Riccardo Campa* è professore di sociologia all’Università di Cracovia. Ha collaborato o collabora con diversi giornali e periodici, tra i quali il Mondo, MondOperaio e il blog della Fondazione Pietro Nenni. L’abbiamo interpellato per sentire la sua opinione sulle prospettive del socialismo nel XXI secolo, cominciando dai rapporti tra socialismo e progresso tecnico-scientifico.


1. I più grandi teorici e politici del socialismo, da Marx a Lenin, sono stati dei ferventi sostenitori del progresso tecnico e scientifico dell’umanità; pensiamo solamente al motto leniniano “il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese”. Eppure oggi diversi intellettuali tendono a ridimensionare, a dimenticare e a distorcere quest’aspetto. Secondo il suo punto di vista, quanto è importante il nucleo tecnoprogressista all’interno della tradizione socialista?
Per come la vedo io, l’orientamento prometeico è l’essenza stessa del socialismo. I teorici del socialismo – tanto di quello “utopico” quanto di quello cosiddetto “scientifico” – erano “eretici” rispetto al sistema in cui vivevano proprio perché erano pronti ad allearsi con le potenze del divenire. La tecnologia è la potenza del divenire più imperiosa che si sia manifestata nel corso dell’evoluzione delle specie viventi e il socialismo rappresenta la definitiva presa di coscienza dell’artificialità dell’uomo e delle sue istituzioni. Anche il liberalismo è stato e, in certa misura, è ancora una grande forza rivoluzionaria, perché stabilire che tutto ciò che non è esplicitamente vietato è legale, significa aprire le porte del futuro. Tuttavia, il liberalismo ha conservato l’idea che almeno le leggi del mercato e i diritti umani sono leggi naturali. I socialisti concepiscono invece anche le leggi della domanda e dell’offerta come effetto di un certo modo di produzione, che avvantaggia una certa classe sociale, in un determinato contesto storico. E il modo di produzione dipende in ultima istanza da invenzioni tecniche che non sono affatto “necessarie”, in senso ontologico-genetico, tanto è vero che coesistono società umane con diversi gradi di sviluppo. Sicché, il sistema politico-economico stesso può essere concepito, in ultima istanza, come un prodotto della tecnica. Per quanto riguarda i diritti, Friedrich Engels non ha nessuna reticenza nell’affermare che esiste una morale aristocratica, una morale borghese e una morale proletaria, per cui i diritti umani si riducono ad una non proprio disinteressata universalizzazione della morale borghese. A scanso di equivoci, voglio chiarire subito che il mio ideale non è affatto opporre i diritti sociali del proletariato alle libertà civili della borghesia e alle virtù cavalleresche della nobiltà, ma fondere in modo armonico questi valori, per formare cittadini di qualità superiore. Quello che oppongo è dunque la tendenza ad associare tutto quanto è positivo alle liberaldemocrazie e tutto quanto è negativo ai sistemi alternativi. Si tende a ragionare in termini semplicistici, a mettere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra, in modo acritico. Questo lo può fare un cittadino per ignoranza o un politico per demagogia, ma non lo può fare uno studioso. Ora si è diffuso il mito che il capitalismo è l’unico sistema favorevole allo sviluppo tecno-scientifico, ma questo è contraddetto da molti dati storici. In fin dei conti, il primo paese a mandare un uomo nello spazio è stato l’URSS, con l’impresa di Jurij Gagarin nel 1961. Qualcuno ha sottolineato che il progetto Sputnik è stato sviluppato partendo dalle V2 di Wernher von Braun. D’accordo, ma questo è quanto hanno fatto anche gli americani per costruire il razzo vettore Saturn, e comunque il Terzo Reich non era esattamente un modello di democrazia liberale. Per fare un altro esempio, se si tratta di decidere qual è stato il miglior carro armato della seconda guerra mondiale la scelta degli esperti si restringe tra carri russi e tedeschi, tra il T34 e il Panther o il Tigre. In sei anni di guerra, le democrazie capitaliste non sono riuscite a mettere in campo un solo carro da battaglia all’altezza di quelli comunisti o nazisti. Certamente, le industrie anglo-americane hanno prodotto altri mezzi aerei o navali tecnologicamente avanzati, ma questo significa soltanto che ogni associazione tra livello tecnologico e sistema politico è una forzatura. Questi esempi sono per dire che il socialismo non è favorevole alla tecnologia soltanto da un punto di vista dottrinale, ma anche da un punto di vista fattuale. L’originale orientamento prometeico del socialismo è però quasi scomparso dall’orizzonte politico della sinistra contemporanea.
2. A suo avviso, quando è avvenuta la metamorfosi?
La svolta la individuerei negli anni sessanta del XX secolo, con il deflagrare della contestazione e la nascita della controcultura. A partire da quel momento, la sinistra del mondo occidentale subisce una vera e propria mutazione antropologica. Una parte della sinistra, quella radical chic, si chiude nei salotti, mentre un’altra parte, quella antagonista, si chiude nei centri sociali. Pochi rimangono a presidiare le fabbriche. Ma l’industria è ancora il luogo in cui si “cucina” il futuro. L’avvenire si costruisce nelle industrie robotiche come in quelle biotech, nei laboratori chimici come in quelli informatici. Ritirandosi nei salotti e nei centri sociali, non di rado a coltivare sentimenti luddisti e anti-tecnologici, la sinistra ha de facto rinunciato a fare parte del futuro. Al contrario, come lei giustamente ricorda, i fondatori del movimento socialista, sia nella variante massimalista sia nella variante socialdemocratica, erano ferventi sostenitori del progresso tecnico. Marx ed Engels non vogliono il superamento del capitalismo per motivi “morali”, ma perché lo giudicano un sistema inefficiente, che spreca risorse umane e materiali, rallentando il progresso. Marx riconosce il ruolo rivoluzionario della borghesia nel fatto che ha liberato le forze nascoste della materia, dando una spinta prodigiosa alla produzione industriale, alle comunicazioni e ai commerci. Ci invita a diffidare di coloro che criticano la borghesia, spacciandosi per socialisti, ma difendendo de facto concezioni feudali e sperando in un ritorno al medioevo. Nel Manifesto del partito comunista, Marx tesse l’elogio della borghesia in virtù delle invenzioni tecniche, rimarcando che – con l’industria e il vapore – ha creato meraviglie ben più grandi delle piramidi d’Egitto, degli acquedotti romani e delle cattedrali gotiche. Ritiene però che il capitalismo stia ormai esaurendo il suo ruolo propulsivo e rivoluzionario. Lo scrive anche nel Capitale, nel capitolo dedicato al macchinario. I vecchi capitani d’industria che favoriscono l’innovazione per passione sono in via d’estinzione, soppiantati da un azionariato mobile che non mostra alcun amore per le macchine. In altre parole, Marx intravvede già la progressiva finanziarizzazione dell’economia, il suo orientamento verso la speculazione e il profitto immediato. Perciò, l’autore del Capitale vede nella classe dei lavoratori – gli operai, i tecnici specializzati, gli scienziati – il soggetto attivo che può assumere la direzione della società. Leon Trotsky si spinge ancora più in là. In Arte rivoluzionaria e arte socialista, il fondatore dell’Armata Rossa dice a chiare lettere che la socializzazione dei mezzi di produzione è soltanto il primo passo. Rispondendo ai “seguaci di Nietzsche”, spiega che lo scopo ultimo del socialismo è l’evoluzione autodiretta della specie, grazie alle nuove conoscenze nel campo della biologia. Cito le sue parole: «Il genere umano non avrà cessato di strisciare davanti a Dio, ai re e al capitale per capitolare di fronte alle sorde leggi dell’ereditarietà e alla cieca scelta della specie… L’uomo si porrà il compito… di innalzare se stesso a un livello più elevato di tipo socio-biologico o, se si vuole, un superuomo». Le capita oggi di sentire questi discorsi nel campo della sinistra, moderata o antagonista che sia? Tanti leader della sinistra oggi sembrano guardare più a Papa Giovanni o al Cardinal Martini, che a Marx e Trotsky. Ecco perché parlo di mutazione antropologica.
3. Perché le odierne forze politiche italiane ed europee – non è così nel resto del mondo – che si richiamano al socialismo cedono volentieri alle sirene del neoluddismo, della decrescita, della tecnofobia e dell’antiscienza, quando – lo abbiamo appena visto – la tradizione socialista è di segno diametralmente opposto?
Le ragioni di questa mutazione antropologica sono molteplici. A mio avviso, in Occidente, ha fatto danni ingenti l’elite intellettuale. Penso al postmodernismo, alla Scuola di Francoforte, a Herbert Marcuse, al Sessantotto, al movimento hippie, all’ecologismo radicale, al cattocomunismo post-conciliare, e via dicendo. Improvvisamente, agli occhi di tanta sinistra, il male non è più la gestione capitalistica della società industriale, ma la società industriale in quanto tale. Improvvisamente, il problema non è più l’iniqua distribuzione delle risorse, ma la società dei consumi. Improvvisamente, il problema non è più l’espropriazione del plusvalore ai danni dell’operaio, ma il danno ambientale. Ora non voglio negare l’esistenza di un problema ecologico, ma voglio rimarcare che quando si rimpiange la società pre-industriale, perché quella industriale inquina, o una società morigerata e austera perché i consumi portano verso l’edonismo, ci si avvicina ad un ideale monastico che non ha molto a che fare con l’ideale socialista. I padri del socialismo sognavano di eliminare la povertà, sognavano una società dell’abbondanza, un’abbondanza equamente distribuita, e non certo una società di eguali nella povertà. Marx non è Savonarola. Venendo alle ragioni della mutazione antropologica, se fossi un teorico delle cospirazioni le direi che la sinistra è stata castrata da un gruppo di geniali strateghi. Non lo credo. Secondo me, la sinistra si è auto-castrata quando ha perso la speranza nella rivoluzione. È la storia della volpe e l’uva. Poiché ha perso la speranza di appropriarsi dei mezzi di produzione attraverso una rivoluzione, la sinistra ha iniziato a dire che i mezzi di produzione sono cattivi in se stessi.
