giovedì 5 dicembre 2013

La dura lezione del Datagate




Qual è il dato più importante che possiamo ricavare dallo “scandalo” Datagate? Che gli USA trattano i loro “alleati” europei come rivali e competitor commerciali, da spiare e tenere sotto stretto controllo per prevenirne le mosse indesiderate e soffiargli gli affari? No, chi non credeva alle favole lo sapeva già da anni, almeno dai tempi di Echelon. Che le nostre agenzie d’intelligence sono al 99% pappa e ciccia con gli yankee? No, risaputo anche questo da tempi immemori. Che Facebook, Google, Yahoo, Microsoft etc., lavorassero a stretto contatto con il governo USA e non fossero i paladini della libertà della rete? Banale pure questo. Qual è allora il dato più importante di tutto il Datagate che, a parte l’utilità di aver causato disturbi alle contrattazioni in corso sul Tafta e ad aver aperto gli occhi dell’opinione pubblica sul modus operandi degli “amici” americani, non sembra aver avuto ripercussioni concrete da parte di nessuno dei paesi europei?
Il dato più interessante che si può trarre dal Datagate è un altro ed è questo: c’è un divario tecnologico immenso tra le due sponde dell’Atlantico. Ma gli USA non erano in declino? Sì, ma noi siamo ancora all’età della pietra in certi settori. E’ un’opinione confermata dagli esperti e dagli addetti ai lavori. Così un ex funzionario d’intelligence in un articolo comparso su “il Giornale”: “La sostanza, il vero problema portato alla luce dal Datagate è il ‘gap tecnologico’ che mina le relazioni dell’Europa con gli alleati americani. C’è una distanza sempre maggiore tra la loro capacità d’acquisire informazioni e la nostra crescente incapacità di difenderle”. (1) Così pure un altro agente del settore in un articolo di “Panorama”: “In ambienti d’intelligence straniera non si fa mistero del fatto che tutti sapevamo di essere intercettati dagli Usa, del resto è difficile tenere testa agli americani. Per un paese finanziariamente dissestato colmare il gap tecnologico è impossibile” (2). E infine l’esperto Francesco Vitali sul “Quotidiano Nazionale”, dove afferma che il Datagate ha messo in luce “la straordinaria superiorità del paese più tecnologico, gli Usa – che doveva restare per così dire felpata, quasi nascosta, e ora invece emerge nella sua drammatica evidenza. Questo gap tecnologico non è recuperabile nell’immediato, ma solo con investimenti colossali e capacità d’indirizzo sovranazionale sui quali non scommetterei. L’Europa è comunque rimasta terribilmente indietro e dovrà presto interrogarsi sul suo ruolo, se vorrà averne uno – non da colonia – nel mondo del Big Data” (3).
Questo stato di fatto deriva dalla delega in bianco concessa negli ultimi decenni agli USA, per ragioni di subordinazione geopolitica, da quasi tutti i paesi europei – eccetto, solo in parte, la Francia – di sviluppo esclusivo di determinati settori high-tech, i più strategici e anche i più lucrosi; e gli USA continuano a difenderli con i denti (4).
Per invertire la china c’è un’unica strada, dura e faticosa, senza la quale l’Italia e l’Europa continueranno altrimenti – e “giustamente” – ad essere soggetti agli USA: ritirare la delega e sviluppare con determinazione, autonomamente, i settori high tech per intaccarne il monopolio statunitense, un’operazione di “big science” con investimenti colossali in scienza, tecnica e industria, che ha però come prerequisito indispensabile la fine della subordinazione geopolitica dei principali paesi europei da Washington.
Il recupero del gap tecnologico è un’operazione possibile solo con un sovranismo che s’incardini sui pilastri dello sviluppo scientifico e della crescita tecnologica ed industriale nei settori strategici e high tech (che, tra l’altro, sono anche i più redditizi) delle nuove tecnologie, della terza e della quarta rivoluzione industriale; per tale ragione, un sovranismo che si ammanti di serietà (altrimenti siamo alla burla) dovrebbe bandire dal suo orizzonte teorico e pratico, e trattare come complice del “nemico”, tutta quella melassa politica e intellettuale (a volte anche antistatunitense) con connotazioni neoluddite/tecnofobe/antiscientifiche/primitiviste/anti-industriali che corrode dall’interno ed è un freno a qualsiasi possibilità di riscatto nazionale e continentale.
Un sovranismo “prometeico”; altrimenti rassegniamoci ad essere spiati e, soprattutto, ad essere colonia.

Michele Franceschelli 

1) Anche i servizi italiani hanno spiato il Papa: http://www.ilgiornale.it/news/esteri/anche-i-servizi-italiani-hanno-spiato-papa-964296.html
2)Servizi segreti: è la spia che fa la differenza: http://news.panorama.it/esteri/Servizi-Segreti-Spionaggio-Cia-Italia
3)Potere Usa sterminato con target ‘manipolazione’. Paesi Ue? Senza strategia: http://qn.quotidiano.net/tecnologia/2013/10/25/971535-datagate-privacy-spionaggio-usa-target-nsa-manipolazione-sociale-europa-senza-strategia.shtml
4) La battaglia per le aziende strategiche: http://archiviovirtualepubblicomf.blogspot.it/2013/09/la-battaglia-per-le-aziende-strategiche.html

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

domenica 1 dicembre 2013

TTIP/Tafta: la fine dell’Europa



L’Unione Europea è già fortemente condizionata dalle intromissioni statunitensi
attraverso la NATO e i tradizionali “cavalli di Troia” inglese e polacco che, come nel recente caso ucraino, le fanno molto spesso assumere una chiara funzione antirussa ed atlantica contraria ai propri interessi (eurasiatici) di lungo periodo.
L’accordo di libero scambio (Tafta) tra gli Stati Uniti d’America e l’Europa rappresenta inoltre la pietra tombale su qualsiasi speranza, ormai sempre più piccola, di far evolvere l’attuale precaria costruzione europea in direzione di un soggetto politico più forte ed autonomo da Washington, sancendo invece la definitiva subalternità di Bruxelles nei confronti del tutor americano.
La funzione antieuropea svolta dal Tafta è l’autorevole giudizio contenuto in diversi articoli dell’edizione del 2013 del rapporto annuale “Nomos & Kaos” dell’Osservatorio Scenari Strategici e di Sicurezza di Nomisma.
Nella prefazione del Generale Giuseppe Cucchi, direttore dell’Osservatorio, intitolato “Dalla crisi al cambiamento”, si afferma come la rinuncia, da parte dell’Europa, “ad aperture verso l’Est e soprattutto verso la Russia” e “l’inserimento dal punto di vista commerciale in una Partnership Transatlantica (Tafta) dominata dal più grande fratello di oltre oceano” equivalgono ad una rinuncia da parte dell’Europa a svolgere un ruolo attivo e a subire passivamente la grand strategy dell’amministrazione di Obama. Mentre sarebbe necessario, continua più avanti il Generale “ricercare relazioni idonee ai tempi, anche se ciò comporta la chiusura inevitabilmente dolorosa di legami internazionali che hanno condizionato tutta la nostra vita”, così come sarebbe necessario “rifiutare di accettare a scatola chiusa rapporti consolidati da lunga data e rigettare l’idea di dover ancora gratitudine per debiti in realtà da lunga pezza abbondantemente saldati”.
Nell’articolo di Germano Dottori, coordinatore scientifico del rapporto, intitolato “Comprendere la vera natura della crisi, prima emergenza per gli europei”, così si scrive: “Nel caso della Partnership Commerciale e degli Investimenti Transatlantica (Tafta), il trade off non sarebbe tra maggior e minor sviluppo, ma tra il sogno europeo di una propria maggiore autonomia geopolitica dall’America e la cooptazione degli europei in un sistema imperiale guidato da Washington, di cui resterebbero però i junior partners, costretti a far propria la debole regulation statunitense, con tutte le conseguenze del caso in materia di welfare, per sopravvivere ed evitare la deindustrializzazione del continente”. Il prezzo che dovrà pagare l’Europa sarà “la rinuncia ad ogni residua speranza di configurarsi come un polo autonomo di potenza sulla scena mondiale”.
Nella conferenza di presentazione del rapporto svoltasi lo scorso 6 Novembre a Bologna, Dottori ha rilevato come nel caso della firma del Tafta, i confini degli USA diventerebbero automaticamente quelli dell’attuale area doganale europea; il mercato comune, la caratteristica principale dell’attuale Unione Europea – una melassa burocratica senza testa né coda, priva di spina dorsale e quindi incomparabile per forza e peso con gli Stati Uniti, un vero stato federale – scomparirebbe, per sciogliersi in quello statunitense. Verrebbe gradualmente meno pertanto anche l’esigenza e l’utilità di una Commissione, di un Governo e di un parlamento Europeo. Sarebbe la fine di un qualsiasi progetto di costituzione di un polo geopolitico autonomo dagli USA; ecco perché il Tafta è un passaggio cruciale e la cartina di tornasole che rivela l’identità irriducibilmente antieuropea degli euroatlantici, che per troppo tempo hanno camuffato e continuano a nascondere il loro servilismo a Washington e a Londra con una retorica infarcita di richiami sentimentali all’“Europa”.

