giovedì 5 dicembre 2013

La dura lezione del Datagate




Qual è il dato più importante che possiamo ricavare dallo “scandalo” Datagate? Che gli USA trattano i loro “alleati” europei come rivali e competitor commerciali, da spiare e tenere sotto stretto controllo per prevenirne le mosse indesiderate e soffiargli gli affari? No, chi non credeva alle favole lo sapeva già da anni, almeno dai tempi di Echelon. Che le nostre agenzie d’intelligence sono al 99% pappa e ciccia con gli yankee? No, risaputo anche questo da tempi immemori. Che Facebook, Google, Yahoo, Microsoft etc., lavorassero a stretto contatto con il governo USA e non fossero i paladini della libertà della rete? Banale pure questo. Qual è allora il dato più importante di tutto il Datagate che, a parte l’utilità di aver causato disturbi alle contrattazioni in corso sul Tafta e ad aver aperto gli occhi dell’opinione pubblica sul modus operandi degli “amici” americani, non sembra aver avuto ripercussioni concrete da parte di nessuno dei paesi europei?
Il dato più interessante che si può trarre dal Datagate è un altro ed è questo: c’è un divario tecnologico immenso tra le due sponde dell’Atlantico. Ma gli USA non erano in declino? Sì, ma noi siamo ancora all’età della pietra in certi settori. E’ un’opinione confermata dagli esperti e dagli addetti ai lavori. Così un ex funzionario d’intelligence in un articolo comparso su “il Giornale”: “La sostanza, il vero problema portato alla luce dal Datagate è il ‘gap tecnologico’ che mina le relazioni dell’Europa con gli alleati americani. C’è una distanza sempre maggiore tra la loro capacità d’acquisire informazioni e la nostra crescente incapacità di difenderle”. (1) Così pure un altro agente del settore in un articolo di “Panorama”: “In ambienti d’intelligence straniera non si fa mistero del fatto che tutti sapevamo di essere intercettati dagli Usa, del resto è difficile tenere testa agli americani. Per un paese finanziariamente dissestato colmare il gap tecnologico è impossibile” (2). E infine l’esperto Francesco Vitali sul “Quotidiano Nazionale”, dove afferma che il Datagate ha messo in luce “la straordinaria superiorità del paese più tecnologico, gli Usa – che doveva restare per così dire felpata, quasi nascosta, e ora invece emerge nella sua drammatica evidenza. Questo gap tecnologico non è recuperabile nell’immediato, ma solo con investimenti colossali e capacità d’indirizzo sovranazionale sui quali non scommetterei. L’Europa è comunque rimasta terribilmente indietro e dovrà presto interrogarsi sul suo ruolo, se vorrà averne uno – non da colonia – nel mondo del Big Data” (3).
Questo stato di fatto deriva dalla delega in bianco concessa negli ultimi decenni agli USA, per ragioni di subordinazione geopolitica, da quasi tutti i paesi europei – eccetto, solo in parte, la Francia – di sviluppo esclusivo di determinati settori high-tech, i più strategici e anche i più lucrosi; e gli USA continuano a difenderli con i denti (4).
Per invertire la china c’è un’unica strada, dura e faticosa, senza la quale l’Italia e l’Europa continueranno altrimenti – e “giustamente” – ad essere soggetti agli USA: ritirare la delega e sviluppare con determinazione, autonomamente, i settori high tech per intaccarne il monopolio statunitense, un’operazione di “big science” con investimenti colossali in scienza, tecnica e industria, che ha però come prerequisito indispensabile la fine della subordinazione geopolitica dei principali paesi europei da Washington.
Il recupero del gap tecnologico è un’operazione possibile solo con un sovranismo che s’incardini sui pilastri dello sviluppo scientifico e della crescita tecnologica ed industriale nei settori strategici e high tech (che, tra l’altro, sono anche i più redditizi) delle nuove tecnologie, della terza e della quarta rivoluzione industriale; per tale ragione, un sovranismo che si ammanti di serietà (altrimenti siamo alla burla) dovrebbe bandire dal suo orizzonte teorico e pratico, e trattare come complice del “nemico”, tutta quella melassa politica e intellettuale (a volte anche antistatunitense) con connotazioni neoluddite/tecnofobe/antiscientifiche/primitiviste/anti-industriali che corrode dall’interno ed è un freno a qualsiasi possibilità di riscatto nazionale e continentale.
Un sovranismo “prometeico”; altrimenti rassegniamoci ad essere spiati e, soprattutto, ad essere colonia.