4. E se volessimo fare un gioco intellettuale e prendere in considerazione anche l’ipotesi di una cospirazione, ovvero di una manipolazione ai danni della sinistra?
Pensiamoci un attimo. Che cosa sono i mezzi di produzione di cui Marx invita a prendere possesso? Sono le tecnologie. Marx invita il proletariato, la sinistra, i socialisti, i comunisti ad impossessarsi delle tecnologie. Perché? Certamente, per evitare che il plusvalore venga espropriato dai parassiti dell’azionariato. Ma non è soltanto questo. Come diceva Francesco Bacone, scientia est potentia. Il sapere tecnico è potere. La tecnologia è “il potere”. Vuoi tenere il proletariato, la sinistra, i socialisti, i comunisti lontani dal potere? Tienili lontani dalla tecnologia. Stordisci la sinistra con le sirene del neoluddismo, della decrescita, della tecnofobia e dell’antiscienza e il gioco è fatto. L’hai esclusa dal potere. L’hai mandata sull’Aventino del passatismo, a maledire il mondo moderno. E poi serviranno decenni o forse secoli per ricostruirla. Il militante di sinistra, il potenziale rivoluzionario, spenderà tutte le proprie energie a segregare i rifiuti, a separare la plastica dal vetro, a mangiare cibo biologico, a limitare le emissioni circolando in bicicletta o con i mezzi pubblici, e penserà con questo di avere assolto al proprio ruolo rivoluzionario e anticonformista, lasciando però il sistema perfettamente intatto. Anzi, dandogli una lucidatina.
5. La cultura allineata, i giornali più letti, i saggi sugli scaffali delle librerie, i talk show televisivi tendono a presentare il socialismo, e ancor più il comunismo, come un’ideologia vetusta, superata, fuori dal tempo, o addirittura responsabile dei più grandi crimini contro l’umanità. Questa propaganda ha avuto in Italia un successo che forse non ha pari in altri paesi, tanto è vero che sono praticamente scomparse dal panorama politico forze di massa nominalmente socialiste e comuniste. Quali sono i fattori che hanno favorito questo processo?
Si parla spesso della bancarotta planetaria del comunismo, ma il capitalismo non se la passa poi così bene. Ovviamente, c’è stato nel 1991 il fatto macroscopico del collasso dell’URSS e non metto in dubbio il fatto che in quel paese siano stati commessi crimini, come le ben note purghe staliniane. Tuttavia, se facessimo la conta dei morti nel campo capitalista con gli stessi criteri adottati per contare i morti nel campo comunista, il capitalismo non ne uscirebbe molto meglio. Si decontestualizzano completamente gli episodi. Vengono attribuiti al comunismo i morti provocati dalle invasioni delle potenze occidentali, nel biennio 1918-1920, quando alcune forze dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia e Italia) sono accorse in aiuto all’Armata Bianca. Quei morti si possono tranquillamente mettere sul conto del capitalismo. Si criticano i bolscevichi per l’esecuzione della famiglia Romanov, ma non si dice che sotto gli Zar i braccianti agricoli erano costretti a lavorare con la museruola alla bocca, o si tace sul fatto che pochi anni prima il governo liberal-capitalista italiano reagiva agli scioperi e alle manifestazioni dei lavoratori prendendoli a cannonate. E per questa “eroica” iniziativa il generale Bava Beccaris è stato persino decorato. Potremmo poi contare tra le vittime del capitalismo tutte le persone che muoiono prematuramente perché non hanno accesso al servizio sanitario, o quelle che si suicidano perché perdono il lavoro, o quelle uccise dalle mafie e dai criminali comuni, o i morti sul lavoro a causa del non rispetto delle norme di sicurezza. Senza contare le vittime delle guerre imperialistiche o il fatto che l’unico paese ad usare armi di distruzione di massa è stato un paese capitalista, ad Hiroshima e Nagasaki. Tutti questi conteggi lasciano il tempo che trovano. L’URSS di Joseph Stalin non è l’URSS di Nikita Kruscev, come l’Italia di Umberto I non è l’Italia di Sandro Pertini. A mio avviso, il fatto più sconcertante è che, a partire dagli anni ottanta, la cultura liberista ha iniziato a presentare la stessa socialdemocrazia come un fatto del passato, un sistema inadeguato ai tempi, un ferrovecchio che frena il progresso, e sono stati cancellati tutti i diritti sociali faticosamente conquistati dai lavoratori in secoli di lotte. Sono state spacciate per “riforme” progressiste le politiche di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, quando si tratta evidentemente di “controriforme”. La distorsione è cominciata, come spesso accade, dal linguaggio, dall’uso delle parole. Storicamente, il “riformista” era chi voleva realizzare il socialismo senza lotta armata, senza rivoluzione, in pratica umanizzando gradualmente il capitalismo fino a farlo diventare qualcos’altro. Oggi si usa invece la parola “riformismo” per indicare politiche anti-socialiste. È sinonimo di “cambiare tanto per cambiare”, e non di “cambiare per andare verso il socialismo”.
6. Lei come definirebbe il socialismo?
L’etichetta “socialismo” è stata applicata a fenomeni assai diversi, come del resto l’etichetta “cristianesimo”, “liberalismo”, “democrazia”, “fascismo”, ecc. Per cercare di cogliere l’essenza del socialismo dobbiamo allora guardare sia alle dottrine politiche che ai tentativi storici di realizzarle. Per quanto riguarda le dottrine, dobbiamo guardare sia a quelle dei fondatori del XIX secolo – e dunque agli scritti di Saint Simon, Owen, Fourier, Proudhon, Blanqui, Marx, Engels, etc. – sia a quelle dei continuatori del secolo XX – come Gramsci, Turati, Trotsky, Lenin, Kautsky, Bucharin, Bernstein e Majakovskij – per arrivare ai contemporanei. Dobbiamo guardare all’insieme di questi pensatori, anche se avevano e hanno posizioni diverse su questioni importanti, e cercare di capire cosa li accomuna. Per quanto riguarda i tentativi di realizzazione, lo Stato socialista per antonomasia è naturalmente l’URSS, perché è stato il primo ad ottenere il riconoscimento della comunità internazionale, a partire da quello dell’Italia di Mussolini e dell’Inghilterra di MacDonald nel 1924. In verità, però, il primo esempio storico di socialismo realizzato è la Comune di Parigi. La differenza non da poco tra i due tentativi è che l’URSS è esistita per 73 anni, mentre la Comune di Parigi è durata lo spazio di un sogno. Tuttavia, io guardo alla Comune come un esempio paradigmatico di socialismo, perché è stata realizzata da blanquisti e proudhoniani, ma ha avuto anche la sanzione positiva di Marx ed Engels. Dunque ha messo d’accordo tutti, i socialisti libertari e quelli autoritari. Sempre sul piano storico, si sono richiamate al socialismo anche la Germania hitleriana e la Repubblica di Salò. Mentre, oggi, cadono sotto l’etichetta di “paesi socialisti” la Cina popolare, le socialdemocrazie scandinave, Cuba, la Corea del Nord, la Siria di Assad, il Venezuela di Chavez e Maduro. Tutte queste realtà hanno effettivamente elementi di socialismo, ma qualche paletto dottrinale dobbiamo pur metterlo, altrimenti si perde ogni capacità di comprensione e di indirizzo dell’azione. Il rischio che porta con sé la vaghezza semantica è il totale ribaltamento del concetto di socialismo, rispetto a quello originario. Basta vedere quello che accade oggi in USA. Nella stampa americana, si parla di “politiche socialiste” anche per definire gli ingenti trasferimenti di denaro pubblico americano nelle casse delle grandi banche d’affari – e precisamente di JPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs and Morgan Stanley – a partire dal settembre 2008. In altre parole, si spaccia per “socialismo” il bailout dei capitalisti, i quali sono notoriamente grandi sostenitori delle leggi del mercato soltanto quando c’è il segno più nel listino di borsa. Se non si mettono paletti semantici, “socialismo” diventa tutto e il contrario di tutto.