L’Italia, con Giorgio Napolitano ed Enrico Lettaè tra le nazioni europee più fortemente impegnate nel sostenere l’asse euroatlantico e nel fornire sostegno diplomatico all’accordo di libero scambio del Tafta; sia il Presidente della Repubblica che il Primo Ministro sostengono assiduamente la necessità di un accordo il più ampio possibile e da ottenersi in tempi molto brevi.
Napolitano l’ha più volte sostenuto pubblicamente. Ricordiamo solamente l’incontro rivelatore del Gennaio del 2013 alla Casa Bianca, prima delle elezioni politiche nazionali italiane che “obbligarono” Napolitano a continuare la sua permanenza al Quirinale benedicendo le Larghe Intese in nome della stabilità (euroatlantica s’intende). Così racconta “La Stampa”: “L’ospitalità nella Blair House, la forte simpatia personale di Barack e un’agenda d’incontri che ha incluso gli altri due maggiori attori della politica estera – Joe Biden e John Kerry – sono la cornice che la Casa Bianca ha voluto per trasformare la visita di Giorgio Napolitano in un momento di riflessione su argomenti di rilievo nell’agenda del secondo mandato di Obama. Anzitutto c’è la volontà di sfruttare il negoziato Usa-Ue sulla «Transatlantic Trade and Investment Partnership» (Tafta) per arrivare ad un patto euroatlantico sulla crescita, spingendo anche la Germania su tale strada. Per riuscirci Obama ha bisogno di una forte convergenza con i leader dell’Unione europea e Napolitano è considerato, per le posizioni che esprime, un interlocutore prezioso a tale riguardo. La maggiore minaccia che incombe sulla “Tafta” è però un aggravamento della crisi dell’Eurozona dovuto all’indebolimento dei Paesi più a rischio: Spagna e Italia. Da qui l’interesse, espresso da Obama a Napolitano, per la transizione dal governo Monti al suo successore.” (1)
Il premier Enrico Letta, in occasione di una recente visita in Germania (22 novembre), di fronte ad una platea di imprenditori, politici e media tedeschi, come riporta il “Corriere della Sera”, ha chiesto di “non fare troppe resistenze sulla firma del patto commerciale con gli Stati Uniti: «Dobbiamo firmare il Trattato durante il semestre europeo a guida greca o durante il successivo, a guida italiana» (2) (N.B: la Grecia guiderà il primo semestre del 2014, l’Italia il secondo).
Evidentemente in Germania non tutto l’establishment, al contrario di quello italiano, guarda con favore al Tafta; ciò è stato dimostrato anche dall’insistenza con cui diversi esponenti politici tedeschi, in particolare della SPD – al contrario del mutismo di quelli italiani – hanno chiesto la sospensione delle negoziazioni e l’inserimento di clausole sulla privacy a seguito dello scandalo del Datagate, ricevendo un secco no da parte dei burocrati di Bruxelles, clausole che avrebbero notevolmente rallentato le discussioni sugli accordi per la loro spinosità.
Il premier italiano Enrico Letta quindi, in tandem con Napolitano, così come riporta il “Corriere della Sera”, spinge per una firma del Tafta che arrivi in tempi strettissimi, nel 2014. Ma perché bisogna procedere così speditamente?
Quest’esigenza tempistica è probabilmente legata alla consapevolezza che più passa il tempo più il richiamo dell’Est diventa forte e più debole la presa statunitense sul continente, sia sui singoli stati nazionali europei che sulle sterili istituzioni di Bruxelles (vedi il ritorno prepotente della Russia sulla scena internazionale e la recente visita di Putin in Italia, così come pure le discussioni avviate tra Germania, Svizzera e infine la stessa UE con la Cina per un accordo di libero scambio (3)). Per chi ha scommesso tutto sul cavallo statunitense, come Napolitano e Letta, è una questione di sopravvivenza.
A questo si aggiunge la consapevolezza che è possibile siglare un accordo tra le due sponde dell’Atlantico solo se continua a persistere una stabilità politica euroatlantica in Italia come in Europa. Ma questa stabilità euroatlantica è soggetta a numerose incognite più si va avanti con il tempo: uno scenario politico italiano solo momentaneamente sopravvissuto alla marea grillina e alle convulsioni berlusconiane; una crisi non sopita della moneta unica causata dal perdurare dello scontro tra le forze che stanno dietro alle politiche d’austerità tedesca da una parte e le politiche guidate da Mario Draghi in sinergia con la City di Londra e Wall Strett dall’altra, così come un parlamento europeo che potrebbe ritrovarsi composto da numerose forze antisistema, sono tutti fattori che rendono più che incerto il futuro e quindi il buon esito dell’accordo del Tafta se si andasse oltre il 2014.
L’austerità tedesca è stata più volte oggetto di dura reprimenda da parte dell’amministrazione statunitense, per i motivi geopolitici più sopra richiamati nell’articolo della “Stampa”.
L’austerità teutonica – che non pare essere stata messa fondamentalmente in discussione dall’accordo di coalizione raggiunto tra Cdu e Spd – sta infatti sempre più indirettamente favorendo la crescita e il consolidamento delle forze antieuropee nelle periferie che subiscono l’austerità, dalla Francia all’Italia, erodendo sempre di più il consenso per le forze politiche euroatlantiche e per la burocrazia di Bruxelles.
L’entrata in vigore del Fiscal Compact nel 2015 – rebus sic stantibus – significherebbe la destabilizzazione delle periferie e la distruzione di Eurolandia, un’esplosione incontrollata che potrebbe buttare numerosi paesi europei tra le braccia di Mosca e Pechino, con la fine dell’ancoramento della Germania all’euroatlantismo e la possibilità di una radicale trasformazione dell’Unione Europea.
Su tempi stretti, il 2014, si gioca pertanto sia la partita della tenuta dell’euro sia quella dell’accordo di libero scambio USA-UE.
Si comprende pertanto come, nella stessa occasione del viaggio in precedenza ricordato, Enrico Letta abbia chiesto ai tedeschi di non fare troppe resistenze anche sull’unione bancaria. E’ infatti indispensabile per la stabilità euroatlantica convincere la Germania a rinunciare alle politiche di austerità e a prendersi il suo fardello finanziario per la salvezza dell’euro, ponendo fine agli squilibri europei e alla crisi della moneta unica; per poter fare queste richieste però, Letta deve aver fatto “i compiti a casa”, la contropartita che i tedeschi chiedono per rimanere in Eurolandia e nell’alveo dell’euroatlantismo e per poter almeno godere di un ruolo di subpotenza.

Questo è infine, al di là delle varie cortine fumogene, il gioco masochista a cui l’Italia è costretta a partecipare per soddisfare alle esigenze strategiche di Washington e di Londra, quelle cioè della stabilità geopolitica euroatlantica (è questo il reale significato del mantra della “stabilità” ripetuto con ossessione da Napolitano e Letta) funzionale all’ottenimento dell’accordo sul Tafta e quindi alla fine di qualsiasi progetto autonomo di Unione Europea mantenendo l’ancoraggio della Germania.
Questo gioco però diventa giorno dopo giorno sempre più insostenibile per la popolazione italiana perché la coperta si fa sempre più corta intanto che continua il braccio di ferro tra Berlino e Washington (4).
E’ per questo che per i circoli euroatlantici il duo Napolitano-Letta deve politicamente sopravvivere, costi quel che costi, almeno per tutto quest’altro anno, perché è nel 2014 che si giocano le battaglie decisive dell’unione bancaria, degli eurobond e del Tafta.
Poi chissà, se un domani più o meno lontano la strategia statunitense verso l’Europa dovesse cambiare a seguito del fallimento del Tafta e di uno sviluppo federale più autonomo della UE, l’Italia potrebbe diventare una pedina da giocare contro l’Unione Europea, contro il potere della Germania o di un ritrovato asse franco-tedesco. Fantapolitica? No, tutto dipende da come evolveranno gli eventi nel 2014 e dalle strategie che verranno di conseguenza elaborate alla Casa Bianca, a cui non mancherà di certo una manovalanza politica italiana incapace di individuare il nemico principale e quindi facilmente strumentalizzabile (è per questo che se oggi sono oggettivamente un pericolo per la “stabilità”, domani potranno tornare utili forze politiche confusionarie e prive di programmi e linee strategiche precise come il “Movimento 5 Stelle” e altri vari movimenti “No Europa” con cui gli statunitensi preferiscono mantenere aperto un canale di comunicazione per eventuali cambiamenti di scenario nel futuro: la famosa flessibilità e pragmatismo statunitense).