Michele Franceschelli 

1) Anche i servizi italiani hanno spiato il Papa: http://www.ilgiornale.it/news/esteri/anche-i-servizi-italiani-hanno-spiato-papa-964296.html
2)Servizi segreti: è la spia che fa la differenza: http://news.panorama.it/esteri/Servizi-Segreti-Spionaggio-Cia-Italia
3)Potere Usa sterminato con target ‘manipolazione’. Paesi Ue? Senza strategia: http://qn.quotidiano.net/tecnologia/2013/10/25/971535-datagate-privacy-spionaggio-usa-target-nsa-manipolazione-sociale-europa-senza-strategia.shtml
4) La battaglia per le aziende strategiche: http://archiviovirtualepubblicomf.blogspot.it/2013/09/la-battaglia-per-le-aziende-strategiche.html

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

domenica 1 dicembre 2013

TTIP/Tafta: la fine dell’Europa



L’Unione Europea è già fortemente condizionata dalle intromissioni statunitensi
attraverso la NATO e i tradizionali “cavalli di Troia” inglese e polacco che, come nel recente caso ucraino, le fanno molto spesso assumere una chiara funzione antirussa ed atlantica contraria ai propri interessi (eurasiatici) di lungo periodo.
L’accordo di libero scambio (Tafta) tra gli Stati Uniti d’America e l’Europa rappresenta inoltre la pietra tombale su qualsiasi speranza, ormai sempre più piccola, di far evolvere l’attuale precaria costruzione europea in direzione di un soggetto politico più forte ed autonomo da Washington, sancendo invece la definitiva subalternità di Bruxelles nei confronti del tutor americano.
La funzione antieuropea svolta dal Tafta è l’autorevole giudizio contenuto in diversi articoli dell’edizione del 2013 del rapporto annuale “Nomos & Kaos” dell’Osservatorio Scenari Strategici e di Sicurezza di Nomisma.
Nella prefazione del Generale Giuseppe Cucchi, direttore dell’Osservatorio, intitolato “Dalla crisi al cambiamento”, si afferma come la rinuncia, da parte dell’Europa, “ad aperture verso l’Est e soprattutto verso la Russia” e “l’inserimento dal punto di vista commerciale in una Partnership Transatlantica (Tafta) dominata dal più grande fratello di oltre oceano” equivalgono ad una rinuncia da parte dell’Europa a svolgere un ruolo attivo e a subire passivamente la grand strategy dell’amministrazione di Obama. Mentre sarebbe necessario, continua più avanti il Generale “ricercare relazioni idonee ai tempi, anche se ciò comporta la chiusura inevitabilmente dolorosa di legami internazionali che hanno condizionato tutta la nostra vita”, così come sarebbe necessario “rifiutare di accettare a scatola chiusa rapporti consolidati da lunga data e rigettare l’idea di dover ancora gratitudine per debiti in realtà da lunga pezza abbondantemente saldati”.
Nell’articolo di Germano Dottori, coordinatore scientifico del rapporto, intitolato “Comprendere la vera natura della crisi, prima emergenza per gli europei”, così si scrive: “Nel caso della Partnership Commerciale e degli Investimenti Transatlantica (Tafta), il trade off non sarebbe tra maggior e minor sviluppo, ma tra il sogno europeo di una propria maggiore autonomia geopolitica dall’America e la cooptazione degli europei in un sistema imperiale guidato da Washington, di cui resterebbero però i junior partners, costretti a far propria la debole regulation statunitense, con tutte le conseguenze del caso in materia di welfare, per sopravvivere ed evitare la deindustrializzazione del continente”. Il prezzo che dovrà pagare l’Europa sarà “la rinuncia ad ogni residua speranza di configurarsi come un polo autonomo di potenza sulla scena mondiale”.
Nella conferenza di presentazione del rapporto svoltasi lo scorso 6 Novembre a Bologna, Dottori ha rilevato come nel caso della firma del Tafta, i confini degli USA diventerebbero automaticamente quelli dell’attuale area doganale europea; il mercato comune, la caratteristica principale dell’attuale Unione Europea – una melassa burocratica senza testa né coda, priva di spina dorsale e quindi incomparabile per forza e peso con gli Stati Uniti, un vero stato federale – scomparirebbe, per sciogliersi in quello statunitense. Verrebbe gradualmente meno pertanto anche l’esigenza e l’utilità di una Commissione, di un Governo e di un parlamento Europeo. Sarebbe la fine di un qualsiasi progetto di costituzione di un polo geopolitico autonomo dagli USA; ecco perché il Tafta è un passaggio cruciale e la cartina di tornasole che rivela l’identità irriducibilmente antieuropea degli euroatlantici, che per troppo tempo hanno camuffato e continuano a nascondere il loro servilismo a Washington e a Londra con una retorica infarcita di richiami sentimentali all’“Europa”.