7. Lei questi paletti dove li metterebbe?
Intanto toglierei quelli già piantati nei posti sbagliati. La distorsione del concetto di socialismo deriva dal fatto che si analizza lo spettro politico-economico con uno strumento concettuale inadeguato, semplicistico, quasi puerile, che è la dicotomia Stato-mercato, o pubblico-privato. Inadeguato anche perché non esiste sulla faccia della terra un sistema tutto pubblico o tutto privato. Questi sistemi esistono soltanto nel mondo delle idee. Tutte le economie reali sono miste. Gli USA, emblema mondiale del liberismo, hanno aziende private con un solo committente: lo Stato. Queste aziende stanno sul mercato per modo di dire. Anche l’economia dell’URSS, l’economia di piano par excellence, era in realtà un’economia mista. Dunque, la vera questione non è appiccicare etichette, ma decidere dove si posiziona l’asticella e a che scopo. Capita invece che per molte persone il socialismo sia quel sistema dove non c’è più mercato, o dove non ci sono più imprese private, o dove tutti guadagnano lo stesso stipendio a prescindere dai meriti, o dove addirittura non c’è più la proprietà privata, per cui una persona non può possedere nulla, che sia un’automobile o una abitazione. Queste sono le fesserie che i regimi capitalisti hanno propagandato per decenni, evidentemente con grande successo. Ormai la gente pensa in termini digitali: uno/zero. Non riesce più a pensare la complessità, a ragionare in termini gradualistici. L’idea che ci siano due sistemi radicalmente opposti, e che se si lascia uno si deve sposare l’altro, è funzionale al mantenimento dello status quo. Si fa passare l’idea che la scelta sia tra la collettivizzazione forzata e integrale dell’economia, incentrata sul completo possesso dei mezzi di produzione da parte dello Stato, e il liberismo puro, incentrato sulla privatizzazione totale dell’economia. Se non sei favorevole al liberismo, allora sei un collettivista radicale. Due sistemi – lo ripeto – che esistono solo nell’Iperuranio.
8. Tolti i paletti da una parte, bisogna metterli da un’altra. Veniamo allora alla pars construens. Che fare?
A mio avviso, i socialisti debbono fare innanzitutto una battaglia culturale per fare capire alla gente che la questione dirimente del socialismo non è la scelta tra pubblico e privato – una dicotomia che porta paradossalmente a qualificare come socialista il salvataggio del sistema finanziario a spese dei lavoratori e dei pensionati. La vera questione del socialismo è quella posta da Karl Marx: è la questione del plusvalore. Il socialismo ha dunque due problemi chiave da risolvere. Il primo è la graduale riduzione (e, idealmente, la totale estinzione) del lavoro salariato e dunque del plusvalore, che è misura matematica dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il secondo è la difesa del sistema socialista – o di quei germi di socialismo che sono già stati attivati nel sistema-paese – dall’incessante assalto del capitale. Questo assalto è comunque sempre sostenuto dagli apparati statali dei paesi guidati dalle oligarchie finanziarie. Perciò l’attenzione non può andare solo alle questioni economiche, ma deve incentrarsi anche sul contesto geopolitico. Per andare verso il socialismo, è necessario puntare su un’economia mista, ma con precise caratteristiche, che – seppure con sfumature diverse – sono state ben delineate in tutto il corpus della dottrina socialista: in quella di Marx ed Engels come in quella di Proudhon e Owen. Innanzitutto, lo Stato deve essere in possesso della banca centrale e controllare l’emissione della moneta. È assurdo avere una banca centrale privata che è arbitro e giocatore allo stesso tempo. Sembra un’ovvietà, ma in Italia come negli USA la banca centrale è privata. Ci sono privati cittadini che stampano moneta, al costo della carta e dell’inchiostro, e questo prodotto ha corso legale, ovvero non può essere rifiutato dai consumatori. Posso rifiutare di acquistare una Coca Cola, ma non posso rifiutare gli euro o i dollari. E tanta gente non sa neppure che si tratta di un prodotto (almeno in parte) privato. Non è così in tutti i paesi, ma questo significa soltanto che il tasso di capitalismo di paesi come l’Italia o gli USA è superiore al tasso di capitalismo di altri paesi. In secondo luogo, lo Stato deve avere la proprietà delle grandi aziende strategiche, in particolare dell’industria militare e dell’energia, le quali non possono essere in mano a soggetti privati, che metterebbero il profitto personale davanti al bene comune, né tantomeno possono appartenere ad azionisti stranieri. Pubbliche debbono essere naturalmente le forze dell’ordine e le forze armate. Pubbliche debbono essere le scuole – ove si forma il senso della comunità – e le aziende sanitarie che offrono i servizi pagati dalla collettività. I servizi sanitari in convenzione dovrebbero essere sostituiti da servizi pubblici. Non dobbiamo poi scordare che il settore pubblico non si riduce allo Stato. Ci sono anche le amministrazioni locali e, in particolare, i Comuni. Ovunque non è possibile la concorrenza, è assurdo lasciare la gestione di un bene scarso ad un privato. I monopoli privati debbono essere smantellati. I beni comuni, come l’acqua o l’illuminazione cittadina, devono essere gestiti da aziende municipali.
9. E fin qui ci ha prospettato un’idea di socialismo in linea con le idee di tanti militanti della sinistra e sempre all’interno della classica dicotomia pubblico-privato. Dov’è la differenza della sua visione rispetto allo stereotipo della sinistra statalista?
I socialisti – non solo quelli riformisti ma anche quelli rivoluzionari – hanno sempre evidenziato che sarebbe un errore colossale togliere completamente di mezzo l’iniziativa privata. E infatti nemmeno l’URSS o la Cina l’hanno fatto. Nella costituzione dell’URSS era scritto a chiare lettere che vicino alle aziende di Stato, anche le ditte individuali e le aziende cooperative potevano funzionare e proliferare. Nell’articolo 5 si legge che «la proprietà socialista nell’URSS ha la forma di proprietà di Stato oppure la forma di proprietà cooperativa», mentre nell’articolo 9 si chiarisce che «accanto al sistema socialista dell’economia, che è la forma economica dominante nell’URSS, è ammessa dalla legge la piccola azienda privata dei contadini non associati e degli artigiani, fondata sul lavoro personale, escludente lo sfruttamento del lavoro altrui». Questo doveva impedire lo scenario distopico prospettato da Leon Trotsky: «In un Paese in cui lo Stato è il solo datore di lavoro, il vecchio principio chi non lavora non mangia è sostituito da quest’altro: chi non si sottomette, non mangia». O anche da Proudhon, che rimarcava come «la soppressione della concorrenza economica significa la soppressione della libertà stessa». È vero che i paesi dell’Est hanno sofferto la mancanza di prodotti, durante il comunismo. Tutti noi abbiamo sentito parlare delle lunghe file per comprare la carne e altri prodotti razionati. Questo esito è certamente frutto di inadeguate programmazioni pubbliche e di insufficiente iniziativa privata, ma forse il problema principale era la paucità del commercio con l’estero, la chiusura ermetica dei confini. La Cina di Deng Xiaoping non ha commesso questo errore. Basta consentire il commercio, o creare una zona di libero scambio sufficientemente ampia (come potrebbe essere appunto la piattaforma eurasiatica), per evitare lo scenario degli scaffali vuoti. Se quello che conta è eliminare l’espropriazione del plusvalore, e non l’impresa o la proprietà privata tout court, ovunque la concorrenza è possibile, si può e si deve lasciare spazio ai liberi imprenditori. Gli individui possono dare molto alla comunità in termini di creatività e iniziativa. Bisogna soltanto evitare che si creino degli imperi economici più potenti dello Stato stesso, ovvero delle oligarchie finanziarie che finiscono per tenere in scacco l’intera comunità. La strada maestra per evitare questo scenario è proprio l’eliminazione del lavoro salariato. Questa soluzione consente di prendere due piccioni con una fava: si elimina lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e insieme la possibilità di un capovolgimento dei rapporti di forza tra Stato e imprenditori. È evidente che il lavoro salariato non può essere eliminato dal giorno alla notte, ma si possono avviare politiche che conducono alla sua graduale estinzione, affinché i privati che restano attivi sul mercato siano soltanto lavoratori autonomi e società cooperative.
10. È uno scenario realistico?
La crisi economica è una terribile tragedia per tanti cittadini, ma potrebbe anche essere una grande occasione per avviarsi su questa strada. Per esempio, le aziende che falliscono (pare che in Italia siano mille al mese, mentre milleseicento sono le aziende che ogni giorno chiudono l’attività) potrebbero essere date in autogestione ai lavoratori, con regime fiscale agevolato. Lo so che sembra un paradosso, ma si potrebbe arrivare ad avere un’economia “socialista” in cui il gioco catallattico è per la maggior parte appannaggio di soggetti privati. Chi allarga la propria azienda dovrà cercare soci, piuttosto che dipendenti, ma nulla impedisce che il settore privato cresca a scapito del pubblico. Quand’anche la maggior parte del PIL fosse prodotta da lavoratori autonomi e cooperative, in un contesto di competizione regolata, saremmo comunque in presenza di un’economia socialista. Non ci sarebbe uguaglianza, perché i più capaci guadagnerebbero di più, ma nemmeno sfruttamento. Sicuramente non avremmo una situazione come quella attuale, in cui i top manager delle grandi aziende guadagnano fino a mille volte i salari dei dipendenti. Per quanto riguarda la questione della “disuguaglianza” che viene inevitabilmente prodotta dalla concorrenza, non dobbiamo scordare che lo stesso Marx criticava come primitivi quegli agitatori sociali che riducevano il socialismo all’uguaglianza dei salari. Riassumendo, il socialismo che ho in mente – e che non è poi così distante dalla dottrina e dai casi storici – è una società in cui diversi soggetti sono attori economici: lo Stato, i Comuni e i cittadini privati, autonomi o associati in cooperative. È un sistema che, attraverso opportuni strumenti di ingegneria sociale, punta esplicitamente a generare un equilibrio virtuoso tra senso della comunità e libertà individuale dei cittadini, affinché il potenziamento dei singoli membri si risolva in potenziamento complessivo della comunità.