E’ fondamentale che gli italiani comprendano che i burattinai del duo Napolitano-Letta non sono a Berlino ma a Washington. Se il governo Letta obbedisce alle ricette teutoniche non è per volontà della Merkel, ma per obbedire a “Re Giorgio”, cinghia di trasmissione delle strategie statunitensi: il compito dell’Italia (in questa fase; in futuro, come abbiamo detto, potrebbe anche cambiare se l’Europa mai dovesse prendere una piega in direzione più autonoma), è di rimanere lì, adesso, costi quel che costi, a marcare stretto i tedeschi e non offrirgli alibi alla fuga da Eurolandia, agnelli sacrificali su un piatto a stelle e strisce per una Germania ed una UE che non devono scappare ad Est, verso la Russia e la Cina (5); è per questo che Napolitano e Letta spingono così forte sul Tafta e fanno da sponda politica a Mario Draghi.
Non si può rimproverare ai tedeschi di giocare bene la loro partita con Washington e di non sacrificare i loro interessi nazionali in nome dell’euroatlantismo, pur con tutte le contorsioni di una classe dirigente teutonica evidentemente compromessa e titubante.
Dobbiamo semmai rimproverare in primis a noi stessi un grado di servilismo verso gli Stati Uniti che sfocia nel masochismo (vedi Libia 2011), per l’incapacità di una classe politica, come ci ricordava il Generale Cucchi, di “ricercare relazioni idonee ai tempi” (leggi i Brics, Cina e Russia in particolare); perché questo servilismo avvenga, per ideologia, viltà, ricatto, corruzione, interesse, inerzia, inadeguatezza del ceto politico, non lo sappiamo.
Quello che sappiamo però – e che il popolo italiano constata tutti i giorni sempre di più sulla propria pelle – è che Napolitano e Letta non stanno difendendo né gli interessi nazionali né gli interessi europei, perché sia i primi che i secondi vengono sacrificati in nome dell’euroatlantismo i cui risultati pratici sono da una parte, con l’accettazione supina del rigore di Bruxelles, l’impoverimento di sempre più consistenti parti della nazione italiana e dall’altra, con il Tafta, un ulteriore processo di rovina economica e la pietra tombale sul “sogno europeo”, il sogno di un grande spazio geopolitico continentale autonomo e libero dai vincoli di Washington e Londra (6).

Michele Franceschelli


NOTE: 

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

venerdì 29 novembre 2013

I manifesti di Stato e Potenza e Socialismo Patriottico (selezione)

Qui di seguito una mia selezione dei manifesti di Stato e Potenza (poi Socialismo Patriottico) fatti non da me, ma da LR, un militante di SP. 

















































giovedì 26 settembre 2013

La battaglia per le aziende strategiche

Il monopolio degli Stati Uniti d’America nelle industrie high-tech e il ruolo subalterno dell’Italia e dell’Europa nella battaglia. 

Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”. Archimede
Alla presentazione dell’ottavo rapporto di Nomisma “Nomos & Kaos” del 2012 sulle prospettive economico-strategiche (1), il direttore generale di Finmeccanica Alessandro Pansa ha spiegato all’uditorio presente la vera e decisiva posta in ballo nella partita mondiale della crisi globale: la lotta per il mantenimento o la perdita d’interi comparti industriali high tech con il relativo know how tecnico-scientifico. Tra qualche anno secondo Pansa, alla fine della crisi iniziatasi nel 2008, sarà ridisegnata la divisione internazionale del lavoro, alcune nazioni oggi industrializzate si ritroveranno prive di interi comparti industriali, costrette a contare esclusivamente sui servizi, il turismo, la moda, la finanza e i settori a basso contenuto tecnologico dell’industria. La ristrutturazione mondiale in corso (la cosiddetta crisi) è una lotta senza esclusione di colpi tra le nazioni il cui bottino principale è rappresentato dal mantenimento e dall’accrescimento della propria potenza industriale, in particolare nei settori ad alta tecnologia, high tech, quelli che contano veramente per la potenza.
Questa lotta, così delineata dall’ad di Finmeccanica Pansa, s’inserisce all’interno di una più vasta competizione strategica mondiale tra diverse nazioni che si contendono l’egemonia, contestando quella odierna e planetaria degli USA.
La potenza è un insieme complesso di soft e hard-power, insieme alla disponibilità di risorse energetiche, alimentari, finanziarie, unita a fattori come l’industria, la demografia, la qualità genetica della popolazione, le infrastrutture, i servizi, le forze armate, le capacità politico-strategiche della classe dirigente etc.
Ma in ultimo, il fondamento della potenza, il nocciolo interno che sta alla base della forza, è rappresentato dal possesso dell’industria e del know how scientifico e tecnologico nei settori ad alta tecnologia, quelli high tech, che operano nei comparti strategici della difesa, dell’aerospazio, dell’elettronica, delle telecomunicazioni, delle nanotecnologie, della biotecnologia, della chimica, dei computer e dei software, della robotica, etc. Mantenere il predominio in questi settori, ed esserne all’avanguardia, è la questione prioritaria. Tutto il resto diventa secondario, uno strumento accessorio a questo nucleo della potenza. E sono pertanto questi settori la vera posta della contesa mondiale, come ha spiegato Pansa.
Questo discorso vale ovviamente solo per quelle nazioni la cui classe dominante mira al proprio sviluppo economico e quindi alla potenza, avendo una precisa volontà politica in tal senso, oltre ai prerequisiti numerici di base; o per paesi che quantomeno puntano a contenere la sfera d’influenza degli USA attraverso la costruzione di poli alternativi, soprattutto se non hanno i numeri sufficienti per controbilanciare da soli e direttamente la potenza egemone. Il problema neanche si pone per quelle nazioni la cui classe dominante, per scelta o per forza, si accontenta del quieto vivere (del “burro”) a rimorchio di una grande potenza; altre nazioni di media grandezza possono giostrare tra vari poli e varie aree di influenza trattando la propria adesione a questo o quel campo cercando di tutelare il più possibile i propri interessi e il proprio status politico-economico.
Le nazioni potenzialmente in grado di contrastare la forza egemonica degli USA nel XXI secolo sono la Russia, la Germania, la Cina, il Brasile, l’India, attorno a cui possono orbitare e coagularsi in alleanze variamente definite un certo numero di nazioni.
I prerequisiti per la nascita e l’affermazione, in una nazione, d’industrie ad alta tecnologia sono l’appoggio e la difesa del governo centrale di questi settori cruciali, con grandi programmi e stanziamenti per la ricerca e lo sviluppo (R&S) nella scienza e nella tecnologia, in collaborazione con le università, le scuole, le imprese e l’esercito.
La storia economica insegna che la maggior parte di queste industrie high tech nasce nel contesto di programmi apertamente militari (o mascherati da programmi civili con la produzione di tecnologie dual-use); quando queste industrie raggiungono una stazza tale da consentirle una sopravvivenza autonoma – se non un aperto dominio- nel mercato regionale e/o mondiale, continuano comunque ad operare in sinergia con il proprio governo, per quanto questo si professi estraneo alla sfera economica e ufficialmente liberista.
Tutto questo è “Big Science”, una prassi che ha trovato il suo battesimo negli USA – e là continua ad avere la sua più completa realizzazione – con il progetto Manhattan della seconda guerra mondiale.
E’ solo all’interno della “Big Science” che può crescere la “Small Science” e trovare terreno fertile lo sviluppo economico, e non la semplice crescita economica che è un dato puramente quantitativo e non qualitativo che non tiene conto delle caratteristiche profonde e decisive di una determinata economia.
Per valutare la bilancia della potenza a livello mondiale e la contesa in atto di cui parlava Pansa, bisogna quindi guardare al nocciolo, oltre la cortina fumogena dei tecnicismi finanziari ed economici su cui si concentrano e si scannano a non finire noiosi accademici, guru e complottisti.
Al di là delle eterne e inconcludenti discussioni su inflazione e deflazione, volume di debito e deficit, pil e spread, tassi di interesse e valore delle azioni di borsa, rigore e spesa, teoremi di Keynes e di  Smith, interventismo e liberismo, nazionalizzazione o privatizzazione, etc., il punto centrale è che il cuore della potenza è rappresentato dal pragmatico possesso, dalla capacità di fare sistema e dal controllo (diretto o indiretto, al di là dei formalismi giuridici ed ideologici) delle industrie operanti nei settori high-tech, quelle realmente decisive per lo sviluppo economico e il primato militare, da parte del ceto dirigente politico di una nazione.
Quello che alla fine conta, al di là dalle chiacchiere, è il “ferro”, la forza dell’alta tecnologia e non la “carta” delle banconote e “l’aria fritta” delle ideologie economiciste e finanziarie. Il mondo, per riprendere la citazione iniziale di Archimede, non si solleva con la carta e la fuffa di certe ideologie, ma con il progresso delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, sempre in continuo divenire.
Le nazioni che meglio sanno sviluppare le potenzialità della scienza e della tecnica attraverso la “Big Science” sono anche quelle che godono automaticamente anche del maggior soft -power, essendo il progresso tecnico e scientifico la chiave di volta per il miglioramento delle condizioni economiche e materiali della vita dei popoli e quindi un simbolo di efficienza, capacità di un sistema-paese e del benessere, delle opportunità e dei sogni che può offrire alle aspirazioni degli individui.
Chi non tiene conto di quanto fin qui detto non afferra l’essenziale e si ferma alla superficie non cogliendo l’andamento della contesa mondiale.
Il parametro di valutazione della potenza basato sul possesso delle industrie high-tech vale per gli USA come per il resto del mondo.
Gli Usa, a 5 anni dalla crisi dei mutui subprime – una crisi puramente finanziaria – e dopo una fase decennale di overstretching, mantengono il loro predominio globale high-tech. Possono avere un debito superiore al 140% del loro pil, inondare l’economia domestica e mondiale di carta con inchiostro chiamato dollaro (il cui valore è legato alla fiducia che vi ripone chi lo compra e lo accetta), avere un alto deficit e una bilancia commerciale in passivo, avere fortissime disuguaglianze al proprio interno e un pil altalenante… ma al nocciolo gli USA non solo sono ancora la nazione manifatturiera più grande del mondo, ma mantengono anche un primato indiscusso nelle industrie high tech, quelle che contano per la potenza.
Democratici e Repubblicani gettano la maschera delle loro differenti ideologie quando si tratta di difendere questi settori. Qualsiasi fine farà la “carta” stampata o virtuale rappresentata dal dollaro (una carta che sarebbe capace di stampare anche un uomo del ‘600) e la cui sorte è legata a convenzioni internazionali che gli stessi USA (vedi il precedente di Nixon con l’abbandono del “gold standard”) possono unilateralmente lasciare quando vogliono, il “ferro” dell’alta tecnologia rimane sul territorio statunitense, senza essere delocalizzato, e continua a dominare su buona parte del mondo.
Se le industrie di fascia bassa, quelle cioè a basso contenuto tecnologico (di bassa qualità) come l’abbigliamento, i giocattoli, e altre semplici produzioni e assemblaggi hanno abbandonato il territorio statunitense scivolando all’estero, altre industrie americane di fascia media come quelle per esempio delle automobili (Ford e General Motors) e delle macchine edili (Caterpillar), pur nella dura competizione mondiale, sono state difese e hanno resistito guadagnando quote di mercato e mantenendo gli stabilimenti produttivi principali in patria.  Netta è poi stata la propulsione e lo sviluppo impresso dal ceto politico ai settori high-tech e la loro difesa da qualunque tipo di scalata ostile in nome dell’interesse nazionale, impedendo la loro delocalizzazione all’estero, mantenendo il know-how e la produzione qualificata sul territorio statunitense.
Molte aziende high-tech americane operano nel comparto della difesa, ed è nota la forza del complesso militare industriale USA fin dalle celebri dichiarazioni di Eisenhower. Nella top ten mondiale delle industrie del settore ben otto sono americane tra cui la Boeing, la Lockheed Martin, Northrop Grumman, la General Dynamics, Raytheon, l’United Technologies e General Electric; solo la paneuropea EADS riesce a tenervi testa collocandosi in seconda posizione; mentre BAE SYSTEMS, pur essendo inglese di nome, è praticamente una propaggine statunitense.
Per farsi un’idea delle dimensioni di Boeing e Lockheed, queste aziende sono due volte ciascuna Finmeccanica per numero di dipendenti, che pure è punta di diamante del sistema industriale italiano, ed hanno dei fatturati 3-4 volte più grandi.
Gli USA dominano così il settore delle esportazioni mondiali degli armamenti; non sono semplici armi come pistole e fucili (come la maggior parte delle esportazioni belliche italiane), ma strumenti e sistemi difensivi ed offensivi altamente high tech e sempre aggiornati, di cui i compratori dipenderanno dall’assistenza statunitense per il loro mantenimento in funzione (2).
Solo i russi riescono a tenervi testa, con aziende come la Almaz-Antey, la United Aircraft Corporation e la Sukhoj; non per niente la nazione di Putin rimane uno degli ostacoli maggiori alle mire globali statunitensi (vedi il recente caso della Siria).
Tutte le altre nazioni inseguono i vecchi protagonisti della Guerra Fredda, compresa la Cina.
E’ nel contesto della ricerca militare che operano la maggior parte degli scienziati e dei tecnici a livello mondiale. E’ pertanto all’interno dei programmi multimiliardari a scopo militare di Washington che gli USA si assicurano non solo la superiorità bellica ma anche la generazione d’invenzioni e innovazioni scientifiche e tecnologiche che consentono di dare spinta propulsiva alla propria economia nazionale.
Nell’era dell’information war e dell’importanza decisiva del controllo dei computer, delle comunicazioni e del cyberspazio nelle operazioni militari (C4I: comando, controllo, comunicazioni, computer e intelligence) il confine tra civile e militare si va sempre più assottigliando, in particolare per quelle aziende che operano nel settore dell’Information Technology (IT).
Anche in questo settore dell’IT la potenza USA è fondata su colossi aziendali che operano nei computer e nell’elettronica, producendo software ed hardware all’avanguardia.
Al di là dei giganti di internet come Apple, Google, Microsoft e Amazon,  la vera bestia statunitense è l’IBM,  all’avanguardia nella ricerca sui semiconduttori, microprocessori, chip, software, hardware e con una posizione dominante sul mercato mondiale, con più di quattrocentomila dipendenti, per il ventesimo anno consecutivo il numero uno nel deposito di brevetti statunitensi (mentre in Europa è la tedesca Bosch, che però opera in settori a più basso contenuto tecnologico e meno strategici; seguita da Siemens) scoperte che consentiranno progressi in domini chiave tra cui l’analisi, il Big Data, la sicurezza informatica, il cloud, le telecomunicazioni, i software, aprendo l’era informatica dei sistemi cognitivi.
Il gigantismo USA, tanto criticato dai romanticoni della vecchia Italia a cui piace tanto il “piccolo è bello”, è in verità la vera arma che consente a questi colossi di investire ogni anno miliardi di dollari in R&S e di battere e dominare i rivali disponendo di immensi laboratori all’avanguardia e pagando profumatamente il fiore degli scienziati e dei tecnici a livello mondiale.
Ma poi ci sono altri giganti IT a stelle e strisce come HP, Intel, Amd, Dell, Oracle, Qualcomm, Cisco, etc. La lista potrebbe continuare ancora e in questo settore neanche i russi riescono a tenervi testa.
In Europa non esiste un concorrente che possa tenere il passo con la più piccola di queste aziende, forse in Germania solo la SAP è di una  stazza tala da poter competere con le ultime in classifica, anche se ha sviluppato un know-how molto specifico su determinati software; in Italia, dopo la distruzione dell’Olivetti negli anni’60-70, non esistono industrie nell’IT degne di essere citate in questo contesto, neanche l’italo-francese STMicroelectronics può esserlo. Il gap con gli USA è troppo grande.
Gli Stati Uniti sono dei monstre anche nel settore strategico dell’energia, con alcune delle vecchie “sorelle” come Exxon Mobil, Chevron, ConocoPhilips; poi ancora con le industrie del settore elettrico e nucleare (ricordiamo che gli USA hanno il maggior numero di centrali nucleari del mondo, più di cento) con General Electric, Westinghouse, General Atomics, Exelon, United States Enrichment Corporation.
In Europa ci sono grandi compagnie con una potenza simile a quelle statunitensi, pensiamo alla Siemens e E.ON tedesche o alla Total, EDF, Areva e Alstom francesi; anche in Italia sono rimaste due ultime grandi compagnie oltre a Finmeccanica, che operano in questi settori, che sono Eni ed Enel.
