacale alla lotta contro la partecipazione dell’Italia alla NATO, perchè anche qui, se lo facessero, andrebbero ad urtare i reali padroni dei loro padroni, perché farebbero comprendere ai lavorativi come l’impossibilità dell’Italia di smarcarsi dalle linee strategiche della NATO, come chiusa in una camicia di forza, non le consentano di attuare solide politiche di cooperazione economica coi paesi BRICS, una collaborazione che rappresenta la leva fondamentale per la crescita e lo sviluppo, date le enormi potenzialità di quei paesi. E quale futuro del lavoro ci potrà mai essere per un paese a cui è impedito di stringere rapporti politico-economici duraturi con le nazioni dei BRICS e la cui scelta politica è di andare ad elemosinare denaro dagli usurai della City e di Wall Strett, promettendogli in cambio di svendergli il residuo patrimonio industriale del paese?
I sindacati italiani si trovano pertanto nel vicolo cieco del “tradeunionismo” e quando cercano di andare oltre, fanno da rincalzo all’atlantismo, ma così facendo tradiscono la loro missione costitutiva: oggi infatti, la difesa del lavoro italiano – del Lavoro con la “l” maiuscola, quello produttivo ed agricolo, quello che realizza beni, nuove invenzioni e tecniche d’avanguardia, che si basa sul rigore della ricerca scientifica e la dura qualificazione professionale, che crea sviluppo ed avanzamento sociale al passo con il progresso della tecnoscienza, che fa esportazioni e ha alto valore aggiunto – passa attraverso un ri-orientamento politico e quindi economico dell’Italia in senso sovranista ed euroasiatista[1], in particolare, tra i paesi BRICS, verso Russia e Cina.
Questo è l’orientamento politico che, qual’ora ci fossero ancora delle forze vitali all’interno del sindacalismo italiano, non sclerotizzate dal mito della classe operaia e dall’economicismo, non depotenziate dall’ideologia dei diritti dell’uomo e dall’occidentalismo, dovrebbero fare proprio, facendo in modo che connoti sempre di più le loro lotte – integrandole in questo obiettivo politico – se vogliono dare una prospettiva di vita al Lavoro, nei prossimi anni, all’Italia.

Michele Franceschelli

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

domenica 1 gennaio 2012

Repertorio fotografico


Alcune foto e commenti vari originariamente pubblicati sul mio profilo facebook (cancellato da più di un anno). 






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“La diffusione dell’umanità sul pianeta è stata accompagnata dalla creazione di nuovi (artificiali) organi e rivestimenti. Lo scopo dell’umanità è di cambiare tutto ciò che è naturale, un dono gratuito della natura, in quello che viene creato dal lavoro. Lo spazio esterno, l’espansione al di là dei limiti del pianeta, richiede appunto un tale cambiamento radicale. (…) Tutto lo spazio celeste ed i pianeti diventeranno accessibili all’uomo solo quando sarà in grado di ricreare sè stesso dalle sostanze primordiali, dagli atomi e dalle molecole, perché solo allora sarà in grado di vivere in qualsiasi ambiente, assumere qualsiasi forma e visitare tutte le generazioni in tutti i mondi, dal più antico al più recente, il più remoto e il più vicino. (…) La grande prova di coraggio che sta innanzi all’umanità richiede le più alte virtù marziali come l’audacia e il sacrificio di sé, escludendo però ciò che è più orribile in guerra – l’uccisione di altre persone. Il destino della Terra ci convince che l’attività umana non può essere circoscritta dai limiti del pianeta”. Nikolaj Fjodorovich Fjodorov

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"Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo" Giordano Bruno

Ennio Morricone - "Giordano Bruno"
https://www.youtube.com/watch?v=q1V9aWh_BWM

Giordano Bruno: omaggio ad uno spirito prometeico
https://www.youtube.com/watch?v=jMR-s1HLZ90

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“La terra, dipartimentalizzata, non basta più per l’evocazione di un mito avventuroso. E’ il miscuglio detonante costituito dall’alta tecnologia e al tempo stesso dalla conquista spaziale che forma oggi la riserva operativa di immagine mitiche. Non ne costituisce, evidentemente, la sola riserva, ma rappresenta almeno la chiave di volta di un insieme di mitemi, tra cui la tecnica “terrestre” – dell’infinitesimamente piccolo, del cyberspazio, dell’occupazione e sfruttamento del fondo oceanico e delle profondità del mantello planetario – così come le “guerre di liberazione” (militari, culturali, ect.) mantengono a loro volta tutta la loro importanza.