L’Italia, con Giorgio Napolitano ed Enrico Lettaè tra le nazioni europee più fortemente impegnate nel sostenere l’asse euroatlantico e nel fornire sostegno diplomatico all’accordo di libero scambio del Tafta; sia il Presidente della Repubblica che il Primo Ministro sostengono assiduamente la necessità di un accordo il più ampio possibile e da ottenersi in tempi molto brevi.
Napolitano l’ha più volte sostenuto pubblicamente. Ricordiamo solamente l’incontro rivelatore del Gennaio del 2013 alla Casa Bianca, prima delle elezioni politiche nazionali italiane che “obbligarono” Napolitano a continuare la sua permanenza al Quirinale benedicendo le Larghe Intese in nome della stabilità (euroatlantica s’intende). Così racconta “La Stampa”: “L’ospitalità nella Blair House, la forte simpatia personale di Barack e un’agenda d’incontri che ha incluso gli altri due maggiori attori della politica estera – Joe Biden e John Kerry – sono la cornice che la Casa Bianca ha voluto per trasformare la visita di Giorgio Napolitano in un momento di riflessione su argomenti di rilievo nell’agenda del secondo mandato di Obama. Anzitutto c’è la volontà di sfruttare il negoziato Usa-Ue sulla «Transatlantic Trade and Investment Partnership» (Tafta) per arrivare ad un patto euroatlantico sulla crescita, spingendo anche la Germania su tale strada. Per riuscirci Obama ha bisogno di una forte convergenza con i leader dell’Unione europea e Napolitano è considerato, per le posizioni che esprime, un interlocutore prezioso a tale riguardo. La maggiore minaccia che incombe sulla “Tafta” è però un aggravamento della crisi dell’Eurozona dovuto all’indebolimento dei Paesi più a rischio: Spagna e Italia. Da qui l’interesse, espresso da Obama a Napolitano, per la transizione dal governo Monti al suo successore.” (1)
Il premier Enrico Letta, in occasione di una recente visita in Germania (22 novembre), di fronte ad una platea di imprenditori, politici e media tedeschi, come riporta il “Corriere della Sera”, ha chiesto di “non fare troppe resistenze sulla firma del patto commerciale con gli Stati Uniti: «Dobbiamo firmare il Trattato durante il semestre europeo a guida greca o durante il successivo, a guida italiana» (2) (N.B: la Grecia guiderà il primo semestre del 2014, l’Italia il secondo).
Evidentemente in Germania non tutto l’establishment, al contrario di quello italiano, guarda con favore al Tafta; ciò è stato dimostrato anche dall’insistenza con cui diversi esponenti politici tedeschi, in particolare della SPD – al contrario del mutismo di quelli italiani – hanno chiesto la sospensione delle negoziazioni e l’inserimento di clausole sulla privacy a seguito dello scandalo del Datagate, ricevendo un secco no da parte dei burocrati di Bruxelles, clausole che avrebbero notevolmente rallentato le discussioni sugli accordi per la loro spinosità.
Il premier italiano Enrico Letta quindi, in tandem con Napolitano, così come riporta il “Corriere della Sera”, spinge per una firma del Tafta che arrivi in tempi strettissimi, nel 2014. Ma perché bisogna procedere così speditamente?
Quest’esigenza tempistica è probabilmente legata alla consapevolezza che più passa il tempo più il richiamo dell’Est diventa forte e più debole la presa statunitense sul continente, sia sui singoli stati nazionali europei che sulle sterili istituzioni di Bruxelles (vedi il ritorno prepotente della Russia sulla scena internazionale e la recente visita di Putin in Italia, così come pure le discussioni avviate tra Germania, Svizzera e infine la stessa UE con la Cina per un accordo di libero scambio (3)). Per chi ha scommesso tutto sul cavallo statunitense, come Napolitano e Letta, è una questione di sopravvivenza.
A questo si aggiunge la consapevolezza che è possibile siglare un accordo tra le due sponde dell’Atlantico solo se continua a persistere una stabilità politica euroatlantica in Italia come in Europa. Ma questa stabilità euroatlantica è soggetta a numerose incognite più si va avanti con il tempo: uno scenario politico italiano solo momentaneamente sopravvissuto alla marea grillina e alle convulsioni berlusconiane; una crisi non sopita della moneta unica causata dal perdurare dello scontro tra le forze che stanno dietro alle politiche d’austerità tedesca da una parte e le politiche guidate da Mario Draghi in sinergia con la City di Londra e Wall Strett dall’altra, così come un parlamento europeo che potrebbe ritrovarsi composto da numerose forze antisistema, sono tutti fattori che rendono più che incerto il futuro e quindi il buon esito dell’accordo del Tafta se si andasse oltre il 2014.
L’austerità tedesca è stata più volte oggetto di dura reprimenda da parte dell’amministrazione statunitense, per i motivi geopolitici più sopra richiamati nell’articolo della “Stampa”.
L’austerità teutonica – che non pare essere stata messa fondamentalmente in discussione dall’accordo di coalizione raggiunto tra Cdu e Spd – sta infatti sempre più indirettamente favorendo la crescita e il consolidamento delle forze antieuropee nelle periferie che subiscono l’austerità, dalla Francia all’Italia, erodendo sempre di più il consenso per le forze politiche euroatlantiche e per la burocrazia di Bruxelles.
L’entrata in vigore del Fiscal Compact nel 2015 – rebus sic stantibus – significherebbe la destabilizzazione delle periferie e la distruzione di Eurolandia, un’esplosione incontrollata che potrebbe buttare numerosi paesi europei tra le braccia di Mosca e Pechino, con la fine dell’ancoramento della Germania all’euroatlantismo e la possibilità di una radicale trasformazione dell’Unione Europea.
Su tempi stretti, il 2014, si gioca pertanto sia la partita della tenuta dell’euro sia quella dell’accordo di libero scambio USA-UE.
Si comprende pertanto come, nella stessa occasione del viaggio in precedenza ricordato, Enrico Letta abbia chiesto ai tedeschi di non fare troppe resistenze anche sull’unione bancaria. E’ infatti indispensabile per la stabilità euroatlantica convincere la Germania a rinunciare alle politiche di austerità e a prendersi il suo fardello finanziario per la salvezza dell’euro, ponendo fine agli squilibri europei e alla crisi della moneta unica; per poter fare queste richieste però, Letta deve aver fatto “i compiti a casa”, la contropartita che i tedeschi chiedono per rimanere in Eurolandia e nell’alveo dell’euroatlantismo e per poter almeno godere di un ruolo di subpotenza.

Questo è infine, al di là delle varie cortine fumogene, il gioco masochista a cui l’Italia è costretta a partecipare per soddisfare alle esigenze strategiche di Washington e di Londra, quelle cioè della stabilità geopolitica euroatlantica (è questo il reale significato del mantra della “stabilità” ripetuto con ossessione da Napolitano e Letta) funzionale all’ottenimento dell’accordo sul Tafta e quindi alla fine di qualsiasi progetto autonomo di Unione Europea mantenendo l’ancoraggio della Germania.
Questo gioco però diventa giorno dopo giorno sempre più insostenibile per la popolazione italiana perché la coperta si fa sempre più corta intanto che continua il braccio di ferro tra Berlino e Washington (4).
E’ per questo che per i circoli euroatlantici il duo Napolitano-Letta deve politicamente sopravvivere, costi quel che costi, almeno per tutto quest’altro anno, perché è nel 2014 che si giocano le battaglie decisive dell’unione bancaria, degli eurobond e del Tafta.
Poi chissà, se un domani più o meno lontano la strategia statunitense verso l’Europa dovesse cambiare a seguito del fallimento del Tafta e di uno sviluppo federale più autonomo della UE, l’Italia potrebbe diventare una pedina da giocare contro l’Unione Europea, contro il potere della Germania o di un ritrovato asse franco-tedesco. Fantapolitica? No, tutto dipende da come evolveranno gli eventi nel 2014 e dalle strategie che verranno di conseguenza elaborate alla Casa Bianca, a cui non mancherà di certo una manovalanza politica italiana incapace di individuare il nemico principale e quindi facilmente strumentalizzabile (è per questo che se oggi sono oggettivamente un pericolo per la “stabilità”, domani potranno tornare utili forze politiche confusionarie e prive di programmi e linee strategiche precise come il “Movimento 5 Stelle” e altri vari movimenti “No Europa” con cui gli statunitensi preferiscono mantenere aperto un canale di comunicazione per eventuali cambiamenti di scenario nel futuro: la famosa flessibilità e pragmatismo statunitense).