Gli USA sono poi fortissimi nel settore strategico delle telecomunicazioni con colossi come AT&T e Verizon. Anche in questo caso solo la tedesca Deutsche Telekom e la francese France Telecom hanno la stazza per tenere il passo. Non parliamo nemmeno a come si è ridotta la “nostra” Telecom, smidollata dalle privatizzazioni degli anni ’90 e azzoppata dal contesto politico italiano dell’ultimo ventennio.
In USA rimane fortissimo il settore (dual-use) delle biotecnologie, della chimica, della farmaceutica con colossi come Johnson & Johnson, Pfizer, Abbott Laboratories, Bristol Myers Squibb, Amgen, E I Du Pont de Nemours, Eli Lilly, Monsanto.
In questi settori in Europa tengono la Germania e la Svizzera, con Bayer, BASF, Novartis mentre in Italia è rimasto poco o niente di paragonabile dopo l’affossamento di Enimont d’inizio anni ’90.
In USA c’è poi il comparto alimentare, anch’esso strategico, con Kraft, la seconda azienda alimentare più grossa del mondo dopo la svizzera Nestlè. Gli Stati Uniti controllano poi quasi la metà delle esportazioni mondiali di grano e mais, sfruttando le vaste estensioni di terra disponibili e utilizzando una tecnologia agroalimentare avanzata che non si fa fermare dalle fobie ecologiste.
Tra i settori strategici, per ultimo, anche quello dei media, la nota industria di Hollywood, che non ha eguali al mondo, con colossi come Time Warner, Walt Disney, Viacom, News Corporation, etc. che dominano tutto lo spettro delle tecniche della comunicazione mass-mediale. In Europa non esiste niente di paragonabile.
Alla base di queste grandi industrie statunitensi c’è un sistema di educazione che – privato o pubblico che sia – continua a custodire l’eccellenza e a trasmettere il meglio del know how a livello mondiale, in ovvia sinergia con il governo e i colossi aziendali più sopra riportati, avendo le migliori infrastrutture, laboratori per la ricerca e corpo docente.
Stando al report Quacquarelli Symonds (QS) del 2013, nei settori tecnici e scientifici – dall’ingegneria all’elettronica, dalla fisica alla chimica, dalla medicina alla biologia – a dominare sono sempre un gruppo di università statunitensi come il Massachusetts Institute of Technology (MIT), la Stanford University, la Carnegie Mellon University, la University of California, la Berkeley (UCB) e la Harvard University.
La prima università italiana è quella bolognese, in 188° posizione…
Arriviamo così all’Italia e all’Europa. Quest’ultima, nel suo complesso, sarebbe il concorrente numero uno degli Stati Uniti d’America, i quali ne sono ben consapevoli (non c’era certo bisogno delle rivelazioni di Snowden per sapere che la UE è oggetto di una costante opera di spionaggio da parte degli “alleati” americani); ma per fare veramente paura a Washington, l’Europa dovrebbe divenire un blocco continentale politicamente autonomo e industrialmente ed economicamente coeso, non un’istituzione di cartapesta con una moneta senza capo né coda, un insieme posticcio di nazioni che la trasformano in un “pollaio nazionalistico” di cui la contesa sull’euro è solo uno dei molteplici e tragicomici aspetti.
L’industria dell’economia europea – anche quella high-tech – risulta per lo più frammentata tra le diverse e rivali capitali e gruppi. Così è difficile se non impossibile tenere il passo con i giganti statunitensi più sopra elencati; neanche la Germania da sola ha i numeri e la forza per tenervi testa; figuriamoci l’Italia.
Infatti, oltre ad un sistema educativo ormai al collasso – con poche eccellenze in mezzo a tanti palazzi antiquati e ammuffiti e con una bolla umanistica gonfiata sconsideratamente negli ultimi decenni – all’interno del perimetro nazionale italiano sono rimaste pochissime aziende di grandi dimensioni che operano nei settori high tech e strategici: praticamente solo ENI, ENEL, Finmeccanica, e molto più indietro Telecom e Fincantieri. Ma di certo queste sono piccola cosa se paragonate alle bestie USA. Soprattutto, senza una politica di “Big Science”, il loro destino è segnato, insieme a quello dell’economia nazionale italiana. Sessant’anni di subordinazione politica e geoeconomica agli Stati Uniti hanno ormai quasi definitivamente privato il nostro paese d’industrie attive nei settori high tech e ridotto la classe politica italiana ad un insieme di smidollati e pagliacci che in nome del deficit, dei parametri dell’euro e della “carta”, sono disposti a sacrificare il “ferro”, interi comparti industriali medi e soprattutto high-tech. Tutto il contrario di quello che fanno gli USA, come abbiamo visto, o di quello che fanno i francesi e i tedeschi.
Per invertire la rotta bisognerebbe dotarsi di un ceto dirigente sovranista ed europeista in senso forte che smascheri quello euroatlantico, annichilendo tanto le correnti culturali domestiche decrescetiste, tecnofobe, antiscientifiche, romantiche, pacifiste e primitiviste – vero cancro del paese che l’hanno infettato alle radici – tanto quanto quelle politiche piccolo-nazionali ed atlantiste.
Ma anche se, nella più ottimistica delle previsioni, ciò dovesse accadere, l’Italia da sola non avrebbe i numeri per fare una politica di sviluppo (e potenza) sostenibile; nell’era dei continenti e dei grandi spazi, l’Italia da sola non può fare “Big Science” e competere con quei giganti aziendali che stanno alla base del dominio USA. Nel XXI secolo ci vuole stazza continentale ed è pertanto necessaria una stretta alleanza con uno o più delle potenze nazionali vicine, siano queste la Francia, la Germania o la Russia. E’ indispensabile una scelta paneuropea dell’industria high-tech italiana, che passi attraverso la fusione dei diversi comparti nazionali europei, avendo la forza di contrattare un accorpamento che tuteli il più possibile gli interessi della nostra popolazione. Alla radice ci deve essere una condivisa scelta politica di creazione di un blocco continentale autonomo dagli USA.
I più brillanti esempi di “Big science” a livello europeo sono il CERN di Ginevra (l’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare), l’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea) ed EADS (la già più volte citata European Aeronautic Defence and Space Company); ma mentre nei primi due è stata ed è determinante la partecipazione italiana, nel terzo, per ragioni geoeconomiche dovute alle pressioni statunitense – e a calcoli piccolo-nazionali dei circoli italiani – l’Italia ne è rimasta estranea per mettere i bastoni tra le ruote alla costituzione di un nocciolo di una azienda europea della difesa.
In Europa la vera potenza, solo teorica perché ancora priva di una precisa volontà politica in tal senso, è la Germania. E lo è per tante ragioni ma in particolare per la presenza di aziende strategiche di grandi dimensioni come i già sopraccitati EADS, Siemens, BASF, Bayer, Deutsche Telekom, E.ON, SAP, Infineon, etc., che fanno sistema con il ceto politico nazionale e il sistema educativo (le migliore università europee, per QS, sono tedesche, se si eccettuano quelle inglesi). Insieme a queste industrie high-tech è fortissima l’industria media, con colossi automobilistici e metalmeccanici. Ma rispetto alla varietà e alla dimensione dei giganti statunitensi anche la Germania rimpicciolisce; soprattutto poi è la sua classe dirigente a non avere ancora le idee chiare su quale strada intraprendere. La Germania avrebbe i numeri per essere una potenza di riferimento nel blocco europeo ma è titubante e gli altri paesi europei sono impauriti e gelosi delle proprie prerogative nazionali, in particolare la Francia.
I gruppi dominati tedeschi non osano ancora prendere il  toro per le corna dell’attuale subordinazione geopolitica e geoconomica europea agli Usa e del progetto di cartapesta dell’attuale Unione Europea, un gigante con i piedi d’argilla. E’ pertanto ancora tutto da vedere quanto i dirigenti tedeschi siano intenzionati a dare impulso a determinati settori high tech della propria economia nazionale arrivando a scontrarsi con quelli USA (in particolare nell’IT e nella difesa) e a spingere quindi per la nascita di colossi strategici paneuropei sotto la propria guida, oppure a cercare una forma di coesistenza pacifica e subordinata con gli USA attraverso una rinnovata forma di complementarietà tra le proprie economiche facendo al contempo tabula rasa dei rivali intraeuropei.
Nel pollaio nazionalistico europeo ogni nazione cerca di fare le scarpe all’altra dalla propria posizione di forza all’interno della costruzione dell’euro e dei suoi parametri, dei giochetti politici e finanziari a Bruxelles e Francoforte. I tedeschi, CDU e SPD indifferentemente, cavalcano il “rigore” perché si trovano in una posizione di forza.
Dietro la crisi della moneta unica, riprendendo quello che diceva Pansa, dietro ai giochi finanziari dello spread e delle altalene di borsa, si nasconde la battaglia per il ridisegno della geografia industriale europea e dei rapporti di forza tra le diverse nazioni, che pendono sempre più verso la Germania. Questo non è necessariamente un male se si ragiona in ottica continentale, com’è necessario fare per le ragioni sopraddette; l’unico modo infatti perché si possa superare il pollaio nazionalistico europeo in corso è che si crei un nucleo talmente forte all’interno della UE capace di attrarre, con le buone o con le cattive, tutte gli altri a sé, senza le estenuanti e inconcludenti contrattazioni che si verificano nella condizione di parità di forze. E il nucleo forte che si va formando è quello mitteleuropeo guidato dalla nazione tedesca.
Un’Italia guidata da un gruppo dirigente sovranista ed europeista forte, dovrebbe però chiedere alla Germania (e in subordine alla Francia) di giocare allo scoperto e mettere le carte sul tavolo per capire se vale veramente la pena di puntare ad un’aggregazione paneuropea attorno al nucleo tedesco, e magari poi aiutarla e fiancheggiarla in questo duro percorso che preveda la creazione di un reale blocco continentale, con una vera unificazione dotata di un esercito europeo, di un bilancio comune, di una “Big Science” comune,  di una politica estera ed economica autonoma dagli USA.
Con l’inizio del nuovo mandato di Angela Merkel, con le contrattazione sul TAFTA che stanno per partire, con le decisioni del nuovo management di Siemesns e tanti altri segnali, si riuscirà a stanare meglio le reali intenzioni della Germania.
Ma è certo che ad aiutare o addirittura a pretendere dalla nazione tedesca non può essere la “puttana” atlantica che dall’8 settembre del ’43 – e ancora più negli ultimi vent’anni – siamo soliti chiamare Italia, cavallo di troia statunitense nell’Unione Europea tanto quanto la Gran Bretagna.
Oggi infatti il compito dell’Italia di Re Giorgio – portavoce di Obama – e di Mario Draghi – portavoce della finanza anglosassone – è quello di marcare stretto la Germania e di mantenerla nel percorso di un’architettura istituzionale europea inconcludente e totalmente permeata dalle intromissione atlantiche, e di farne da contrappeso in seno a questa stessa Unione per  mantenerla costantemente paralizzata.
Rebus sic stantibus, i tedeschi e gli altri europei avrebbero tutte le ragioni per saccheggiare una nave alla deriva – piena di traditori ed opportunisti, di pretacci e bordello della CIA –  come l’Italia; anzi, per gli italiani potrebbe anche essere un fatto positivo perché capace di scombussolare gli asseti di potere dei circoli atlantici ed euro-vaticani di Roma e Milano. Una nuova discesa in Italia dei lanzichenecchi per fare quella pulizia che gli italiani non paiono in grado di fare da soli.
L’eventuale ingresso dei francesi e altri europei, e ancor più dei tedeschi, in alcune industrie high tech italiane (direttamente o attraverso l’acquisizione di determinati asset bancari ed assicurativi) potrebbe essere visto con sospetto dalle parti di Washington (e dalle parti del Vaticano) e come un’intromissione nella propria area di pertinenza.
Un ulteriore rafforzamento del sistema industriale tedesco infatti, con l’inglobamento di quello italiano, creerebbe poi un mostre europeo e uno squilibrio della bilancia interno all’Unione pericoloso per chi teme, come gli USA, un’accelerazione nella costituzione di un reale blocco europeo attorno ad un nucleo duro, la premessa indispensabile – come abbiamo già detto – per superare le altrimenti infinite ed inconcludenti contrattazioni dei ministri della UE su come far procedere la costruzione europea.
E’ per questo che sarà molto improbabile che,  preannunciata dal tour “Destinazione Italia” di Enrico Letta, certe aziende strategiche italiane finiscano in mano – o anche solo vedano  un aumento dell’azionariato – di gruppi tedeschi, ma è molto più probabile che finiscano per trovare capitali e acquirenti anglosassoni o di qualche paese satellite asiatico e mediorientale (Qatar, Sud-Corea, Giappone, etc). Dopotutto Letta va a New York e a Doha, non a Francoforte.
Se capitali ed acquirenti dotati di “nulla osta di sicurezza” non si trovano, si farà di tutto sia per garantire l’italianità di certe industrie high-tech – già sotto lo stretto controllo dell’apparato atlantico – piuttosto che correre il rischio di farle cadere nelle mani sbagliate (siano queste tedesche, russe, cinesi o fors’anche spagnole) sia di indebolire ed inibire altre aziende strategiche guidate da management meno controllabili e più propensi ad instaurare pericolose relazioni industriali con paesi estranei all’orbita occidentale; la nomina di De Gennaro (uomo USA) a capo di Finmeccanica è esemplificativa della necessità di tenere sotto stretto controllo le grande azienda italiana del settore dell’aerospazio in un momento molto delicato della contesa mondiale.
Dal discorso pronunciato da Pansa all’inizio dell’ottobre del 2012 è passato quasi un anno e la resa dei conti si avvicina sempre di più, come ha dimostrato il recente caso Telecom.
Tra poco sarà il turno di Ansaldo Energia, mentre all’orizzonte gli ultimi grandi incroci della lotta sono ENI, Enel e la stessa Finmeccanica.
Se vogliamo che nei cieli della nostra terra risplenda un barlume di dignità e di patriottismo europeo; se vogliamo che tra le sue valli rimbombi di nuovo dieci e cento volte “Eureka” – la gioia della scoperta e l’orgoglio del progresso tecnico e scientifico oggi possibile solo con la “Big Science” e con la stazza continentale – facciamo i conti, hic et nunc, con l’occupante a stelle e strisce e liberiamoci da una classe dirigente che sembra saper dire solo: “Yes, Sir”.
Michele Franceschelli
Note:
1. Nomisma
2. Le difficoltà del caso specifico del programma F-35 non inficia il giudizio complessivo sulla potenza del complesso militare-industriale USA