11. Tra le nuove tecnologie del XXI secolo quali sono quelle che dovrebbero giocare un ruolo fondamentale – come l’elettricità per Lenin all’inizio del XX secolo – all’interno di un programma politico-economico di stampo socialista?
Lo scenario che prospetto diventerà via via più realistico proprio con lo sviluppo delle tecnologie. Nel XIX secolo, si vedeva la grande industria soppiantare ovunque le piccole aziende, perciò si prevedeva il dominio assoluto della tecnologia in grande scala, la cui proprietà non poteva che concentrarsi in poche mani. Se non erano quelle dell’oligarchia capitalista erano quelle dei dirigenti del partito comunista. Oggi sappiamo invece che computer e sistemi robotici consentono anche a piccole aziende di essere competitive. Se le abitazioni e le aziende diventeranno anche autonome dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico, per esempio tramite lo sviluppo del solare, questo trend si rafforzerà. Un’ulteriore spinta in questo senso potrebbe venire dalla nanotecnologia. D’altro canto, le nuove tecnologie informatiche consentono oggi di fare funzionare molto meglio anche quella porzione dell’economia in grande scala affidata ai piani industriali e alla mano pubblica. Un conto è programmare l’economia di uno Stato-continente come l’URSS con carta e penna, o magari telefoni e telescriventi, e un conto ben diverso è poter utilizzare una rete di computer sempre più potenti. Sono convinto, comunque, che le innovazioni davvero cruciali del XXI secolo saranno le tecnologie del potenziamento umano. Il motivo è presto detto. Poiché – almeno da un punto di vista biosociologico – gli uomini non sono tutti uguali, nella semplicistica dicotomia Stato-mercato, che oggi pare vincolare tutti i ragionamenti politico-economici, c’è un errore ancora più profondo e macroscopico di quello che abbiamo finora evidenziato. L’idea di calare dall’alto un sistema tutto pubblico o tutto privato, su qualsiasi popolazione, nella speranza di mettere in forma un certo tipo di società è una vera e propria assurdità. Non può funzionare, a prescindere dal fatto che il modello sia il comunismo o il capitalismo, la democrazia o l’autocrazia. Se il socialismo della Cambogia non è il socialismo della Svezia, dipende anche dal fatto che i cambogiani non sono gli svedesi. Se il capitalismo del Sudan non è il capitalismo dell’Inghilterra dipende anche dal fatto che i sudanesi non sono gli inglesi. Così, se una popolazione ha maturato un’idea forte della libertà individuale, non gli puoi calare sopra una autocrazia e farla diventare la Russia degli Zar. E, se un popolo si aspetta che tutte le soluzioni vengano dall’alto, non gli puoi calare sopra una costituzione democratica, pensando che diventi ipso facto la Svizzera. Di tutto questo si deve tenere conto quando si intende riformare una società. La riforma, la “nuova forma”, deve tenere conto del materiale umano. Se mi concede una metafora calcistica, il gioco espresso da un squadra non è solo questione di modulo. L’allenatore pessimo è quello che pensa al modulo – a zona o a uomo, una punta o due punte, difesa a tre o a quattro – senza chiedersi se ha i giocatori adatti al gioco che ha in mente. L’allenatore ottimo sceglie invece il modulo che esalta le capacità tecniche dei giocatori di cui dispone. Se è anche una questione di giocatori, bisogna prima di tutto formare i giocatori. La qualità dell’educazione, a tutti i livelli, è quindi fondamentale. Ma non basta. Bisogna andare oltre, perché le capacità cognitive e le qualità caratteriali dipendono anche dal sostrato biologico e non solo dal contesto culturale. Le moderne biotecnologie sono perciò la vera chiave di volta.
12. Quale potrebbe essere il ruolo della biomedicina in una società socialista?
Come detto, la società socialista – se non è il ritorno al medioevo prospettato dai falsi socialisti – deve giocoforza essere una realtà dinamica, calda, in evoluzione, in eterno divenire, dove i lavoratori sono in grado di autogestire le fabbriche e di autogovernarsi, sviluppando la propria individualità senza perdere il senso di appartenenza alla comunità. Per questo servono persone intelligenti e dotate di forza di volontà. Credo che il proletariato, se vogliamo ancora chiamarlo così per motivi sentimentali, oggi si lasci soggiogare dai poteri forti, perché è debole dal punto di vista intellettivo, fisico e caratteriale. Secondo uno studio recente di Michael A. Woodley, Jan te Nijenhuis e Raegan Murphy, il quoziente d’intelligenza degli occidentali sarebbe calato di ben 14 punti nell’ultimo secolo. Se questo è vero, i cittadini a cui si rivolgevano Marx ed Engels, nell’età vittoriana, erano mediamente più intelligenti di quelli che sono in circolazione oggi. È vero che la storia non si scrive con i se, ma chissà… forse i nostri bisnonni, se fossero al posto nostro, farebbero saltare il banco per molto meno di quello che accade oggi. Oggi la massa dei precari si beve qualsiasi promessa e si fa sfruttare in modo vergognoso dalle multinazionali e dai governi. Perché è calata l’intelligenza media degli occidentali? Da un lato c’è il solito discorso che le persone più intelligenti fanno pochi figli o non ne fanno, mentre quelle poco intelligenti si riproducono senza sosta e vengono pure aiutate a farlo. Alla lunga il patrimonio genetico di una comunità si degrada. Il motivo per cui Trotsky proponeva di affiancare all’equa distribuzione delle risorse una seria biopolitica è proprio questo. Ma i liberisti sbagliano quando danno la colpa del degrado genetico solo al welfare state. Non dobbiamo dimenticare che nel XX secolo ci sono stati due eventi disgenetici di colossali dimensioni in Europa: la prima e la seconda guerra mondiale. Milioni di maschi adulti abili alla leva sono stati mandati al massacro, mentre a casa e nelle retrovie venivano lasciati gli inabili e i raccomandati a riprodursi. Questo è un fenomeno su cui si riflette poco. Io credo che per ricostruire non solo la sinistra, ma la società nel suo complesso, si debbano innanzitutto potenziare geneticamente le donne e gli uomini, con i nuovi mezzi offerti dalle biotecnologie, a cominciare dallo screening genetico preimpianto e dalla fecondazione in vitro, per arrivare magari alla transgenesi umana. Bisogna accrescere quello che il partito comunista cinese chiama “biopotere”. Su questo si può poi innestare una politica educativa d’avanguardia, per ottenere una maggiore qualità umana complessiva. Qualcuno potrebbe pensare che stiamo dando i numeri, vagolando nei sentieri della fantascienza. Invito allora a leggere il rapporto Global Trends 2030: Alternative Worlds, redatto dal National Intelligence Council degli USA. E non credo che io debba spiegare qui che cos’è il NIC. Ebbene, uno degli scenari presi in seria considerazione dal rapporto è che l’accesso ineguale alle biotecnologie del potenziamento umano produrrà nel 2030 (fra meno di vent’anni!) l’inizio di una biforcazione del percorso evolutivo della specie umana. Per cui avremo non due classi sociali, ma due diverse specie. In altre parole, al termine del XXI secolo, non avremo più una lotta di classe, ma eventualmente una lotta di specie. Allora il motto socialista deve oggi essere aggiornato. Non più «Proletari di tutto il mondo unitevi!», ma piuttosto «Proletari di tutto il mondo potenziatevi!».
13. Su questo giornale guardiamo con attenzione e ammirazione al grande sviluppo della Repubblica Popolare Cinese e al suo “socialismo armonico di mercato”, secondo i principi riformatori introdotti nel PCC da Deng Xiaoping alla fine degli anni ‘70. Dall’ardito programma spaziale a quelli sull’ingegneria genetica, i cinesi procedono molto speditamente verso un futuro ricco di nuove sfide ed opportunità offerte dal progresso tecnico-scientifico, non condizionati dalle fobie delle sinistre occidentali o lacerati dalle battaglie bioetiche delle destre conservatrici, entrambe così tipiche in Europa e negli USA. Quali sono, secondo lei, le ragioni e quali le lezioni che possono trarre i partiti socialisti occidentali dall’apertura mentale, dal pragmatismo e dalla serenità con la quale la Cina affronta le questioni legate alla scienza, alla tecnica e alle nuove tecnologie?
Lo psicologo cognitivista Geoffrey Miller, pochi mesi orsono, ha scritto che la Cina, negli ultimi trent’anni, ha messo in campo il più grande e riuscito programma eugenetico del mondo. E ora ha deciso di accelerarlo. Mentre noi stiamo discutendo se una blastocisti sia o non sia una persona, o se si debbano tagliare (ancora?) i fondi alla ricerca per salvare le banche, la Cina procede speditamente nel programma di potenziamento umano a cui accennavo sopra. I quattromila ricercatori della BGI-Shenzhen hanno molti più sequenzatori DNA di ultima generazione di chiunque altro nel mondo, e stanno sequenziando più di cinquantamila genomi all’anno. La BGI ha recentemente acquistato l’azienda californiana Complete Genomics per diventare il principale rivale di Illumina. Ma soprattutto, ha lanciato il Cognitive Genomics Project. È in corso il sequenziamento completo del genoma di mille persone di tutto il mondo dotate di un alto quoziente di intelligenza, per scoprire i gruppi di alleli legati all’intelligenza. Utilizzando il metodo della selezione pre-impianto degli embrioni, i cinesi potrebbero accrescere il quoziente di intelligenza in ogni famiglia cinese da cinque a quindici punti per ogni generazione. In un mondo globalizzato, dopo un paio di generazioni, per la competitività occidentale – in campo scientifico, economico, militare e sportivo – sarebbe la fine. Ora, non voglio dire che la Cina sia un paradiso, ma certamente su diverse questioni qualcosa da imparare ce l’abbiamo. Per esempio, potremmo alzare in Europa l’asticella della disciplina e del senso civico. È piuttosto noto che in Italia molte risorse si perdono a causa dello spreco e della corruzione. Invece di finanziare la scuola e la ricerca, i governi locali e nazionali ingrassano le clientele. I casi di corruzione che affliggono il nostro paese riempiono i giornali e sistematicamente gli indagati si lamentano della gogna mediatica, delle persecuzioni giudiziarie, o dei pochi anni di carcere che sono costretti a fare. Hanno un’incredibile faccia tosta. Se in Italia c’è un problema non è certo la mancanza di garanzie. Piuttosto il problema è l’irrisorietà e la non certezza della pena, a fronte del danno enorme ai danni della collettività. Anche chi è stato riconosciuto colpevole di corruzione, dopo tre gradi di giudizio, è stato colpito da pene ridicole o è sfuggito al carcere grazie a prescrizione, grazia, indulto, amnistia, affidamento ai servizi sociali o arresti domiciliari in ville faraoniche. Non parliamo di gente che ha rubato una mela o ha fatto una leggerezza, ma di gente che sistematicamente sottrae milioni di euro ai bilanci pubblici, per usi personali. Questa impunità è una delle cause principali della debolezza italiana. I soldi che sprecano i corrotti sono tolti alla ricerca e allo sviluppo, alla scienza e all’industria, al lavoro e alla sicurezza, alla sanità e all’educazione. Ai protagonisti del malaffare italiano ricorderei che in Cina, chi si macchia di corruzione, concussione, appropriazione indebita o evasione fiscale viene fucilato. Oppure, se il giudice dispone un trattamento umanitario, viene soppresso con un’iniezione letale e i suoi organi vengono espiantati per curare i malati, affinché il corrotto si renda utile alla comunità almeno dopo la morte. Non dico che dobbiamo arrivare a questi livelli, ma finché non avremo uno Stato capace di punire duramente i parassiti e premiare i lavoratori produttivi, il declino continuerà inesorabile.
14. Più volte su questo giornale abbiamo sottolineato le negatività conseguenti alla sudditanza politico-militare dell’Italia e dell’Europa agli Stati Uniti d’America, e le sue ricadute negative anche per lo sviluppo industriale e tecnico-scientifico della nazione. Crede che questa ragione geopolitica possa essere utile per spiegare il ritardo accumulato dall’Italia in molti settori innovativi e ad alta tecnologia e lo scarso interesse della sua classe politica in merito a questi temi? O ce ne sono secondo lei altre più rilevanti?
Premetto che noi dovremmo rivolgere le nostre critiche non tanto agli Stati Uniti d’America quando al “governo americano”, il quale più che rappresentare il “popolo americano” rappresenta la classe dominante di quel paese. Il socialismo ci insegna a ragionare anche in termini di classi sociali e non solo di popoli. Un paese in cui eleggere il presidente costa ormai sei miliardi di dollari, dove i ricchissimi (l’1% della popolazione) possiedono un terzo del patrimonio complessivo e i ricchi (il 10%) possiedono il 70% della ricchezza nazionale, dove sessanta milioni di cittadini sono esclusi dal servizio sanitario e due milioni di cittadini sono in carcere è una democrazia fino a un certo punto. Conosco moltissimi cittadini americani apertamente critici verso il sistema e, se vogliamo cambiare qualcosa in Europa e nel mondo, dobbiamo evitare un consolidamento tra classe dominante e dominata. Criticando gli “americani” in senso lato, facciamo soltanto il gioco dell’elite finanziaria che guida quel paese, che scientemente sventola da sempre lo spauracchio del nemico esterno per ottenere la fedeltà della classe media e del proletariato. Se gli USA sono stati coinvolti in almeno duecento tra guerre e campagne militari, dalla fondazione ad oggi, non è certo un caso. Gli USA sono in uno stato di guerra permanente contro il mondo esterno per evitare di sfaldarsi. Si costruisce artatamente un patriottismo della paura, per evitare l’esplodere del conflitto interno tra le classi sociali, le tante etnie, i tanti gruppi religiosi. Per venire alla sua domanda, non mi stupisce il fatto che un paese che ha perso una guerra si trovi temporaneamente in uno stato di subalternità nei confronti della potenza vincitrice. È nella natura delle cose. Tuttavia, ci sono due aspetti dei rapporti Italia-USA che mi lasciano alquanto perplesso. Il primo è che lo stato di subalternità più che temporaneo sembra permanente. Dura da settanta anni. Alla fine della guerra fredda si pensava che sarebbe cessato. In fondo i russi si sono ritirati dai cosiddetti “paesi satelliti”. Invece, gli americani non solo non si sono ritirati dall’Europa occidentale, ma hanno aperto nuove basi in quella orientale. Il secondo aspetto che mi rende perplesso è che i tentativi di svincolarsi dalla tutela dei vincitori, che sono anch’essi nella natura delle cose, si sono registrati più in passato che oggi. Oggi la classe politica italiana sembra più rassegnata di quella della Prima repubblica, dove potevamo avere un Giulio Andreotti che faceva una politica apertamente filo-araba, un Aldo Moro che portava i comunisti al governo o un Bettino Craxi che schierava l’esercito a Sigonella. Oggi, gli italiani, gli europei, vengono spiati, svillaneggiati, trattati con sufficienza, e invece di reagire come dovrebbero – mostrando di avere un minimo di orgoglio – si umiliano ulteriormente, arrivando a violare leggi internazionali e protocolli diplomatici per eseguire gli ordini di Washington. Mi riferisco al caso del presidente boliviano Evo Morales, dirottato a Vienna, dopo che Italia, Spagna, Francia e Portogallo hanno negato l’autorizzazione al sorvolo, sulla base del sospetto che trasportasse il dissidente Edward Snowden. Si tratta di un caso enorme, prontamente relegato in penultima pagina dai giornali di sistema. I latino-americani evidentemente hanno la schiena più dritta di noi, dato che hanno convocato i nostri ambasciatori e hanno offerto asilo a Snowden. Il comportamento di Enrico Letta ed Emma Bonino non mi stupisce, a dire il vero, perché conosciamo la biografia di questi signori. Ma noi cittadini non possiamo non provare un senso di vergogna, quando vediamo i nostri rappresentanti politici genuflettersi di fronte ad uno Stato straniero che fa palesemente i propri interessi, a scapito dei nostri. È evidente infatti che gli USA agiscono a beneficio dell’economia nazionale, mentre la nostra classe dirigente è incapace di difendere imprenditori e lavoratori. La ragione ultima di questo riprovevole comportamento non la conosciamo. Possiamo pensare che i nostri politici siano ricattati, dato che lo spionaggio ha proprio questo fine. Oppure sono semplicemente pavidi, impreparati, geneticamente gregari, o pagati. Ma quale che sia la ragione, se agli italiani è rimasto un minimo di dignità, che siano di destra o di sinistra, al prossimo appuntamento elettorale, non dovrebbero dare un solo voto ai rappresentanti di questo governo e alle forze politiche che lo sostengono. L’Italia e l’Europa hanno bisogno di essere guidate da statisti, non da servi.
15. Potrebbe entrare più nello specifico, facendo magari qualche esempio, per spiegare in che senso la subalternità geopolitica può risolversi in un danno per l’industria nazionale, lo sviluppo tecnologico, l’occupazione?
Possiamo per esempio richiamare alla memoria quanto è accaduto negli anni sessanta, se non altro perché paghiamo ancora le conseguenze di quei fatti. Negli anni sessanta c’è il miracolo economico. Non solo cresce l’industria, ma la scienza italiana si dota di strutture all’avanguardia che promettono di mantenerla alla pari con gli altri paesi occidentali. Un esempio è il Nobel attribuito a Giulio Natta che – si badi – ottiene il premio lavorando in Italia e presentando i risultati all’Accademia dei Lincei, mentre gli altri (pochi) premi nobel italiani del dopoguerra sono stati ottenuti lavorando all’estero. Nel triennio 1962-1964 accade però qualcosa che blocca tutti i programmi di ricerca più avanzati e immette l’Italia “sulla via del sottosviluppo”, per usare un’efficace espressione di Toraldo di Francia. Le nostre università diventano solo “di insegnamento” e non più “di ricerca”. Le stesse grandi aziende pubbliche si disimpegnano. Qui, per capire quello che è successo, dobbiamo affiancare alla storia della cultura anche l’analisi geopolitica. L’orientamento luddista dell’intellighenzia comunista è solo una con-causa di quanto accade. Diciamo che il PCI, forse perché influenzato da alcuni suoi intellettuali che fanno ormai un’equazione tra capitalismo e tecnologia, non fa la necessaria opposizione. Tuttavia, non dobbiamo scordare che al potere in Italia, in quegli anni, c’è la DC, con la sponda del PSDI di Saragat. La DC decide a riguardo delle politiche di ricerca e dei finanziamenti alle università e alle aziende pubbliche d’avanguardia. E decide in una situazione di sovranità limitata: l’Italia è soltanto un elemento del quadro geopolitico deciso a Yalta. Ebbene, la ricerca tecno-scientifica italiana riceve in quegli anni quello che Enrico Bellone, ne La scienza negata, definisce “il colpo di maglio”. Nel 1962 muore Enrico Mattei e con lui il progetto di approvvigionamento energetico autonomo dell’Italia. Su questo caso non spenderò troppe parole, perché è piuttosto noto. Non ci sono prove certe che si sia trattato di un omicidio su commissione, ma ben pochi credono all’incidente. Meno noti sono altri fatti. Il 10 agosto del 1963 Saragat lancia un’offensiva mediatica contro il CNEN – l’ente pubblico che gestisce il programma nucleare – che sfocierà nell’arresto del direttore Felice Ippolito, il quale rimarrà in carcere quattro anni, fino a quando non sarà graziato dalla stessa persona che lo aveva rovinato. A concedere la grazia sarà infatti lo stesso Saragat, nel frattempo premiato con la Presidenza della Repubblica. Sempre nel 1964 viene arrestato il chimico Domenico Marotta, direttore dell’Istituto Superiore della Sanità, che aveva approntato un programma avanzatissimo per l’Italia nel campo della medicina e della farmacologia. E qui alla campagna denigratoria collabora l’Unità. Questa è stata la Caporetto della scienza italiana, dalla quale non ci siamo più ripresi. Qui concorrono gli interessi di grandi gruppi industriali e petroliferi stranieri e la pochezza della nostra classe politica che per interesse, insipienza, irresponabilità, subalternità, o amor di quieto vivere si è prestata a questi giochi. Le accuse si riveleranno infatti ridicole: Marotta verrà assolto e Ippolito – dopo molti anni di carcere – vedrà le accuse ridimensionarsi ad irregolarità amministrative. Ma i programmi di ricerca e i relativi finanziamenti non verranno più riattivati. Per un po’ abbiamo retto alla concorrenza straniera grazie alla svalutazione competitiva. Poi, quando siamo entrati nella zona Euro, è finita la festa. Se l’Italia è ferma da vent’anni in termini di PIL è anche per queste ragioni, delle quali nel talk show non si parla mai. Possiamo dare la colpa agli americani di tutto questo? Sì e no. Sappiamo bene chi ha finanziato la “scissione di Palazzo Barberini”, nel 1947. La fuoriuscita del PSDI di Saragat dal PSI, allora filosovietico, è stata il viatico per l’ingresso dell’Italia nella NATO. Tutto il resto è conseguenza. Ma gli USA fanno semplicemente il proprio mestiere di superpotenza, fanno i propri interessi nazionali o quelli delle proprie oligarchie. È normale che cerchino di stabilire un’egemonia. La colpa del nostro declino va piuttosto ricercata nella mollezza delle nostre classi dirigenti, che hanno rinunciato a difendere la scienza e l’industria nazionale. Non dubito che la situazione fosse difficile. I giocatori in campo non erano partecipanti a un ballo di gala: servizi segreti, mafie, logge coperte, gruppi terroristici di destra e di sinistra, organizzazioni paramilitari e paralegali. Ci sono stati molti morti in Italia. Mi chiedo però se ora dobbiamo andare avanti così e arrivare al default, vittime di una classe politica prigioniera di ricatti incrociati, o se possiamo finalmente scrollarci di dosso tutto questo marciume e ripartire, ricostruendo la società sulle fondamenta solide della scienza, della tecnica, dell’industria.
16. In genere, queste ricostruzioni vengono irrise come “teorie della cospirazione”. Immediatamente, la cultura allineata lancia l’accusa di complottismo e chiude il discorso. Possiamo portare prove concrete?
Le dirò che anche a me fanno sorridere molte teorie della cospirazione. Tra l’altro, essendo il fondatore dell’Associazione Italiana Transumanisti – che è invariabilmente collegata a illuminati e massoni, Bilderberg e servizi segreti, nazismo esoterico e rosacrociani, culti luciferini e ordini templari, e chi più ne ha più ne metta – mi rendo conto che tanti blogger farebbero bene a scrivere romanzi gialli o di fantascienza, piuttosto che proporsi come araldi della libera informazione. Qui però la situazione è diversa. Non parliamo di fantomatiche organizzazioni segrete, ma di Stati-nazione. Partire dal presupposto che le superpotenze facciano i propri interessi è sano realismo geopolitico. Piuttosto, a credere alle favole è chi parte dal presupposto che sullo scacchiere mondiale c’è il buon samaritano che pensa al bene di tutti. Inoltre, la storia dimostra che i complotti esistono veramente. Il Watergate, l’Irangate, e ora il Datagate, non sono invenzioni di qualche blogger stralunato. Sono fatti. Dopo l’11 settembre sono state irrise tante teorie complottiste. Io non so se il teorema dell’inside job abbia fondamento o meno, ma so che la più grande teoria della cospirazione che io abbia mai sentito (ovvero una teoria falsa, inventata ad arte per difendere interessi materiali e ideologici) l’hanno elaborata gli anglo-americani e si può riassumere così: l’Iraq di Saddam Hussein ha organizzato l’attentato alle Torri gemelle insieme ad Al Quaeda e, in subordine, possiede armi di distruzione di massa. Allora, o George Bush e Tony Blair (e il nostro Berlusconi a rimorchio) sono dei complottisti lunatici, degli allucinati, dei dilettanti allo sbaraglio, dei paranoici, o sono – come ha scritto tempo fa anche Marco Pannella – dei criminali di guerra che meritano di essere processati davanti a una corte internazionale. Ma al di là dei singoli episodi di Ippolito e Marotta, che potrebbero in effetti anche essere interpretati diversamente, a noi pare di dire una verità lapalissiana quando diciamo che, come qualunque altro paese ambizioso, gli USA agiscono sulla base dei propri “interessi nazionali”, che coincidono con quelli della sua classe dominante, ovvero dell’oligarchia economico-finanziaria di Wall Street. E come qualsiasi paese guidato da persone scaltre, non ti mette la cruda verità davanti agli occhi, ma ti dice che agisce “per il bene dell’umanità” e dunque anche per il tuo bene, che tu sia il Cile o il Burundi, l’India o l’Italia. È ovvio che si tratta di propaganda. Anche questo fa parte del gioco diplomatico-militare. Il governo americano si riempie la bocca di “diritti umani” e poi ordina il rapimento di liberi cittadini e li fa rinchiudere a Guantanamo, senza processo per decenni. Il governo americano giura all’Europa eterna amicizia e poi fa spiare “i più fedeli alleati” o li tratta come nullità assolute. Se però un paese alleato o non allineato osa parlare di “interessi nazionali”, viene immediatamente accusato di nazionalismo o addirittura di fascismo. Il muro costruito a Berlino dai sovietici era il simbolo del male, quello che costruiscono gli americani sul confine con il Messico o gli israeliani in Palestina è invece legittima difesa dei confini nazionali. Se gli USA arrestano gli immigrati clandestini che varcano il muro stanno semplicemente applicando leggi democratiche, se invece gli italiani danno un decreto di espulsione ai clandestini sono fascisti. È un doppio standard, una doppia morale, di cui gli USA sono da sempre maestri.
17. Eppure, c’è chi continua a ripetere che gli USA pensano al bene dell’umanità e dell’Europa. L’Italia nega l’asilo politico a Snowden. La stampa minimizza…
Per capire che parliamo di fatti, è sufficiente leggere le mail e i documenti usciti grazie a Wikileaks e al Datagate, a Julian Assange e ad Edward Snowden. Prima che uscisse questa massa di dati, potevo ancora capire chi credeva alla propaganda statunitense, ma oggi… Questa rimozione della realtà, nei casi in cui non esistono interessi materiali diretti o ricatti, può avere soltanto una spiegazione psicologica. A chi ha creduto per anni alle favole non resta che minimizzare o proseguire con l’accusa di complottismo. Cambiare linea significherebbe ammettere la propria ingenuità. Nessuno ammetterà mai di essere un fesso. D’altronde, per scoprire il ruolo di subalternità dell’Europa non serve nemmeno andare a frugare nei dati pubblicati da Wikileaks. Nell’ultima campagna elettorale, uno dei punti del programma di Mitt Romney era dare agli USA “l’esercito più potente del mondo”, per garantire la prosperità e la sicurezza della nazione. Che succederebbe se un leader europeo dicesse che vuole dare all’Europa l’esercito più potente del mondo? Non è difficile immaginare i pianti isterici degli opinionisti di sistema. Angela Merkel: “Voglio dare alla Germania l’esercito più potente del mondo!”. Grande scandalo! Attentato alla pace mondiale! Violazione dei diritti umani! Ebbene, se uno può e l’altro non può, significa che uno è padrone e l’altro servo. Obama non punta ad avere l’esercito più potente del mondo, perché si accontenta del sistema di spionaggio più invasivo del pianeta. Ora c’è chi dice: è normale che gli USA ci spiino, per loro siamo un paese straniero, altrimenti a che servono i servizi segreti? D’accordo, allora noi europei che facciamo per spiare gli USA, al fine di avvantaggiare le nostre industrie e le nostre forze armate? Abbiamo un programma in campo per spiare Barack Obama e Ben Bernanke? Se non l’abbiamo, che li paghiamo a fare i nostri servizi segreti? Il nostro ministro dell’interno lavora per noi o per altri? Se ora non è più tabù parlare di “interessi nazionali”, diciamo finalmente le cose come stanno: è interesse dell’Europa stringere un patto con la Russia e la Cina, per ragioni di sicurezza militare, di approvvigionamento energetico, di apertura di spazi commerciali. Creare una zona di libero scambio con gli USA, dato il sistema di spionaggio in atto, significa partecipare a un gioco truccato.
18. Ha scritto – tra gli altri – un interessantissimo libro sull’etica della scienza, “Etica della scienza pura. Un percorso storico e critico”. Che punti di contatto ci sono tra i valori del socialismo e quelli della scienza pura?
La comunità scientifica poggia su alcuni valori che sono anche pietre angolari del socialismo. Innanzitutto, la comunità scientifica è internazionale, perché il suo prodotto – la scienza – è universale. Esiste una comunità scientifica tedesca ed una cinese, una americana e una australiana, ma esse sono costrette a collaborare, a parlare lo stesso linguaggio, a dialogare, se non altro perché le leggi della fisica sono le stesse in Germania come Cina, sulla Terra come su Marte. Di conseguenza, una teoria scientifica non può che essere giudicata sulla base di criteri impersonali – come la coerenza logica, l’attendibilità di certi protocolli empirici, la capacità esplicativa e predittiva, l’aderenza a precisi standard epistemologici – mentre è del tutto irrilevante la nazionalità, l’etnia, il credo religioso, il sesso, l’età, lo status sociale, l’orientamento politico o qualsiasi altra caratteristica dello scopritore. Inoltre, la scienza si fonda sulla ricerca disinteressata della verità e sul comunismo epistemico. In altre parole, lo scienziato puro – poiché non sa ancora se le sue scoperte avranno applicazioni – cerca la verità non tanto per bramosia di guadagno, quanto per amore della conoscenza; e avverte come un dovere morale la pubblicazione delle proprie scoperte, attraverso l’insegnamento orale o scritto. Cercare qualcosa in modo disinteressato e metterlo a disposizione di tutti realizza, per lo meno nella sfera spirituale, l’ideale socialista che vuole una società in cui ognuno dà secondo le proprie capacità e ottiene secondo i bisogni. Naturalmente, diversa è la situazione dell’invenzione tecnica, che è orientata al profitto o al potere e, non a caso, viene tutelata con il sistema dei brevetti, ma anche in questo caso esistono iniziative in linea con i principi della scienza pura e del socialismo. Per esempio, l’open source. Vorrei però chiarire bene un aspetto. Tutto questo non significa affatto che lo scienziato puro o il socialista debbano essere favorevoli alla creazione di uno Stato mondiale. Questo è un altro dei grandi equivoci generati da una certa interpretazione – che io giudico tendenziosa – degli scritti di Marx. Mi riferisco in particolare all’interpretazione elaborata dall’intellettuale-banchiere liberalsocialista Jacques Attali, nel libro Marx. Ovvero, lo spirito del mondo. Tra l’altro, Attali sembra prefigurare un governo mondiale che regola un mercato globale, in cui non vengono più poste né la questione della proprietà dei mezzi di produzione né la questione del plusvalore. È un socialismo – quello di Attali – che assomiglia tanto al capitalismo, ma senza più alcun guastafeste intorno, che sia un Castro o un Chavez, un Lenin o un Mao. Se Attali vuole sostenere questo piano è liberissimo di farlo, ma non mi pare corretto appellarsi all’autorità di Marx. In realtà, il filosofo di Treviri è un internazionalista, non un mondialista.
19. Eppure, questa tesi trova molto consenso nell’ambito della sinistra moderata, ormai aperta sostenitrice della linea globalista o alterglobalista. Qualche appiglio nella teoria marxiana o marxista ci dovrà pur essere.
Marx era stato ormai messo da parte dalla sinistra moderata. L’aspetto sorprendente è che Attali lo rimette in campo, ma attraverso una rilettura che sterilizza tutta la portata rivoluzionaria del pensiero marxiano. Per venire allo specifico della sua domanda, è vero che in alcuni scritti, come i Manoscritti economico-filosofici del 1844 o La questione ebraica, Marx spiega che finché ci sono l’ebreo e il tedesco, non c’è l’Uomo. L’uomo inizia ad esistere nel momento in cui si estingue l’identità etno-religiosa. Tra le varie identità etno-religiose, quella che Marx vorrebbe estinta più delle altre – anche perché ha sentito in prima persona la necessità di affrancarsi da essa – è quella ebraica. Per Marx, il superamento dell’identità ebraica è fondamentale non solo perché è la più tenace, non solo perché a differenza di altre identità fonde l’aspetto religioso con quello etnico, raddoppiando la forza, ma soprattutto perché questa identità è l’essenza stessa del capitalismo. L’attività commerciale e il prestito a interesse – che sono state per secoli le attività principali degli ebrei europei, quand’anche si ammetta che non è stata propriamente una scelta – sono la negazione più evidente dell’azione disinteressata, rappresentano l’esaltazione finale dell’utilitarismo, sono l’essenza stessa del capitalismo. Sicché, Marx è convinto che gli europei e gli americani, nel momento in cui sono diventati capitalisti, sono diventati ebrei (in termini simbolici si intende). Marx scrive precisamente che: «Non appena la società perverrà a sopprimere l’essenza empirica del giudaismo, il traffico e i suoi presupposti, l’ebreo diventerà impossibile, perché la sua coscienza non avrà più alcun oggetto, perché la base soggettiva del giudaismo, il bisogno pratico si umanizzerà, perché sarà abolito il conflitto dell’esistenza individuale sensibile con l’esistenza dell’uomo come specie». Ma poiché «il cristianesimo è scaturito dal giudaismo» e «il cristiano era fin dal principio l’ebreo teorizzante», mentre «l’ebreo è il cristiano pratico», sopprimendo il giudaismo, si eliminano ipso facto tutte le altre identità etno-religiose dell’occidente. Partendo da queste considerazioni antropologiche, non pochi interpreti hanno pensato che Marx indicasse la necessità della nascita di uno Stato mondiale. Di più, hanno anche concluso che lo Stato mondiale deve essere prima capitalista e solo successivamente diventerà comunista. Il corollario di questa costruzione teorica è che la globalizzazione dei mercati è fondamentalmente “di sinistra”, perché prepara il terreno all’“inevitabile” rivoluzione sociale che genererà il socialismo planetario.
20. Invece…
Invece, la strategia dei movimenti socialisti e comunisti è sempre stata quella esattamente opposta. Prima si creano tanti Stati-nazione socialisti. Poi, quando l’imperialismo non avrà più ragione d’essere e i popoli vivranno in pace, gli Stati – intesi come apparati burocratico-polizieschi – potranno estinguersi. Rimarranno solo come unità economico-amministrative, dato che saranno in possesso di buona parte dei mezzi di produzione. Se così stanno le cose, le repubbliche socialiste potranno associarsi in unioni di comunità indipendenti, ma non potranno dare vita ad uno Stato mondiale – un moloch universale, un Leviatano onnipotente che possiede tutti i mezzi di produzione, gli apparati repressivi e polizieschi, una burocrazia centralizzata, una capitale dove il Politburo del Partito Socialista Mondiale prende decisioni per tutti. Questo non è mai stato il sogno dei socialisti. Né, tantomeno, il sogno dei socialisti è arrivare al Leviatano universale seguendo la via indicata da Attali. Questa visione non regge, né come lettura della realtà, né come interpretazione di Marx. Intanto, è poco credibile che la globalizzazione del capitalismo sia la precondizione di una rivoluzione socialista planetaria. Da questo punto di vista, non posso che dare ragione a Costanzo Preve quando afferma che l’idea della necessità storica della rivoluzione socialista è, oltreché un errore, anche l’idea più funzionale al consolidamento del capitalismo. Le rivolte possono anche nascere in modo spontaneo, ma non per nulla sono sistematicamente represse. Le rivoluzioni debbono essere pianificate, organizzate, ma – soprattutto – assomigliano molto più ad un colpo di Stato che ad un moto di popolo. In questo, forse dovremmo riscoprire l’insegnamento di Auguste Blanqui. Perciò, le rivoluzioni possono funzionare solo in uno scenario delimitato, in piccola scala, quello appunto dello Stato-nazione. Oggi come oggi, è implausibile una rivoluzione socialista che avviene contemporaneamente e allo stesso modo su tutto il pianeta. E, se si aspetta il verificarsi di condizioni favorevoli a questo scenario, si può aspettare anche in eterno. D’altro canto, la tesi di Attali mi pare poco convincente anche come interpretazione del pensiero marxiano. Attali arriva a dire che «il mondo unito è per Marx la sola alternativa possibile al prevalere degli interessi del più forte». Non nego che Marx sogni un mondo senza guerre e senza frontiere, ma ciò non significa che sogni uno “Stato mondiale”. Né questo è mai stato il progetto dell’URSS o della Cina. Per capire che il progetto è diverso, basta ascoltare bene le parole dell’inno sovietico, dove si parla insistentemente di popoli, di patria, di nazione («L’unione indivisibile delle repubbliche libere / La grande Russia ha concepito per sempre / Che viva, creata dalla volontà dei popoli, Unica possente Unione Sovietica! / Gloria, patria nostra libera, amicizia dei popoli, affidabile rifugio! / Il Partito di Lenin, La forza della nazione / Ci guidano al trionfo del Comunismo»). Un’unione di repubbliche libere, fondata sulla pace e la collaborazione tra i popoli è qualcosa di diverso da uno Stato mondiale in cui non esistono più identità nazionali. I popoli possono esistere anche a prescindere dall’identità etno-religiosa, sulla base della lingua che parlano, del territorio che occupano o delle strutture amministrative che si sono dati. D’altronde, se fosse vero quanto scrive Attali, perché mai Marx ed Engels – e sulla scia del loro insegnamento tutti i movimenti operai – hanno sempre appoggiato ogni lotta per «l’autodeterminazione dei popoli»? Che Guevara combatteva per liberare i popoli, non per estinguerli. Nel momento in cui i socialisti si dichiarano internazionalisti e a favore della pace tra i popoli, confermano implicitamente e riconoscono l’esistenza ed il ruolo delle nazioni e dei popoli.
21. I movimenti indipendentisti hanno però non di rado una matrice nazionalistica. Assodato che il movimento socialista non è mondialista, per quale ragione un movimento comunque internazionalista appoggia movimenti nazionalisti?
Se l’internazionale socialista appoggia sistematicamente i movimenti indipendentisti o irredentisti, mentre quasi tutti i movimenti di questa natura – da quello basco a quello curdo, da quello colombiano a quello cinese – si sono posti nell’alveo del socialismo, esiste una ragione ben precisa. Non è per sciovinismo, ovviamente. Piuttosto è per la consapevolezza che gli imperi e gli imperialismi, le situazioni di oppressione, non fanno altro che rafforzare l’identità etno-religiosa degli oppressi e degli oppressori. Ci si chiede a volte, ma perché Marx ed Engels avevano tanto a cuore l’indipendenza dell’Irlanda o della Polonia, se lo scopo del socialismo era quello di abbattere i confini tra gli uomini? Non si fa prima a trasformare in uno Stato socialista l’intero Impero britannico o l’intero Impero Asburgico, invece di spezzettare prima tutto per poi dovere riunire i paesi? Il fatto è che Marx ed Engels vedono il socialismo come un processo che prevede la statalizzazione o la nazionalizzazione dei mezzi di produzione. E, dunque, per compiere questa operazione, serve lo Stato-nazione. È vero che Marx insegna a ragionare innanzitutto in termini di classi sociali, ma insegna anche il realismo. Gli Stati-nazione sono una realtà e di questa realtà si deve tenere conto. Non a caso, il filosofo di Treviri parla sempre in termini di Germania, Inghilterra, Francia, ecc. Gli imperi non possono essere trasformati dall’alto, con una semplice rivoluzione-colpo di Stato. È chiaro che, se gli operai prendono il controllo del centro di un impero, le elite al potere nelle colonie e nelle appendici tenderanno a prendere una strada diversa. Se in ogni caso gli imperi sono destinati a sfaldarsi, tanto vale promuovere l’autodeterminazione dei popoli. Anche perché – come abbiamo detto – finché il polacco è sottoposto al dominio del russo, del prussiano e dell’austriaco, non vedrà mai l’oppressore nel borghese polacco. Vedrà sempre l’oppressore nel russo, nel prussiano, nell’austriaco, anche se è un proletario come lui. Non si vedrà come uomo tra gli uomini, ma come cattolico tra protestanti e ortodossi. Ecco perché l’autodeterminazione dei popoli è una battaglia di sinistra. Spacciare la globalizzazione dei mercati come qualcosa di sinistra è stato un altro grande successo dell’elite capitalista e un’autorete della sinistra, che è caduta nel tranello.
22. Marx ed Engels hanno comunque commesso errori di valutazione. Non è rischioso limitare l’idea di socialismo a quella dei primi teorici, per quanto autorevoli?
Su questo, con me, sfonda una porta aperta. Mi riferisco di tanto in tanto agli scritti di Marx ed Engels non perché io li consideri testi sacri. Secondo me sono soltanto fonti di ispirazione, per mettere a fuoco certe questioni. Se Attali non avesse tirato in ballo Marx per difendere il mondialismo, non l’avrei fatto neppure io. I fondatori del movimento socialista hanno lasciato tante questioni irrisolte. Per non apparire utopici, hanno parlato pochissimo della società socialista o comunista che volevano costruire. Questo non è affatto un problema, dal mio punto di vista. Significa semplicemente che noi uomini e donne del XXI secolo abbiamo ampio margine di manovra per tracciare una “via europea al socialismo” senza doverci attenere, per filo e per segno, a quello che hanno lasciato intendere i fondatori del movimento, in questa o quell’opera. Dunque, io prendo le distanze da Attali più per la sua idea mondialista che per il fatto che interpreta Marx in un certo modo. Marx ed Engels hanno anche insistito molto, forse troppo, sulla necessità storica della trasformazione in senso socialista della società. In un’epoca di riflusso, questa idea è diventata più un limite che un aiuto. Dovremmo tornare al puro volontarismo di Antonio Gramsci, il quale non ha avuto nessun problema nell’ammettere che la rivoluzione d’Ottobre è stata una rivoluzione della volontà e non della necessità, e dunque una “rivoluzione contro Marx”. Il volontarismo mi consente di riagganciarmi al discorso della scienza pura, giacché nel libro che lei ha citato insisto sul fatto che a muovere la scienza è innanzitutto una forza spirituale. È la consapevolezza che la conoscenza è bene e l’ignoranza è male. Dunque, la precondizione di ogni avanzamento scientifico è la volontà di conoscenza. L’Europa è l’esempio più lampante di nazione che conquista uno spazio nella storia grazie alla conoscenza e all’amore per la conoscenza. Gli esempi che potremmo fare sono infiniti, ma ci limiteremo ad uno di essi. Per gli antichi Greci, la dea della guerra era Atena, più che Ares. Atena era anche e non a caso la dea della conoscenza. Era dunque la dea della guerra ragionata, della strategia militare. A lei si rivolgevano i grandi condottieri. Non certo ad Ares, che rappresentava l’impulso aggressivo irrazionale. I risultati della guerra ragionata, basata sulla falange, sulla fanteria oplitica, furono strabilianti. Alcuni matematici ritengono che in quelle strategie possiamo trovare l’antecedente della moderna teoria dei giochi. Trecento spartani (settemila circa con gli alleati) che fermano un esercito immenso di trecentomila persiani (un milione e seicentomila secondo Erodoto), uccidendo trentacinquemila nemici (centomila secondo Erodoto) prima di essere sopraffatti, è un evento che si spiega con la tattica militare e la disciplina, più che con l’abilità individuale. Lo stesso possiamo dire della battaglia di Maratona, dove gli Ateniesi uccisero seimilaquattrocento persiani, lasciando sul campo solo centonovantadue soldati. Tutto questo non si spiega, se non comprendiamo l’amore dei Greci per il sapere, per la ragione, per la scienza, per il calcolo. Sebbene più interessati al diritto e all’ingegneria che alla scienza pura, nella stessa direzione si sono mossi i Romani. Conoscenza e disciplina sono le virtù sulle quali l’Europa ha costruito la propria grandezza, prima del recente declino. La Grecia e Roma sono infatti stati i modelli ai quali si sono ispirati i grandi Stati europei della modernità, relegando i valori cristiani ad una dimensione di mero ossequio formale. L’Europa deve dunque ripartire dalla conoscenza – conoscenza della propria storia, del mondo fisico, della biologia, della società – se vuole riconquistare il ruolo che ha avuto in passato, se vuole essere non diciamo quella “signora della Terra” che auspicava Friedrich Nietzsche, ma almeno potenza tra le potenze.


Intervista a cura di Michele Franceschelli
*Riccardo Campa (1967) è professore di sociologia all’Università di Cracovia. Laureato in Scienze Politiche (1990) e in Filosofia (1994) all’Università di Bologna, ha ottenuto il dottorato in Epistemologia (1999) all’Università Niccolò Copernico di Torun e l’abilitazione in Sociologia (2009) all’Università di Cracovia. È anche giornalista professionista e ha lavorato in passato come redattore de “La Voce di Mantova” e collaboratore di varie testate nazionali. In Italia è conosciuto in particolare per i suoi contributi alla filosofia transumanista. Nel 2004 ha infatti fondato l’Associazione Italiana Transumanisti, di cui è tutt’ora presidente. Ha alle spalle diverse pubblicazioni tra cui ricordiamo: Etica della scienza pura. Un percorso storico e critico (2007), Mutare o perire. La sfida del transumanesimo (2010), Le armi robotizzate del futuro (2011), Trattato di filosofia futurista (2012), La specie artificiale. Saggio di bioetica evolutiva (2013).

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'