In questa prospettiva, il cinema, lo sport americanizzato, l’elettronica, l’hi-tech possono essere interpretati sotto un angolo radicalmente nuovo: devono vedersi riappropriati da parte della cultura europea, deneutralizzati, reintrodotti nella sfera di culture dirompenti, ricomprese come mezzo di autoaffermazione. Una neocultura moderna, futurista ed europea può soltanto avere la natura di cultura di lotta. Solo attorno ad essa può organizzarsi una nuova dinamica storica e politica.”

G. Faye, Divenire 3

Il grande e prometeico progetto del Cern di Ginevra, con l’LHC, sta lì a dimostrare quali potenzialità avrebbe un’Europa che lavora insieme per un grande progetto scientifico (e di potenza)
http://www.statopotenza.eu/18485/18485

https://www.youtube.com/watch?v=aS1THndozrc&list=FLgOfVLtnCQro&index=30

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"Saremo Cyborg!" Riccardo Campa

"Umanizzazione dell'acciaio e metallizzazione della carne nell'uomo moltiplicato. Corpo motore alle diverse parti intercambiabili e rimpiazzabili. Immortalità dell'uomo!" 

Marinetti











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« La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. » GG

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«La più piena e profonda assimilazione del concetto di dovere è necessaria per non cadere nell’afflizione e perdere la speranza, per restare sempre fedeli a Dio e agli antenati, perché l’umanità dovrà superare delle difficoltà di tale portata che terrorizzerebbero anche le immaginazioni più temerarie. Solo un lavoro duro e prolungato ci purificherà nel compimento del nostro dovere, portandoci alla resurrezione e alla comunione con la Trinità dell’Essere, mentre noi rimaniamo, come Lui, persone immortali e indipendenti, capaci di sentire e consapevoli della nostra unità. Solo allora avremo la prova definitiva dell’esistenza di Dio e saremo faccia a faccia con Lui». Nikolaj Fjodorovich Fjodorov


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“La diffusione dell’umanità sul pianeta è stata accompagnata dalla creazione di nuovi (artificiali) organi e rivestimenti. Lo scopo dell’umanità è di cambiare tutto ciò che è naturale, un dono gratuito della natura, in quello che viene creato dal lavoro. Lo spazio esterno, l’espansione al di là dei limiti del pianeta, richiede appunto un tale cambiamento radicale. (…) Tutto lo spazio celeste ed i pianeti diventeranno accessibili all’uomo solo quando sarà in grado di ricreare sè stesso dalle sostanze primordiali, dagli atomi e dalle molecole, perché solo allora sarà in grado di vivere in qualsiasi ambiente, assumere qualsiasi forma e visitare tutte le generazioni in tutti i mondi, dal più antico al più recente, il più remoto e il più vicino. (…) La grande prova di coraggio che sta innanzi all’umanità richiede le più alte virtù marziali come l’audacia e il sacrificio di sé, escludendo però ciò che è più orribile in guerra – l’uccisione di altre persone. Il destino della Terra ci convince che l’attività umana non può essere circoscritta dai limiti del pianeta”. Nikolaj Fjodorovich Fjodorov

L’ultimo confine della Conoscenza è ancora al di là di ogni orizzonte umano. E se l’orgoglio ci fa continuare la marcia, il senso estetico ci fa sperare che la marcia non trovi mai l’ultima mèta: poiché un mondo senza enigmi sarebbe un mondo senza sfide.

E se altri tremano alle sfide della conoscenza, noi dichiariamo di amarle. E le accettiamo. Tutte.

Sergio Gozzoli, "L'Uomo Libero"

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Qui è la chiave: il DNA

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In Thiriart, noi troviamo incontestabilmente un'idea dello Stato, di alta politica (l'Europa unitaria: cfr. "L'Europa: un esercito di 400 milioni di uomini") ed una weltanschauung, una visione del mondo (il comunitarismo nazional-europeo) che si situa nettamente in seno alla scuola neo-machiavellica


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Il figlio dell’orgoglio

L’orda di ominidi errava, compatta contro il vento sferzante.
La brughiera era ignuda, ispida solo
di radi cespugli contorti e di gelidi sassi.

Non frutti, né bacche, né prede per tutto il ruotar dello sguardo.