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

giovedì 8 agosto 2013

Pavel Klushantsev: il vate sovietico dell’era spaziale


Voglio creare un’utopia, un sogno di un futuro con una società fraterna, con una nuova razza di uomini”. 
Pavel Klushantsev
Pavel Klushantsev è nato in Russia nel 1910 a San Pietroburgo, ed è morto nella stessa città ottantanove anni dopo, nel 1999. Klushantsev ha dato un grande contributo al genere della fantascienza sovietica legata al tema delle esplorazioni spaziali, non solo attraverso i suoi memorabili film ma anche tramite i suoi racconti scritti per bambini. La sua fama è legata soprattutto ai suoi visionari film di science fiction e ai suoi documentari scientifici, in cui si è rivelato maestro insuperato di trucchi fotografici ed effetti speciali. Registi del calibro di Stanley Kubrick (autore di ‘2001: odissea nello spazio’) e di George Lucas (autore di ‘Guerre stellari’), o il celebre creatore di effetti speciali Robert Skotak (premio Oscar per ‘Terminator 2’), hanno provato una profonda ammirazione e riconosciuto il proprio debito nei confronti di Klushantsev. Non è pertanto per caso che il film del regista sovietico ‘Il pianeta delle tempeste’ del 1962, sia incluso nel piano di studio delle scuole di cinema statunitensi, come una dimostrazione delle grandiose possibilità creative del lavoro del regista attraverso la macchina fotografica.



Un’immagine di Pavel Klushantsev

Il ‘Pianeta delle tempeste’ rappresentò il culmine di una carriera cominciata più di trent’anni prima presso l’istituto tecnico di fotografia di Leningrado, dove Klushantsev ebbe modo di studiare meccanica, ottica, elettronica e chimica, per ottenere il diploma nel 1930. Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale Klushantsev avrebbe lavorato presso gli studi Belgoskino e Lenfilm della sua città natale. Durante la guerra, sopravvissuto al tremendo assedio nazista della città, divenne operatore e produttore presso lo studio Sibtekhfilm, con lo scopo di creare pellicole per l’addestramento militare e la propaganda.
Dopo la Grande Guerra Patriottica, riprese il suo lavoro come regista e operatore presso lo studio cinematografico sovietico Lennauchfilm, sempre a Leningrado. Fu in questo studio che, dieci anni in avanti rispetto al lancio del primo satellite artificiale attorno alla Terra da parte dell’URSS (lo Sputnik), cominciò a sprigionarsi e a trovare concretizzazione l’interesse di Klushantsev per i temi scientifici e di fantascienza legati al cosmo e all’esplorazione spaziale.
Nel 1947 cominciò realizzando il documentario didattico ‘Meteore’. Nel 1951 produsse il film ‘L’Universo’, un racconto informativo sulla struttura del sistema solare, le sue caratteristiche, i corpi celesti e la loro interazione reciproca, realizzato in collaborazione con Nikolay Leshchenko; in questa pellicola, insieme a rigorosi fatti scientifici,  cominciarono a trovare spazio frammenti di speculazione fantascientifica sul destino dell’uomo nel cosmo.
Elementi di science fiction che nel 1957 – lo stesso anno del lancio dello Sputnik – trovarono piena attuazione nel film ‘In viaggio verso le stelle’, dove un visionario Klushantsev previde tutto quello che sarebbe accaduto nella corsa allo spazio: dalle passeggiate cosmiche degli astronauti alle stazioni spaziali, fino all’atterraggio sui corpi celesti. Tutte le scene della pellicola sono permeate da un appassionato sentimento cosmista per le straordinarie prospettive dell’era spaziale umana; non è un caso che tutta la prima parte del film sia dedicata alla vita e alle teorie del grande scienziato e cosmista Konstantin Tsiolkovsky (1). ‘In viaggio verso le stelle’, cavalcando l’eccitazione popolare per il lancio dello Sputnik,ebbe un grande successo in URSS, conquistando importanti riconoscimenti ai festival di Mosca e Belgrado.