E’ fondamentale che gli italiani comprendano che i burattinai del duo Napolitano-Letta non sono a Berlino ma a Washington. Se il governo Letta obbedisce alle ricette teutoniche non è per volontà della Merkel, ma per obbedire a “Re Giorgio”, cinghia di trasmissione delle strategie statunitensi: il compito dell’Italia (in questa fase; in futuro, come abbiamo detto, potrebbe anche cambiare se l’Europa mai dovesse prendere una piega in direzione più autonoma), è di rimanere lì, adesso, costi quel che costi, a marcare stretto i tedeschi e non offrirgli alibi alla fuga da Eurolandia, agnelli sacrificali su un piatto a stelle e strisce per una Germania ed una UE che non devono scappare ad Est, verso la Russia e la Cina (5); è per questo che Napolitano e Letta spingono così forte sul Tafta e fanno da sponda politica a Mario Draghi.
Non si può rimproverare ai tedeschi di giocare bene la loro partita con Washington e di non sacrificare i loro interessi nazionali in nome dell’euroatlantismo, pur con tutte le contorsioni di una classe dirigente teutonica evidentemente compromessa e titubante.
Dobbiamo semmai rimproverare in primis a noi stessi un grado di servilismo verso gli Stati Uniti che sfocia nel masochismo (vedi Libia 2011), per l’incapacità di una classe politica, come ci ricordava il Generale Cucchi, di “ricercare relazioni idonee ai tempi” (leggi i Brics, Cina e Russia in particolare); perché questo servilismo avvenga, per ideologia, viltà, ricatto, corruzione, interesse, inerzia, inadeguatezza del ceto politico, non lo sappiamo.
Quello che sappiamo però – e che il popolo italiano constata tutti i giorni sempre di più sulla propria pelle – è che Napolitano e Letta non stanno difendendo né gli interessi nazionali né gli interessi europei, perché sia i primi che i secondi vengono sacrificati in nome dell’euroatlantismo i cui risultati pratici sono da una parte, con l’accettazione supina del rigore di Bruxelles, l’impoverimento di sempre più consistenti parti della nazione italiana e dall’altra, con il Tafta, un ulteriore processo di rovina economica e la pietra tombale sul “sogno europeo”, il sogno di un grande spazio geopolitico continentale autonomo e libero dai vincoli di Washington e Londra (6).

Michele Franceschelli


NOTE: 

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'