I maschi marciavano avanti, l’inutile pietra stretta nel pugno,

e le femmine dietro coi piccoli al collo o per mano.

Ancora più dietro, a distanza, 
un a uno si sperdevano i vecchi:
isolati, si lasciavan cadere, e chiudevano gli occhi;
mentre avanti, il branco procedeva incurante.

In mezzo a tutti, UNO SOLLO
si volgeva ogni tanto
A RIGUARDARE I CADUTI:
e un breve tremore scuoteva la pietra
ch’egli portava incassata su un’asta.

Come l’arma, anche lui era diverso dal resto del branco.
Quando era nato, gli anziani 
l’avevan scrutato scuotendo la testa:
in quel piccolo essere, la natura dei padri pareva MUTATA.
Aveva una fronte più ampia,
un naso marcato e sottile,
e più agili membra.
A nessuno piaceva. Ma l’avevan tenuto,
giacchè non era – in quel branco – il primo “diverso”:
da qualche tempo accadeva, che esseri strani 
- più snelli più alti più dritti –
nascessero, a volte, a una femmina o all’altra.
I primi li avevan uccisi.
Ma dopo, curiosi, lasciarono crescere gli altri.
Non davano noia. Obbedivan gli anziani,
e imparavano tutto. Eran forti e veloci,
e quando era il tempo, cacciavan con gli altri,
correndo e uccidendo. No, non davan noia.
Forse, parlavano troppo, stavan troppo tra loro, e 
- quello ch’era più strano – prima di fare alcunché 
si fermavano assorti, come a guardare lontano, 
e a cercare qualcosa dentro di sé.
Qualcosa DENTRO LA TESTA.

Ma QUESTO era ancor più diverso, e , crescendo,
sempre più strano.
Sì, lavorava le pietre,
ma anche le ossa. E spesso sostava, a osservare 
il palpitar delle stelle, i cangianti crepuscoli, i monti lontani,
con quel suo balenìo nello sguardo…
E poi a lungo, assorto, ristava: a cercare
qualcosa DENTRO LA TESTA.

Ora, aveva fissato il suo sasso alla punta di un lungo bastone,
e camminava fra i primi.
Come gli altri era stanco, e affamato.
Avevano errato per giorni, nella morsa d’un inverno inatteso
che aveva spogliato la terra e fugato le prede.
Ma la mèta era prossima, ormai:
sentiva che l’orda, guidata da istinto sicuro,
avrebbe trovato il suo cibo.
Di là dal gran fiume – per l’unico guado
già altra volta percorso – DOVEVANO stare le renne.
E stava la VITA.

Già il crosciar delle acque giungeva all’orecchio, già
alcuni, sul vento, fiutavan l’afrore delle bestie vicine.
E parlavan di carne, e di fuoco, e riposo,
con brevi parole schioccanti di suoni aspri e duri.
Tozzi e forti, un poco piegati in avanti
sui colli brevi e le gambe ricurve,
marciavan ore leggeri, pregustando la preda.
E l’allegrezza correva per l’orda.

Ma ecco – ad un tratto – la marcia si arresta:
da dietro le rocce che fiancheggiano il fiume
una moltitudine d’ombre è uscita a minaccia.
E’ un’altra orda, PIU' FITTA DI MASCHI, 
che sta – PADRONA – sul guado.
E digrignano i denti, e fremono d’odio e di forza,
già caldi di cibo e pronti alla lotta.

L’intero branco, tremò; e lentamente
- prima le femmine, poi tutti gli altri – 
RIMOSSE ALL’INDIETRO.
Verso la fame. Verso un’ineluttabile morte.
Ma non v’era altra scelta, poiché sapevano QUELLA esser la Legge,
da lunghi millenni pre-scritta alla specie
nell’istinto profondo:
“Di là NON SI DEVE passare,
dove la terra è occupata da un più forte padrone”.
Questo sapeva anche il lupo, e la jena,
e il fortissimo orso.
Così, a capo chino, partirono: senza voltarsi più indietro.

Ma il giovane maschio restò, dall’asta puntuta di pietra.
E con lui pochi altri: i “diversi”. E le femmine simili a loro.
Si strinsero in cerchio all’intorno di lui, ascoltandolo attenti:
“Bisogna buttarsi. Passare. Poi correre senza voltarsi.
Fino alle bestie. Fino al cibo, alla vita.
Quelli son tanti, ma sparsi. E non molto veloci.
Solo, bisogna stare vicini. E correndo, gridare:
SPAVENTARE il nemico. IO, primo”. 
E si voltò verso il fiume, soppesando la lancia. 

Così, li rivide: innumerevoli, e orrendi,
le rosse fauci fumanti nel gelido vento invernale,
lo osservavan ghignando di gioia non repressa.
Allora, EBBE PAURA. E l’idea di una morte per fame,
o per freddo, gli appariva adesso più dolce.

Ma un istinto – di colpo – lo scosse,
che lo fece più alto e più dritto.
Qualcosa nel petto, fra il cuore e la gola:
PROVAVA VERGOGNA
DI AVERE PAURA.

Guardò verso L'ALTO, strinse forte la lancia,
e rise d’orgoglio.
Ora, giocondi pensieri di guerra gli gonfiavano il giovane petto.
Gettò un urlo immane,
alzando la lancia,
e balzò verso il guado.

Attonita, l’orda si aprì. Cadde il vento.
Anche il fiume taceva. E tutte le cose ristettero, immote,
COME A PAGARE RISPETTO. 

Perché – QUELLO – era l’UOMO.

Sergio Gozzoli, da “Le radici e il seme”


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"Tra molto tempo – per esempio tra diecimila anni – non c'è dubbio che la scoperta delle equazioni di Maxwell sarà giudicato l'evento più significativo del XIX secolo. La guerra civile americana apparirà insignificante e provinciale se paragonata a questo importante evento scientifico della medesima decade".[1] (da Lectures on Physics, vol. II)

Richard Feynman

https://www.youtube.com/watch?v=A7b_YCVc-tE



***



In realtà, noi filosofi e "spiriti liberi", alla notizia che "il vecchio Dio è morto", ci sentiamo come illuminati dai raggi di una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di presagio, d'attesa – finalmente l'orizzonte torna ad apparirci libero, anche ammettendo che non è sereno, finalmente possiamo di nuovo sciogliere le vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio dell'uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi è ancora mai stato un mare così "aperto"

F. Nietzche

http://www.youtube.com/watch?v=B7iK_fvkWKU

http://www.youtube.com/watch?v=3ufEeAamQoE.


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"Il valore ha bisogno innanzitutto di forza, quindi di un’arma. Che l’Anello sia la vostra arma, se ha tutti i poteri che gli attribuite. Prendetelo, e partite verso la vittoria!”

L’ultimo confine della Conoscenza è ancora al di là di ogni orizzonte umano. E se l’orgoglio ci fa continuare la marcia, il senso estetico ci fa sperare che la marcia non trovi mai l’ultima mèta: poiché un mondo senza enigmi sarebbe un mondo senza sfide.



E se altri tremano alle sfide della conoscenza, noi dichiariamo di amarle. E le accettiamo. Tutte.



Sergio Gozzoli, "L'Uomo Libero"




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"La nostra immaginazione è tesa al massimo; non, come nelle storie fantastiche, per immaginare cose che in realtà non esistono, ma proprio per comprendere ciò che davvero esiste."

Richard Feynman

https://www.youtube.com/watch?v=5Ex__M-OwSA

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"Non nuoce al mistero il saperne qualcosa. Perché la realtà è tanto più meravigliosa di quanto artista alcuno del passato immaginasse! Perché i poeti del presente non ne parlano? Che uomini sono i poeti che parlerebbero di Giove se fosse simile a un uomo, ma se egli è un'immensa sfera ruotante di metano e di ammoniaca restano in silenzio? (da La Fisica di Feynman, vol. I-1, cap. 3-4, 1994, p. 3-9)"

Richard Feynman

https://www.youtube.com/watch?v=5Ex__M-OwSA


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Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odii. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l'illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell'Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c'è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.

La Terra è l'unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c'è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora.

Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l'astronomia è un'esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto." Carl Sagan (da Pale Blue Dot)




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Il sole, la nostra stella sta morendo... 

...

Se una mattina vi sveglierete e noterete una giornata particolarmente bella, allora significa che ce l' avremo fatta. (Capa)










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«Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine,
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura».



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« La Terra è la culla dell'umanità, ma non si può vivere nella culla per sempre". »
Konstantin Ziolkovsky

http://www.statopotenza.eu/7279/suggestioni-per-il-nuovo-millennio-il-cosmismo-russo-questo-sconosciuto

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Some celestial event. No - no words. No words to describe it. Poetry! They should've sent a poet. So beautiful. So beautiful... I had no idea.

http://www.youtube.com/watch?v=W-iaY7Cako0&list=FLgOfVLtnCQro&index=15


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“Our country has been fated to become a great cosmic power from the very inception of its statehood. This has been predetermined by the national character of the Russian people, used to thinking in global categories and ready to sacrifice the everyday for an idea. ‘Russian cosmos’ is thus tantamount not solely to the global importance of the country’s space research and industry. It is the question of Russian identity, a synonym of the Russian world. Therefore Russia cannot live without space, cannot dampen its dreams of conquering the unknown that so beckons the Russian soul”. Dmitry Rogozin, “Русский космос “, su Российская газета, il 11.04.2014

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“Unlike the adaptors, who learn the point of cooperation fairly early on, manipulators battle on. And, once all lesser species have been overcome, they are so competitive and predatory that they are compelled to turn in on themselves. This nearly always evolves into tribal competition in one form or another and becomes more and more destructive – exactly like your own history. However this competition is vital to promote the leap from biological to technological evolution. You need an arms race in order to make progress.” http://turingchurch.com/2012/07/03/ragged-trousered-philosopher-great-stories-on-god-and-resurrection/

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eroismo cyborg il futuro degli eroi

https://www.youtube.com/watch?v=Rvqm_1NhgR4


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In realtà, noi filosofi e "spiriti liberi", alla notizia che "il vecchio Dio è morto", ci sentiamo come illuminati dai raggi di una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di presagio, d'attesa – finalmente l'orizzonte torna ad apparirci libero, anche ammettendo che non è sereno, finalmente possiamo di nuovo sciogliere le vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio dell'uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi è ancora mai stato un mare così "aperto"

F. Nietzche

http://www.youtube.com/watch?v=B7iK_fvkWKU

http://www.youtube.com/watch?v=3ufEeAamQoE.

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"Al momento crediamo che l’unica chiave per la liberazione e l’unificazione della Grande-Europa provenga dalla Russia. Noi vediamo la Russia come il “Piemonte d’Europa”. Voi siete italiani. Sapete del ruolo che ha giocato il regno del Piemonte-Sardegna nel processo d’unificazione italiana, nel Risorgimento. Noi sogniamo un “Risorgimento grande-europeo”.

MOSCA, PIEMONTE DELLA GRANDE-EUROPA? 
Nei primi anni ’80, con Jean Thiriart, abbiamo lanciato la “Scuola Euro-sovietica”, che auspicava l’unificazione – contro gli Stati Uniti e la NATO – della Grande-Europa dall’est all’ovest, l’URSS divenendo il Piemonte di un “Impero Euro-sovietico”, una teoria che da allora ha fatto molta strada ad est.

Il nostro supporto a Mosca, Piemonte dell’Altra Europa, è l’adattamento di questa tesi fondamentale alle condizioni geopolitiche del nuovo secolo. La Russia di oggi, come in passato lo era l’URSS, è l’unica potenza europea veramente indipendente da Washington, la sola ad avere una politica indipendente, veramente eurasiatica e non atlantista. " Luc Michel



La vera Europa è con Putin, senza se e senza ma.


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Non è solo una questione geopolitica: la storia e l'anima di questo popolo custodiscono qualcosa di unico e sovrumano, d'ispirazione per la vera Europa. “Nulla salus extra Russia!”

“Our country has been fated to become a great cosmic power from the very inception of its statehood. This has been predetermined by the national character of the Russian people, used to thinking in global categories and ready to sacrifice the everyday for an idea. ‘Russian cosmos’ is thus tantamount not solely to the global importance of the country’s space research and industry. It is the question of Russian identity, a synonym of the Russian world. Therefore Russia cannot live without space, cannot dampen its dreams of conquering the unknown that so beckons the Russian soul”. Dmitry Rogozin, “Русский космос “, su Российская газета, il 11.04.2014


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"La religione è la preghiera universale di tutti i viventi di fronte alla sofferenza e alla morte, una preghiera per il ritorno alla vita di tutti i defunti. Il Cristo sofferente e risorto è il prototipo di tutti i figli dell’uomo". Nikolaj Fjodorovich Fjodorov

http://www.statopotenza.eu/7279/suggestioni-per-il-nuovo-millennio-il-cosmismo-russo-questo-sconosciuto


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COME SERGIO LEONE 
Da diversi anni ho improntato l’azione politico-culturale allo scopo prioritario di ridare dignità all’Italia e al continente liberandolo dal giogo statunitense, spiegandone le ragioni in diversi articoli e analisi. Questo però non ha fatto e non farà mai di me un fanatico anti-americano. In primis perché sono cresciuto nel pieno degli anni ’90 col mito dell’America, dei suoi film, delle sue città, dei suoi grattacieli, della Statua della Libertà. In secundis perché è solo la Ruota della Storia, che continua e continuerà a girare, che ha trasformato gli Stati Uniti d’America da periferica entità rivoluzionaria - faro della Libertà e del Diritto anche per i nostri Mazzini e Garibaldi - a Impero inevitabilmente vincolato a logiche liberticide e di potenza comuni a tutti gli Imperi della storia. Infine perché gli USA, proprio perché sono il centro dell’Impero, rimangono all’avanguardia e punto di riferimento per i progressi nella scienza e nella tecnica cui ho sempre attribuito un ruolo fondamentale nel generale progresso umano. Ai patrioti italiani tocca quindi il compito vitale di riconquistare la libertà dall’odierno Impero USA e ridare dignità alla nostra nazione senza però raccontare e raccontarsi favole su presunti paradisi perduti o eurasiatici o scadendo in un fanatismo anti-americano che sarebbe solo controproducente a questa stessa lotta portando all’isolamento, all’insignificanza politica e a lidi anti-occidentali di stampo reazionario, passando dalla padella alla brace. Sergio Leone fece grande il cinema italiano, sfidò l’egemonia di Hollywood, eppure i suoi film si fondavano anche su suggestioni dell’immaginario statunitense debitamente italianizzati, cioè riempiti di italico contenuto. Il patrimonio storico-culturale italiano a cui noi patrioti possiamo attingere è immenso (dalla Res pubblica romana alle eroiche lotte risorgimentali) ma oggi possiamo rifare grande la Patria italiana, sfidare il centro dell’Impero, riconquistare la libertà, facendo nostre anche le parole d’ordine della Rivoluzione americana e di alcuni dei suoi miti e traguardi tecnico-scientifici di ieri e di oggi, italianizzandoli, senza nessun sterile e controproducente fanatismo anti-americano, senza alcun timore di incongruenza o di subordinazione al “nemico”, anche perché l’America in fondo l’abbiamo fatta e scoperta noi, italiani in primis. Dobbiamo tornare a pensare in grande, ma senza nutrire più illusioni e fanatismi. Comanda la cruda realtà, la “dinamite”. Solo allora, liberi da sterili inceppi e focalizzata nell’obiettivo, la nostra azione politica potrà dispiegare le ali, diventare qualcosa di incisivo e degno di essere ricordato, come i film di Sergio.


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“Abbiamo intrapreso il nostro viaggio cosmico con un interrogativo radicato nell’infanzia della nostra specie e che ogni generazione si è sempre riproposto, con meraviglia immutata: ‘Cosa sono le stelle?’. L’esplorazione è nella nostra natura. Abbiamo cominciato come viandanti, e lo siamo ancora oggi. Abbiamo indugiato abbastanza lungo le rive dell’oceano cosmico. Siamo finalmente pronti a salpare per le stelle”. Carl Sagan (http://www.youtube.com/watch?v=0G62Rmtz7zg)

https://www.youtube.com/watch?v=5Ex__M-OwSA



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"E quando Alessandro vide l'ampiezza dei suoi domini, pianse, perchè non c'erano più mondi da conquistare". Hans Gruber


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"Solo la scienza, ed uno spirito insieme prometeico, realista e rivoluzionario ci potranno, forse, salvare. E’ anche per questo che, nell’attuale fase storica, vogliamo la sovranità dell’Italia dall’Impero USA. Per difendere i nuovi poli in ascesa del mondo e la spinta modernizzatrice in sempre più ampi strati della popolazione mondiale; per offrire, anche noi, il nostro contributo a questa decisiva, grande sfida, potendo dare un nuovo “Olivetti” della robotica e dell’intelligenza artificiale, un nuovo “Mattei” del nucleare all’idrogeno e delle nanotecnologie, un nuovo “Marotta” dell’ingegneria genetica e degli OGM, un nuovo “Ippolito” della ricerca spaziale e dei viaggi ai confini del sistema solare".

da: http://www.statopotenza.eu/18485/18485

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«La Terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere per sempre in questa culla». Konstantin Tzjolkovskij (17 settembre 1857 - 19 settembre 1935).


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