Copertina del ‘Il Pianeta delle tempeste’

Nel 1962 Klushantsev avrebbe prodotto il sopraccitato film ‘Il pianeta delle tempeste’, una storia di esplorazione spaziale ricca di avventure e colpi di scena, all’avanguardia negli effetti speciali, nella fotografia subacquea, nella rappresentazione delle creature mostruose come dei paesaggi planetari e nella creazione di “John”, il robot umanoide fino all’ultimo fedele amico degli astronauti nelle loro peripezie sul pianeta Venere. Il film fu un grande successo internazionale, sarebbe uscito in ventotto paesi venendo riprodotto e manipolato anche da Hollywood in due differenti versioni.
Pochi anni dopo Klushantsev si sarebbe messo al lavoro per completare la propria trilogia planetaria con la realizzazione di altri grandi film dedicati alla ‘Luna’ (1965) e a ‘Marte’ (1968), in cui divulgazione scientifica e fantascienza coesisteranno alla perfezione come nella pellicola ‘In viaggio verso le stelle’. In entrambi i film, il rigore dei dati scientifici popolarmente spiegati si unisce alla fantasia del regista: la Luna e Marte vengono così colonizzati dall’uomo e sulla loro superficie, ora finalmente addomesticata dagli astronauti, sorgono nuove futuristiche città tecnologicamente avanzate, rampe di lancio per nuovi pianeti e mete lontane. Per Klushantsev la conquista di questi mondi è solo una tappa nel processo di esplorazione e conquista dello spazio che attende la specie umana; spinto dalla sua sete di conoscenza, l’uomo s’inoltrerà oltre i confini del sistema solare, fino agli sterminati spazi galattici della Via Lattea e poi ancora oltre. Ambedue i film si chiudono con scene suggestive e altamente simboliche.



Una delle scene conclusive di ‘Luna’

Nel primo, accompagnato da una struggente colonna sonora, viene rappresentata una famiglia di astronauti – padre, madre e bambino – sulla Luna mentre osservano gioiosi i nuovi insediamenti lunari, mentre il film si chiude con un’invocazione a Tsiolkovsky, padre della missilistica sovietica e della filosofia cosmista.
Il secondo, ‘Marte’, termina invece con l’immagine di un eroico astronauta che, accompagnato dal suo cane in tuta spaziale, rivolge il suo sguardo al sorgere del sole all’orizzonte del ‘pianeta rosso’, contemplando le nuove sfide e le avventure dell’infinita odissea cosmica umana.



La scena finale di ‘Marte

Un profondo senso di ottimismo e fiducia nelle potenzialità cosmiche dell’uomo permea anche l’ultimo lavoro cinematografico di Klushantsev, ‘Vedo la Terra’, del 1970. Il film, molto critico nei confronti del saccheggio e dell’inquinamento ambientale capitalista, si chiude con l’immagine della Terra vista dallo spazio, con una voce fuori campo che sembra richiamare alcune delle considerazioni del filosofo cosmista Nikolaj Fëdorov: “Una nuova scienza, la geografia cosmica, sta nascendo. Con il suo aiuto, la gente potrà conoscere tutte le risorse naturali del pianeta, ed usarle razionalmente. Essi saranno in grado di rendere innocue le calamità naturali e persino di usarle a proprio vantaggio. Avrà termine il barbaro inquinamento dell’ambiente. Ciò richiederà la realizzazione di progetti che vadano oltre i confini nazionali. Con sforzi comuni, la gente proteggerà e abbellirà la nostra cara Terra. Di questo dobbiamo avere fiducia!”.
Nel 1970 Klushantsev avrebbe ricevuto il titolo di ‘Artista emerito’ dell’URSS e nel 1972 si sarebbe ritirato dalla professione di regista per dedicarsi esclusivamente alla scrittura di libri di divulgazione scientifica per bambini sui temi dell’astronomia e della scienza aerospaziale, unendo – come aveva fatto in tutti i suoi film – fantascienza e dati tecnico-scientifici, avvalendosi del contributo di grandi illustratori e disegnatori come E.B. Voichvillo e Y.N. Kiselyov. ‘Cosa ci dice il telescopio?’ sarebbe stato uno dei suoi libri più popolari.
Tutti questi testi sono dedicati al cosmo, alle prospettive dell’esplorazione dell’uomo nello spazio (dal sistema solare alla galassia) e a un possibile contatto con civiltà extraterrestri. Molti bambini sovietici sarebbero cresciuti in compagnia di questi racconti, ricevendone intense impressioni; non pochi di loro avrebbero imboccato la strada della scienza, dell’astronomia, dell’ingegneria astronautica e missilistica grazie alle emozioni suscitate da quelle storie.



Le copertine di alcuni dei libri scritti per i bambini da Pavel Klushantsev

Negli scritti di Klushantsev emergono con forza la stessa fiducia e lo stesso ottimismo cosmico che permeano le sue pellicole. Così, per esempio, finisce il libro ‘La casa in orbita’ del 1975: “Forse alcuni di voi ragazzi, che oggi hanno dieci anni, in futuro lavoreranno sulle stazioni orbitali! Le stazioni saranno varie e riempiranno lo spazio vicino alla Terra. Saranno collegate l’una all’altra, e si creerà un’isola intera galleggiante nel cielo. Lì vivranno e lavoreranno migliaia di persone. Specchi giganti rifletteranno i raggi del sole, e la luce della stazione coprirà le città della Terra durante la notte.  Le stazioni avranno migliaia di turisti che vorranno guardare il nostro pianeta dall’alto.
Ci sarà una casa di cura in assenza di peso per il trattamento dei pazienti malati. Ci saranno enormi fabbriche che produrranno materiali ‘ultraterreni’. Ci saranno siti di lancio per voli verso altri pianeti. Ci saranno osservatori astronomici per studiare l’universo, istituti di ricerca e laboratori sperimentali. Ci saranno tutti i servizi che abbiamo già visto: meteorologici, geologici e geografici, servizi agricoli, e molto, molto altro ancora. Ci sarà un servizio di controllo per la protezione della natura e per il rispetto degli accordi internazionali sulla Terra.
L’esplorazione dello spazio aiuta lo sviluppo della scienza e della tecnologia nel mondo. Questo perché gli uomini nello spazio fanno delle scoperte più importanti di quanto non avrebbero fatto sulla Terra.  Tutte le invenzioni più interessanti che si sono fatte dall’inizio della corsa allo spazio, si sono poi rivelate molto utili negli affari terreni.
L’esplorazione dello spazio è anche molto importante perché porta con sé la promozione e l’integrazione delle persone nella famiglia della razza umana terrestre. Dopotutto, nello spazio, che piaccia o no, è necessario lavorare insieme per risolvere le sfide globali, complesse ed universali.
E infine, lo spazio è romantico. L’uomo si nutre di sentimenti forti, altrimenti soffoca e s’intorpidisce nel vecchio e famigliare mondo conosciuto. L’uomo ha bisogno di rischio, di ricerca, di esplorazione di nuovi mondi, della scoperta dei segreti.
L’uomo non si ferma mai.
Una volta ha detto il grande Tsiolkovsky: ‘L’umanità non rimarrà per sempre sulla Terra, ma nella ricerca della luce e dello spazio, in un primo momento penetrerà timidamente oltre l’atmosfera, ma poi conquisterà l’intero sistema solare’.
Il futuro è nelle vostre mani ragazzi!”
 (2)
Un testamento filosofico, più che un semplice libro per adolescenti, si può considerare il libro, scritto nel 1981, ‘Siamo soli nell’universo?’, che condensa il pensiero del regista sovietico. (3). Una visione del mondo che si era comunque palesata in modo inequivocabile nella sua produzione cinematografica e, in particolare, nel suo film più importante, il sopraccitato  ‘In viaggio verso le stelle’ del 1957.

In viaggio verso le stelle

Il film ‘In viaggio verso le stelle’ mi dimostra che ho fatto la cosa giusta: bisogna immaginarsi il futuro, gli uomini devono essere in grado di vedere che la vita può essere cambiata radicalmente”. Pavel Klushantsev


In viaggio verso le stelle’ è stato uno dei film con gli effetti speciali più sorprendenti nella storia del cinema. L’esattezza scientifica della raffigurazione dei corpi in assenza di peso, la costruzione delle navi spaziali in orbita terrestre, la stazione spaziale rotante e il viaggio del razzo sulla Luna, sono stati la punta di diamante degli effetti visivi del loro tempo.
Klushantsev iniziò a lavorare sulla sua pellicola a colori a Leningrado, nel 1954. Il suo obiettivo era di spiegare e rappresentare realisticamente l’avvento dell’era delle esplorazioni spaziali e tratteggiarne gli scenari futuri. Risaliva al lontano 1936, con ‘Viaggio cosmico’ di Vasili Zhuravlev, che all’epoca si avvalse della consulenza di Tsiolkovsky, il primo film sovietico in bianco e nero che aveva cercato di trattare il tema dei viaggi interplanetari e delle esplorazioni spaziali. Per l’accuratezza tecnica del suo film Klushantsev si sarebbe avvalso del concorso dei migliori diplomati degli istituti tecnici sovietici di aeronautica, di scienziati d’industrie specializzate e dell’osservatorio di Poulkovo, fino alla speciale consulenza di Michail Klavdijevič Tichonravov.
Prima di questo film, i lavori di Klushantsev erano stati di divulgazione scientifica in senso stretto, ma ‘In viaggio verso le stelle’ diventa un film-documentario ibrido che mescola rigorosi dati scientifici e tecnici con la forza della fantasia e dell’immaginazione del regista, acquisendo una forza attrattiva e suggestiva unica.
Il film si apre, mentre la Terra è osservata dallo spazio e scorrono rappresentazioni della millenaria storia dell’uomo sul pianeta, con la seguente introduzione: “Il cammino della conoscenza sul pianeta Terra non è mai stato facile per l’uomo. Fin dall’inizio, l’uomo è sempre stato attirato dai posti inesplorati, e posseduto da questa vocazione, ha fatto sempre nuove scoperte. Nonostante i pericoli, si è lanciato in grandi spedizioni lontane, ha conquistato il Polo, si è elevato sopra alle nuvole, ed è sceso negli abissi. Sormontando incredibili difficoltà, ha trovato il sentiero che conduce nei luoghi più nascosti della natura ed è penetrato nel cuore della cellula vivente e all’interno dell’atomo. Egli cerca di scoprire i segreti dell’universo e di capire se stesso. Tuttavia, l’uomo non aveva mai lasciato il suo pianeta! Ed ecco giunto il momento in cui l’uomo sta per uscire dalla porta di casa. L’uomo è diventato adulto! ‘Il nostro pianeta è la culla dell’umanità, ma non si può rimanere nella culla per sempre’, ha scritto Tsiolkovsky. Il nostro film è consacrato all’avventura dell’uomo nel cosmo. E così si comincia con la storia di Konstantin Tsiolkovsky, questo grande ed umile scienziato”.
All’inizio del film vengono pertanto ricostruite le tappe principali della scienza missilistica, partendo dal fondamentale lavoro teorico di Tsiolkovsky (interpretato da G.I. Soloviev) e della sua attività come professore presso la cittadina russa di Kaluga. Così come Tsiolkovsky cercava di spiegare in maniera semplice ai suoi studenti le sue conoscenze scientifiche e di trasmettergli l’entusiasmo della prospettiva delle esplorazioni spaziali, così nel film vengono spiegate in modo chiaro e semplice agli spettatori quei basilari concetti scientifici che portarono il professore di Kaluga alla geniale intuizione del razzo multistadio. Per Tsiolkovsky il razzo era il veicolo più idoneo per raggiungere una velocità che permettesse di sfuggire alla forza di gravità terrestre portando l’uomo nel cosmo, consentendogli di effettuare i viaggi interplanetari. Studi ed intuizioni tecnico-scientifiche che Tsiolkovsky avrebbe pubblicato nel 1903 nel libro: ‘L’esplorazione dello spazio cosmico per mezzo di dispositivi a reazione’.



Un’immagine tratta dal film ‘In viaggio verso le stelle’ raffigurante Tsiolkovsky

Il film prosegue mostrando come, dopo un lungo periodo in cui fu ignorato, il lavoro di Tsiolkovsky ebbe finalmente eco in tutto il mondo. “Voi avete acceso un fuoco, e noi non lo lasceremo morire, ma compieremo ogni sforzo per far sì che il più grande sogno dell’umanità si avveri”, così Hermann Oberth, noto scienziato tedesco e ricercatore della propulsione a reazione, scriverà a Tsiolkovsky alla fine degli anni ‘20. Ovunque fu d’allora profuso un lavoro entusiasta e disinteressato per far avanzare la tecnica missilistica. Alcuni di questi pionieri avrebbero sacrificato tempo, denaro e in certi casi anche la vita. Max Valier per esempio, il campione del volo interplanetario, ebbe un incidente mortale mentre faceva esperimenti con combustibili liquidi. Anche Reinhold Tiling, ingegnere tedesco, morì nel suo laboratorio mentre stava sperimentando. Il 16 marzo del 1926 Robert Goddard lanciò il primo razzo a propellente liquido negli USA. Il 18 agosto 1933, grazie ai lavori dell’ingegnere russo-tedesco Fridrich Z. Tsander, fu lanciato il primo razzo sovietico a propellente liquido, il  Gird – 09. Tsander sarebbe stato il membro fondatore del GIRD (Gruppo per l’investigazione dei dispositivi a reazione) di Mosca. Questa corsa spaziale avrebbe avuto un primo clamoroso successo con il lancio, il 4 ottobre del 1957 in URSS, di un satellite artificiale in orbita attorno alla Terra.
Con il lancio dello Sputnik termina anche la prima parte didattica del film, dedicata alla storia della missilistica, e si conclude con una frase di Tsiolkovsky: “All’inizio c’è necessariamente un’idea, una fantasia, una fiaba, e poi vengono i calcoli scientifici; alla fine l’esecuzione corona il pensiero”, frase che da il via alla seconda parte della pellicola, dove è appunto l’immaginazione fantascientifica di Klushantsev ad acquistare particolare rilevanza.



Un’immagine tratta dal film ‘In viaggio verso le stelle’, raffigurante un’astronauta al lavoro nella costruzione della stazione spaziale

Per risolvere il problema dell’assenza di gravità, la stazione è costruita a forma di un anello che gira costantemente su se stesso. A bordo si trovano una stazione meteorologica, un osservatorio astronomico, un laboratorio in cui i fisici possono fare gli esperimenti, una serra in cui i biologi studiano il comportamento delle piante. Altri specialisti invece controllano il movimento degli iceberg sulla Terra, altri ritrasmettono le immagini televisive in giro per tutto il globo, altri studiano i raggi cosmici.



Un’immagine tratta dal film ‘In viaggio verso le stelle’, raffigurante la stazione spaziale e la navicella per lo sbarco sulla Luna

Sulla stazione viene infine assemblato il razzo che dovrà portare i primi uomini sulla Luna. Arriva finalmente il momento in cui la navicella, con due astronauti a bordo, si stacca per la missione lunare. Gli scienziati della stazione osservano con emozione il momento in cui la navicella accende i motori per dirigersi verso la Luna; una voce fuori campo, mentre la telecamera si sposta su un quadro raffigurante Tsiolkovsky e scorrono illustrazioni sulle future conquiste spaziali dell’uomo, afferma: “L’immaginazione di scienziati ed artisti è sempre in anticipo rispetto alla realtà. Le prime persone stanno volando sulla Luna, ma i sogni dei coraggiosi conquistatori del cosmo sono molto più avanti della loro nave spaziale. La Luna sarà conquistata. Saranno costruite delle città e degli osservatori, e delle miniere renderanno possibile produrre combustibile per le navi spaziali. La Luna diventerà una base per la conquista di tutto il sistema solare. Sui corpi celesti lontani troveremo le risposte a migliaia di domande che ci riguardano nel mondo. Il misterioso Marte amplierà la nostra conoscenza della capacità di adattamento di tutte le cose viventi. Venere, avvolto nelle nuvole, ci rivelerà il mistero dell’origine della vita. Gli anelli di Saturno ci racconteranno la meravigliosa storia della nascita e della morte dei pianeti. Ora questo è solo un sogno, ma siamo certi che diventerà realtà”.
Seguono spettacolari sequenze dell’atterraggio sulla Luna della navicella spaziale, mentre un membro dell’equipaggio scende lungo la scala e lascia la prima impronta sulla superficie lunare. Raggiunto dal secondo astronauta, entrambi sono sopraffatti dalla gioia della conquista e dalla meraviglia del paesaggio, finché il film si conclude, pochi istanti dopo, con un’altra citazione di Tsiolkovsky: ‘L’impossibile di oggi sarà possibile domani’.
Una chiusura simbolica e altamente suggestiva come per gli altri finali dei film  ‘Luna’ e ‘Marte’.

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La sua produzione cinematografica e i suoi libri per bambini - entrambi così poco conosciuti in Italia - le sue straordinarie abilità tecniche e artistiche consacrate al cosmo e all’odissea umana nell’universo, il suo entusiasmo per la scienza, per l’esplorazione spaziale e i viaggi interplanetari, la sua fervida immaginazione, la sua passione divulgatrice e l’ottimismo con il quale guardava al futuro cosmico dell’uomo (pur non risparmiando serrate critiche alla conduzione capitalistica della Terra), fanno di Pavel Klushantsev il vate sovietico dell’era spaziale, il “Carl Sagan” dell’URSS, degno compatriota dei grandi cosmisti russi come Konstantin Tsiolkovsky, Nikolaj Fëdorov e Vladimir Vernadsky.

Michele Franceschelli


Note: