martedì 17 giugno 2014

I lavoratori tedeschi si schierano contro l’accordo transatlantico

Detlef Wetzel, presidente della tedesca Industriegewerkschaft Metall, (IG Metall), la federazione sindacale che rappresenta i lavoratori del settore metallurgico, in particolare automobilstico e che rappresenta 2.266.000 lavoratori – la più grande e rappresentativa delle otto federazioni sindacali tedesche affiliate alla Deutscher Gewerkschaftsbund (DGB) – ha recentemente dichiarato alla stampa, in un’intervista concessa alla Frankfurter Rundschau (1) che i negoziati sull’accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti (TTIP/TAFTA) dovrebbero essere arrestati immediatamente. Wetzel ha detto che i negoziati pongono un sacco di rischi per i consumatori e per i lavoratori e ha descritto l’accordo come “pericoloso”. “I contenuti del negoziato” ha detto, “vengono condotti dietro le quinte da un piccolo gruppo di persone. Per questo motivo vogliamo che l’opinione pubblica sia coinvolta su questo tema. La discussione non trova al momento spazio né tra i partiti politici, né tra i sindacati o i datori di lavoro. Riteniamo poi che l’accordo sia pericoloso: non ha un’utilità evidente e potrebbe causare un sacco di danni”.
Wetzel non dà credito alle cifre ottimistiche di crescita divulgate della Commissione Europea per sostenere l’utilità dell’accordo, e rileva come nessuno dei precedenti trattati di libero scambio siano stati in grado di essere all’altezza delle ottimistiche previsioni rilasciate all’inizio. I dati presentati dalla Fondazione Bertellsmann sono di “pura speculazione e inoltre, se anche le previsioni fossero corrette, l’aumento sarebbe ridicolmente basso. Si tratterebbe di un tasso di crescita composto dello 0,5% in dieci anni, lo 0,05% all’anno. Le proiezioni sono estremamente incerte e gli effetti previsti sono di dimensioni microscopiche – soprattutto perché essi verrebbero acquistati ad un prezzo elevato”.“Abbiamo infatti l’impressione”, continua Wetzel “che l’obiettivo dei negoziati sia premeditato. Cioè far di tutto per semplificare le procedure e ridurre gli standard dei prodotti, proprio al fine di ridurre i costi per le imprese (…) Si tratta solo di abbassare i meccanismi di protezione per i consumatori e per i lavoratori (…) La liberalizzazione è sempre accompagnata dall’intensificazione della concorrenza. La competizione diventa più dura, in questo caso la concorrenza tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove i diritti dei lavoratori sono molto più deboli e i sindacati sono sotto attacco massiccio da parte dei politici. E poi c’è anche l’importante questione se, per esempio, le norme tedesche di co-determinazione andranno ad essere attaccate all’interno di una zona di libero scambio”.
IG Metall è anche fortemente contraria alla risoluzione delle controversie investitore-Stato (ISDS), un “meccanismo che mina la democrazia e la sovranità” e che è sempre sul tavolo delle negoziazioni.
In conclusione Wetzel esprime forte preoccupazione e chiede un immediato stop ai negoziati; così facendo dà voce ad un crescendo di critica da parte dell’opinione pubblica tedesca e dei lavoratori all’accordo transatlantico.
Anche in Francia i malumori per i negoziati in corso sul TTIP/TAFTA stanno crescendo (2).
In Italia invece, un dibattito critico è purtroppo pressoché inesistente; praticamente tutte le maggiori forze politiche e sindacali o tacciono o sono allineate e conniventi con il governo atlantista Napolitano-Renzi nello sponsorizzare le “magnifiche” proprietà taumaturgiche di crescita ed occupazione dell’accordo (3), abboccando e rilanciando le cifre propagandistiche reclamizzate dalla Commissione e dalla Fondazione Bertellsmann…
Eppure in ballo ci sono le condizioni e i diritti dei lavoratori e dei cittadini, ma anche una scelta geoeconomica netta e divaricante, un’opzione atlantista ed iperliberista che vincola e castra il futuro dell’Europa e dell’Italia per i decenni a venire (4) e che richiederebbe pertanto, quanto prima, la costituzione di un’opposizione dura, plateale ed intransigente da parte delle forze ancora sane e consapevoli dell’interesse della nazione italiana e del continente europeo.


Michele Franceschelli
Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

mercoledì 11 giugno 2014

Cameron vs Juncker: uno scontro geopolitico che coinvolge anche l’Italia


La lotta diplomatica che si sta svolgendo attorno alla nomina del prossimo presidente della Commissione Europea sta mettendo in luce le pesanti contraddizioni presenti all’interno delle nazioni aderenti all’Unione Europea. In particolare sta mostrando il ruolo anti-europeo svolto dalla Gran Bretagna. La posta in gioco è il futuro assetto della UE. Le ripercussioni di questo conflitto diplomatico interessano da vicino anche gli Stati Uniti, che si stanno attivando per indirizzare gli eventi in una direzione a loro favorevole. L’Italia si schiera con l’asse angloamericano.



La doppia funzione della Gran Bretagna nella UE
Gli inglesi sono da sempre feroci avversari dell’unità dell’Europa. Anche se cercano di mascherare la loro avversione alla UE dietro ad ingannevoli proclami, è ormai sempre più evidente come la partecipazione della Gran Bretagna alle istituzioni di Bruxelles e alla Banca Centrale Europea sia dettata esclusivamente dall’obiettivo di ostacolarne i processi decisionali ed aggregativi, un continuo e spossante “bastone fra le ruote” nei consessi e nelle decisioni chiave, il tutto con lo scopo di impedire all’Unione e ai Paesi dell’Eurozona di evolversi verso qualcosa di più serio, strutturato ed incisivo, diverso dall’attuale “pollaio nazionalistico” di stampo liberista ed atlantista che conosciamo.
Oltre a portare avanti i suoi interessi anti-europei, la Gran Bretagna funge da tradizionale “cavallo di Troia” americano nell’Unione. Operando in un’Europa già fortemente colonizzata dagli Stati Uniti, l’Inghilterra porta avanti la sua agenda in stretta sinergia con gli USA per assicurarsi il mantenimento dell’Unione negli stretti e sterili binari dell’ “euro-atlantismo”.
Gli USA sono pertanto interessati a spingere e a mantenere l’alleato inglese – che non ha mai dimostrato particolare voglia e solerzia nel farlo – all’interno dell’Europa, per poter controllare meglio il Continente, influenzarlo e dirigerne lo sviluppo secondo i propri desideri geopolitici e geoeconomici.
I continui veti, le continue pressioni inglesi per avere rappresentanze nei posti chiave delle istituzioni europee, hanno sempre trovato scarsa opposizione nei paesi del vecchio Continente sia perché consapevoli che dietro ai britannici c’era la spinta propulsiva degli statunitensi a cui difficilmente si sarebbe stati in grado di resistere, sia perchè i fattori esterni non imponevano di procedere più speditamente nella maggiore integrazione dell’Europa.
Ma nella trasformazione del mondo multipolare cui stiamo oggi assistendo, certe commedie e certi infingimenti, certe alchimie diplomatiche possibili in passato, cominciano ad essere insostenibili. Il caso Juncker ne è l’ultima, plateale, dimostrazione.



Contro Juncker una Gran Bretagna anti-democratica 
I cittadini europei sono andati a votare alle elezioni del 25 maggio con la convinzione che, votando per il PPE o il PSE, avrebbero automaticamente espresso la loro preferenza anche per il futuro candidato alla presidenza della Commissione Europea, centro di comando dell’Unione.
Mentre prima il presidente della Commissione era scelto nei bui corridori del Consiglio, ora per la prima volta, il “popolo europeo” ha avuto il potere di eleggerlo direttamente: Jean-Claude Juncker (per il PPE) o Martin Schulz (per il PSE). Un processo di democratizzazione voluto per avvicinare le masse europee agli iter decisionali dell’Unione e per far fronte alla crescita del cosiddetto e variegato “euroscetticismo”.
Con la maggioranza ottenuta dal PPE alle votazioni, sarebbe stato pertanto legittimo aspettarsi la naturale e consequenziale elezione di Juncker alla presidenza della Commissione; anche e soprattutto per rispettare la volontà popolare e le regole della democrazia. Ebbene gli inglesi, che da secoli vanno in giro per il mondo a dare patenti di democraticità a questo e a quel paese e a scatenare guerre in nome della democrazia in combutta con l’alleato USA, si sono impuntanti e non intendono riconoscere i poteri di nomina del Parlamento Europeo, e vorrebbero che il presidente continuasse ad essere nominato nei corridoi e nei ricatti incrociati del Consiglio Europeo, in modo palesemente antidemocratico.



Due idee di Europa a confronto
Oltre a questa clamorosa opposizione di metodo da parte di un paese che fa della “democrazia” un “mantra”, quello che non va giù agli inglesi è lo stesso Juncker e ciò che pensa e rappresenta. Già nel 2009 la Gran Bretagna si oppose alla sua nomina alla presidenza della commissione e riuscì ad impedirla.
Quest’anno la scena si ripete.
Il perché di questa feroce opposizione è facile: Juncker ha un’idea politica dell’Europa incompatibile con quella inglese.
L’ex primo ministro lussemburghese, cresciuto nel mito dell’Europa unita e federale, incardinata sul modello dell’“economia sociale di mercato”, spinge per una maggiore centralizzazione politica delle istituzioni di Bruxelles, trasformando la Commissione sempre di più in un vero e proprio governo continentale, unico modo per dotare la UE degli strumenti adeguati ed efficaci per intervenire ed agire; Cameron si fa invece paladino della tradizionale visione inglese (e statunitense) di un’Europa-mercato, iper-liberista, molle, aperta, fluida, priva di potenti strutture centrali e decisionali, abbastanza forte per rimanere in piedi e non collassare ma, nello stesso tempo, sempre debole, un “nano politico”, inconcludente e permeabile alle intromissioni esterne.
Juncker non è assolutamente un anti-americano o un anti-inglese, ma la sua impostazione “continentalista” può portare, col tempo, alla costituzione di un blocco europeo capace di impensierire i rivali geopolitici, compresi gli stessi USA, divenendo un polo di potenza in grado di staccarsi dall’influenza angloamericana, dalla NATO, e di guardare all’Est.
Le due differenti idee di Europa di Juncker e Cameron rispecchiano la loro rispettiva appartenenza a due differenti gruppi di interesse: da una parte le élite politico/economiche della “Vecchia Europa”, in particolare quelle franco-tedesche, portavoci di un “capitalismo renano” che dopo decenni di faticosa costruzione della UE, sente la inderogabile necessità – un’ultima chiamata – per far compiere un salto di qualità “centralista” alle istituzioni europee, dotandole di un vero potere decisionale in grado di agire efficacemente, anche per non venir travolti dall’“euroscetticismo”; dall’altra i gruppi di potere inglesi – del “capitalismo anglosassone” – che come i loro colleghi statunitensi, sono sempre spaventati dalla costituzione di un blocco europeo, anche se inizialmente non ostile e a parole amichevole (come nel caso di Juncker), alle porte di casa, con un potere centrale a Bruxelles su cui avrebbero gradualmente sempre meno influenza fino a rimanerne tagliati fuori, con pesanti contraccolpi economici, finanziari, politici e militari.



Gli USA in campo 
Lo scontro tra queste due visioni, tra questi due gruppi di potere, ormai sempre più improcrastinabile, è giunto ad un livello molto alto, di pubblico dominio, ciò che desta la preoccupazione anche degli USA, fortemente interessati a mantenere la Gran Bretagna – il proprio tradizionale “cavallo di Troia” – nella UE, per meglio controllarla e manipolarla in un momento delicatissimo dello scenario geopolitico e geoeconomico mondiale.
Gli Usa, infatti, sono nel pieno dispiegamento di una possente strategia in Europa che mira a due obiettivi: da una parte stanno cercando di staccare la UE e i paesi europei dalla Russia, incuneandosi e fomentando il conflitto tra Kiev e Mosca (dopo aver sostenuto il colpo di stato di Febbraio contro Yanukovich) per cercare di convincere gli europei ad adottare sempre più dure sanzioni economiche contro la Russia e per bloccare il South Stream; dall’altra, spingono per rinsaldare la presa angloamericana sul continente tramite il dispiegamento di nuove forze militari nell’Est e, soprattutto, tramite la stipula del trattato di libero scambio transatlantico TTIP/TAFTA, attualmente in fase di contrattazione ma che a breve dovrebbe giungere a conclusione. Un trattato che significherebbe l’inglobamento definitivo della UE nella sfera d’influenza statunitense (1) e che rappresenta un vero e proprio bivio per il nostro Continente (2).
Per ottenere questi due obiettivi gli USA hanno assoluto bisogno di non perdere, a lungo termine, il proprio “cavallo di Troia” britannico nella UE, e a stretto giro, di veder formata una Commissione Europea – che rimarrà in carica per 5 anni – il più possibile orientata verso l’atlantismo (euro-atlantica), con dei Ministri degli Esteri russofobici e filo-americani (polacchi, svedesi o inglesi per esempio) o con altri commissari che in altri posti chiave guardino al TTIP/TAFTA con benevolenza e che non abbiano alcuna ispirazione a mantenere il mercato europeo staccato da quello statunitense, tantomeno a cercare un’alleanza con quello russo o a voler mantenere l’Europa all’interno delle coordinate del “capitalismo renano” senza cedere alle sirene di quello anglosassone.
La nomina di Juncker collide con questi piani, sicuramente con quelli a lungo termine che mirano a mantenere la Gran Bretagna dentro la UE.
In questa partita diplomatica ancora aperta e che si gioca, tanto per cambiare, intorno all’ambiguità tedesca (ben incarnata dalla Merkel), torna utilissimo agli USA – e all’Inghilterra – la carta italiana, quell’Italia che tra mille equilibrismi ha sempre cercato di giostrarsi tra atlantismo (o “euroatlantismo”) ed europeismo, ma che negli ultimi tempi, in particolare sotto l’interminabile mandato di Giorgio Napolitano, sembra essersi completamente appiattita alle volontà statunitensi, abbracciando un “euro-atlantismo” profondamente contrario agli interessi europei ed italiani.



Il ruolo dell’Italia nella contesa
Renzi e Napolitano tornano pertanto utili a Washington su più fronti diplomatici. I più importanti sono due: da una parte, e a stretto giro, cercare di bloccare la nomina di Juncker spendendosi per trovare una mediazione con la Gran Bretagna, cosa che Renzi ha già fatto e sta facendo, per fare in modo che la Commissione sia guidata da uomini meno “federalisti” e con progetti meno ambiziosi e pericolosi – per gli angloamericani – di quelli del lussemburghese; dall’altra, con l’incipiente presidenza italiana della UE, spingere per la firma del trattato TTIP/TAFTA, e per la ricontrattazione del Fiscal Compact, cosa che sia Letta prima, e Renzi poi, hanno già cominciato a fare. Il tutto sotto l’attenta supervisione di Giorgio Napolitano, il reale interlocutore di Obama in Italia, che ha garantito la sua missione di coordinamento fino al 2015, quando la maggior parte dei giochi dovrebbero essersi conclusi e la situazione chiarificata in senso favorevole all’ “euro-atlantismo”.
L’Italia si schiera pertanto, in questo conflitto europeo, risolutamente al fianco di USA e Gran Bretagna. Sarebbe quindi più appropriato che al posto del tanto decantato “europeismo”, Matteo Renzi e Giorgio Napolitano utilizzassero la parola “euro-atlantismo” per qualificare la loro strategia politica, anzi forse sarebbe meglio togliere anche la residua parola “euro” e tenere solo “atlantismo”, dato che con la firma del TTIP/TAFTA e con la permanenza della Gran Bretagna nella UE, non sarà possibile pensare all’Unione Europea se non come ad una appendice – senza sovranità politica, economica e militare – degli USA.
L’interesse italiano ed europeo (non “euro-atlantico”) sarebbe semmai quello di spingere la Gran Bretagna fuori dall’Unione e dalla BCE, potenziare e centralizzare quindi le istituzioni di Bruxelles attorno alla “Vecchia Europa”, con una Commissione meno “liberista” e più vicina ai modelli del “capitalismo renano”, respingendo infine il TTIP/TAFTA made in USA per rivolgersi verso i mercati della Russia e dei paesi BRICS.

Michele Franceschelli
NOTE:
1. Tafta: la fine dell’Europa
2. Si veda per esempio: L’Europa a un bivio: o l’accordo transatlantico o “Razvitie” con la Russia

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

Tesi sulla “Seconda Europa” unificata da Mosca

Luc Michel per il Think Tank “EODE”, 23/11/2013
Terza edizione 2013 aggiornata (prima edizione, dicembre 2006)


# I / INTRODUZIONE ALLA TERZA EDIZIONE 2013
Ho pubblicato, nel dicembre del 2006, la prima versione di questa analisi geopolitica, che ha sviluppato le mie “Tesi geopolitiche sulla ‘Seconda Europa’ unificata da Mosca”. Analisi rivoluzionaria che rinnova la visione geopolitica, ma anche ideologica, dei rapporti Est-Ovest tra la Russia e i suoi alleati, così come la visione della natura geopolitica dell’Unione Europea.
L’idea centrale, l’idea-forza: l’Europa non si limita all’Unione Europea! O agli stati che le sono momentaneamente associati, come la Moldavia e la Serbia. La Russia, che ha riconquistato l’indipendenza con Vladimir Putin, è anch’essa Europa! Una SECONDA EUROPA, un’ALTRA EUROPA eurasiatica, si trova ora a Mosca, contro l’Europa atlantista di Bruxelles.
Queste tesi sono state sviluppate per il pubblico di lingua russa durante una conferenza presso l’Università di Tiraspol, Repubblica Moldava di Dniester (PMR), nel maggio del 2007. Poi, nel luglio del 2007, a Tver in Russia, in occasione di una conferenza di formazione per i “Campi Seliger 2007″, organizzata dal Movimento della Gioventù russa anti-fascista ‘Nashi’, a cui ho partecipato come formatore. Una terza versione è stata pubblicata nel 2011 per ‘EODE Think Tank’, recante il suo titolo attuale.
Quest’analisi si situa direttamente nel solco della prospettiva e delle tesi sviluppate tra il 1982 e il 1991 dai teorici della “Scuola di Geopolitica euro-sovietica” (Thiriart – Cuadrado Costa – Luc Michel) (1) – da cui si è anche sviluppato, dopo il 1991, il “neo-Eurasiatismo russo” (con molte deviazioni) – che ha sostenuto l’unificazione europea dall’Est all’Ovest. Una Grande-Europa da Vladivostok a Reykjavik, attorno a Mosca. Le mie tesi del 2006 attualizzano le analisi “euro-sovietiche”, dopo il crollo dell’URSS. Dal 1983, io vado affermando che “la Russia è anche Europa”…
Le mie tesi affrontano due dei temi più importanti dell’agenda geopolitica pan-europea: la “politica europea di sicurezza collettiva” (PESC) e il “Partenariato orientale” (Eastern Partnership) dell’UE all’Est, che mira a integrare Azerbaijan, Armenia, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina nella sfera d’influenza geopolitica della UE. Macchina geopolitica che intende in realtà staccare da Mosca il suo “estero vicino” e che corrisponde strettamente all’agenda geopolitica di Washington e della NATO in Eurasia. In occasione della Conferenza Internazionale “The Prospects of the Eastern Partnership”, svoltasi a Minsk, in Bielorussia, il 5 maggio del 2011 (2), sono stato anche in grado di sviluppare le mie tesi e la mia visione critica del “Partenariato orientale” (3).
L’attualità conferma la mia analisi del 2006. Opponevo ad una piccola-Europa atlantista intorno alla UE, una Grande-Europa eurasiatica intorno a Mosca. Il confronto tra Bruxelles e Mosca è ora aperto e va ben oltre le questioni economiche. Si tratta di una scelta aperta tra due visioni del futuro del Continente. Come il fallimento della UE in Ucraina, che ha scelto Mosca come visione d’integrazione pan-europea, la fine del regime atlantista di Saakhasvili in Georgia, e quello annunciato in Moldova, vanno a dimostrare.




# II / GEOPOLITICA DELLA GRANDE-EUROPA: TESI SULLA “SECONDA EUROPA” UNIFICATA DA MOSCA

Dopo l’implosione dell’URSS, un “grande gioco” geopolitico si sviluppa su tutto il territorio delle ex repubbliche sovietiche fino ai confini della Russia. L’obiettivo è il controllo delle risorse energetiche (petrolio, gas, minerali strategici) e le loro rotte. Ma anche e soprattutto la dominazione in Eurasia, di cui i teorici dell’imperialismo americano, come Brzezinski e la sua “Grande Scacchiera”, pongono – giustamente – come la chiave della dominazione mondiale.
LA POLITICA FONDAMENTALMENTE ANTI-RUSSSA DI WASHINGTON E DELLA NATO
Obiettivo: respingere la Russia, smembrare la Federazione russa (come lo fu per l’URSS, poi per la Jugoslavia, prima tappa di questo vasto progetto imperiale) dissociandola dal suo nucleo storico.
“I paesi baltici sono già membri della NATO, l’Ucraina e la Georgia che bussano alla porta della NATO, l’Azerbaijan farà lo stesso nel prossimo futuro: in breve, si sta stendendo intorno alla Russia un “cordone sanitario” come quello che fu istituito dalla comunità internazionale nel primo quarto del secolo scorso intorno allo Stato bolscevico che stava nascendo”, ha denunciato la Nezavisimaya Gazeta di Mosca alla fine del 2006.
Proprio Brezinski pubblicò, alla fine degli anni ’90, sulla prestigiosa rivista americana “National Review”, un piano di smembramento della Russia in tre piccoli Stati (Moscovia, Urali, Siberia). Un deja vu, perché questo fu già il progetto del teorico nazista Alfred Rosenberg, cantante razzista dell’espansione tedesca verso l’est!
La Russia – paralizzata per un decennio dai suoi dirigenti pro-occidentali, dalla cricca di Eltsin, dai politici liberali e dagli oligarchi che hanno saccheggiato il paese – ha sofferto a lungo questo nuovo “Drang nach Osten”, retrocedendo di ritirata in ritirata, ristabilendosi ai confini del XVI secolo, perdendo territori storici (come i paesi baltici) e alleati.
LA RUSSIA E’ TORNATA!
Poi è arrivato Putin! Oggi, ed è una rivoluzione geopolitica, la Russia è tornata. Potenza energetica globale, con uno Stato forte ripristinato, orgogliosa del suo passato, sia questo sovietico o russo, rifiuta la via occidentale. 

“Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Russia non ha cessato un secondo di aspirare alla sua restaurazione e, oggi, è sulla via di realizzare in qualche modo quel piano”, ha commentato il quotidiano dell’Azerbaijan Azadliq (29 novembre 2006), quando cominciava questa rivoluzione geopolitica.
E i progetti di Mosca rivelano la potenza ritrovata del colosso europeo. “Gli esperti intravedono nella politica del Cremlino un tentativo di creare una nuova alleanza sullo scacchiere della CSI”. “A differenza dei progetti dei tecnici politici occidentali, la Russia non solo ha conservato, ma ha anche rafforzato il suo ruolo di leader economico, politico e culturale nei paesi che Mosca chiama gentilmente “estero vicino” … E se il Cremlino avesse un desiderio segreto di condurre il processo di integrazione nello spazio del CSI al loro fine logico, fino alla creazione cioè di un nuovo Stato, un’alleanza alla maniera dell’Unione Europea?”, s’interroga il quotidiano Golos Armenii (7 settembre 2006).
UNA “SECONDA EUROPA”, UN’ “ALTRA EUROPA” EURASIATICA SI STA ERGENDO
Attorno alla Russia – soprattutto con il presidente bielorusso Lukashenko, ma anche con la Cina, anch’essa preoccupata delle pretese di Washington in Eurasia – si sta ricostituendo un polo di potenza, geopolitico, economico e militare; si erge nuovamente, sullo Spazio ex-sovietico, una grande potenza in grado di competere con Washington e con il suo braccio armato militare della NATO.
Intorno alle organizzazioni transnazionali che si stanno costituendo intorno a Mosca:
• la Comunità Economica Eurasiatica (CEEA: con Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Uzbekistan, Russia e Tagikistan);
• l’Organizzazione del Trattato della Sicurezza Collettiva (OTSC della Comunità degli Stati Indipendenti, alleanza militare del tipo dell’Organizzazione del Trattato di Varsavia);
• l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS: Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Cina, Tagikistan e Uzbekistan; Pakistan, Iran, India e Mongolia hanno lo status di osservatore, Cina e Russia svolgono i ruoli centrali);
• lo Spazio economico comune (SEC, Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan);
• l’Unione Eurasiatica economica e doganale (Russia, Bielorussia, Azerbaijan),
una SECONDA EUROPA, un’ALTRA EUROPA eurasiatica si erge di fronte alla Piccola-Europa atlantista di Bruxelles legata agli Stati Uniti.
Nessuno ora contesta più questa tesi geopolitica, enunciata per la prima volta da Jean Thiriart, il padre del “Comunitarismo europeo” nel 1964, seconda la quale “l’Europa va dall’Atlantico a Vladivostok”.
È quindi una Seconda Europa che emerge. Come indicò chiaramente, nel 2006, il presidente russo Putin. Allora, l’articolo di Vladimir Putin “sul partenariato UE-Russia”, pubblicato originariamente sul Financial Times, suscitò ampi echi sulla stampa mondiale. Dalle parole di Vladimir Putin, si poteva comprendere come un accordo con l’UE fosse stato il suo più grande desiderio. Per esempio, fu istruttivo leggere che, a parere di Putin, la “Russia è parte della famiglia europea”.
Questa Seconda Europa è, lei sì, indipendente dagli USA a differenza dell’Unione Europea – gigante economico e nano politico a causa della NATO – di Bruxelles e Strasburgo.
Sei anni più tardi, in occasione del vertice UE-Russia del 21 dicembre 2012 a Bruxelles, le due visioni si affrontarono. Apertamente. Il presidente russo Vladimir Putin e i rappresentanti dell’Unione Europea, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, “hanno discusso le loro molte differenze pur affermando la propria volontà di superarle, soprattutto per continuare ad incrementare gli scambi”, ha commentato Le Temps (Ginevra).
Due visioni del futuro dell’Europa si affrontano. Da una parte la piccola-europa di Bruxelles, l’Unione Europea, inclusa nella sfera d’influenza di Washington da più di sei decenni attraverso la NATO. Dall’altra, la creazione di un insieme geopolitico e geoeconomico eurasiatico intorno a Mosca. Il solo stato europeo veramente libero ed indipendente, perché in geopolitica solo la dimensione conferisce il potere, ed il potere garantisce la libertà.
UNA SUPERPOTENZA SORGE AD EST! 
È significativo che i media della NATO non parlino quasi mai del nuovo blocco e delle sue organizzazioni transnazionali che si stanno ergendo all’EST. Chi, nel pubblico dell’Europa dell’Ovest, ha sentito parlare della OCS, la OTSC o della CEEA?
Si tratta di far credere alle masse occidentali che l’Uniuone Europea incarni il solo il progetto europeo (sic) e che la NATO sia l’unico blocco militare onnipotente del nuovo secolo (resic).
Nulla è più lontano dalla verità! “Al di là delle critiche oggettive, la CEEA è oggi una delle più efficaci alleanze regionali sullo scacchiere post-sovietico…Il riallineamento dell’Uzbekistan alla CEEA, nel gennaio 2006, e la ripresa dei negoziati sull’adesione dell’Ucraina, permettono di supporre che la CEEA succederà alla CEI. E se la CEEA si dovesse unire con l’Organizzazione del Trattato della Sicurezza Collettiva (OTCS: Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan), cosa molto probabile, si assisterà allora alla formazione definitiva di una nuova organizzazione internazionale militare-politico-economica… La Russia comincia quindi a realizzare attivamente il proprio progetto d’integrazione nello spazio post-sovietico, dotata di una forte componente militare e rafforzata da sussidi economici reali”, ha commentato il quotdiano del Caucaso Lragir (23 agosto 2006).
Per quanto riguarda la OCS, questo è un blocco che spaventa Washington e la NATO. “Su scala globale, è una combinazione potente. I membri dell’organizzazione occupano i tre quinti del territorio dell’Eurasia, costituiscono un quarto della popolazione mondiale e hanno un Pil di 2.500 miliardi di dollari”, ha commentato il Voenno Promychlenny Kurier (11 ottobre 2006). Tenuto conto dell’adesione possibile di nuovi membri, la OCS potrà contare su risorse umane immense (3 miliardi di persone), della metà delle riserve mondiali di petrolio e di gas e di circa la metà del potenziale di difesa accumulato sul globo terrestre. Oltre all’integrazione economica (l’organizzazione prevede la libera circolazione delle merci, dei capitali, delle tecnologie e dei servizi da qui a 20 anni), si rivela non meno importante l’integrazione militare (…). Riunitosi a fine settembre 2006 a Pechino, il Consiglio della Struttura antiterrorista regionale della OCS ha allora confermato che i sei paesi avevano instituito la loro organizzazione non solo per sviluppare la cooperazione economica, ma anche per garantire la loro sicurezza e per adempire a dei compiti geopolitici.
L’integrazione militare e la geopolitica energetica dei sei stati della OCS ha già “spaventato” gli Stati Uniti, al punto che il sotto-segretario di Stato americano per l’Asia centrale e meridionale sotto Bush II, Richard Boucher, alla fine del 2005, aveva esortato la OCS, a nome dell’amministrazione Bush, “a rinunciare alle dichiarazioni geopolitiche e a concentrarsi sull’economia.” La OCS e gli Stati Uniti – e anche, in un certo senso, la NATO – sono già, di fatto, rivali geopolitici.
Aggiungiamo che la OCS e la OTSC hanno una politica d’integrazione a livello militare. Nell’estate del 2007, queste due organizzazioni hanno condotto le loro prime esercitazioni tattiche congiunte. “La OTSC e la OCS costituiscono insieme quasi la metà della popolazione del mondo. Per la loro influenza all’interno delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni internazionali, esse possono competere con gli Stati Uniti e con la NATO, ciò che molti dei responsabili politici dei paesi in questione non apprezzano molto”, analizza la Ria Novosti. Risultato: Bruxelles si rifiuta ancora di accettare la proposta della OTSC che la invitava a cooperare nella lotta contro l’afflusso della droga afghana, anche se molti dei paesi membri della OTSC condividono una frontiera comune con l’Afghanistan, e che gli sforzi congiunti della NATO e della OTSC sarebbero più utili delle azioni disparate. Il fatto è che la NATO non considera la OTSC come un partner alla pari. Tuttavia, a Mosca questo importa poco”.
MOSCA, PIEMONTE DELLA GRANDE-EUROPA? 
Nei primi anni ’80, con Jean Thiriart, abbiamo lanciato la “Scuola Euro-sovietica”, che auspicava l’unificazione – contro gli Stati Uniti e la NATO – della Grande-Europa dall’est all’ovest, l’URSS divenendo il Piemonte di un “Impero Euro-sovietico”, una teoria che da allora ha fatto molta strada ad est.
Il nostro supporto a Mosca, Piemonte dell’Altra Europa, è l’adattamento di questa tesi fondamentale alle condizioni geopolitiche del nuovo secolo. La Russia di oggi, come in passato lo era l’URSS, è l’unica potenza europea veramente indipendente da Washington, la sola ad avere una politica indipendente, veramente eurasiatica e non atlantista.




# III / IL CASO DELLA FRANCIA NEL 2013
IL PROGETTO GEOPOLITICO DELL’ASSE PARIGI-MOSCA E’ ANCORA ATTUALE? 
Bisogna evocare il caso francese.
Perché ci vuole un chiarimento teorico. E una visione realistica.
L’EREDITÀ DELLA POLITICA EUROPEA D’INDIPENDENZA DEL GENERALE DE GAULLE 
Dai primi anni ’60 al discorso di Villepin alle Nazioni Unite nel 2003 – canto del cigno o ultimo sussurro della politica gollista –, nell’Europa dell’Ovest, un altro potere, la Francia, aveva ancora delle sporadiche velleità d’indipendenza. Proprio quando si ricordava della grande politica anti-atlantista – e già pro-russa – del Generale De Gaulle. Ma la Francia post-gaullista era già uno stato schizofrenico, paralizzato da potenti lobbies straniere, dove coesistevano impulsi gaullisti e istanze di sottomissione all’atlantismo (come in Libano e Siria, dove la Francia, giocando contro il proprio interesse, ha servito gli interessi di Washington e Tel Aviv). I dirigenti francesi – i Chirac, Villepin, Sarkozy, ma anche Mitterrand o Hollande – hanno da tempo voltato le spalle alla politica gaullista. Pretendere il contrario è un imbroglio politico. La reintegrazione della Francia nella NATO, le avventure militari in Libia, Siria e Mali dopo il 2010, non offrono più sbocchi per una grande politica neo-gollista.
I sostenitori della Tesi dell’ “asse Parigi-Mosca” invece – che noi abbiamo sviluppato agli inizi del 1993 – non vedono questa interruzione della politica francese. Ma la Francia si è ingaggiata nel 2013 su un asse Washington-Parigi totalmente opposto.
UN CONCETTO OBSOLETO
Nel 2006, con la presidenza Sarkozy e con il reinserimento militare della Francia nella NATO, ho sviluppato un nuovo concetto, quello della “Seconda Europa”, destinato a fornire un’alternativa al concetto obsoleto dell’ “Asse Parigi-Mosca”.
Questo fu la fine – definitiva o provvisoria a lungo termine (la Francia conserva una potenzialità di ritrovare la politica gollista, ma non è l’oggetto di quest’articolo) – di quel concetto innovativo che era stato l’“asse Parigi-Mosca”. Un concetto che ero stato il primo a definire a partire dagli ultimi giorni del 1992, riflettendo su una linea alternativa alla nostra “Scuola geopolitica euro-sovietica”, a seguito del crollo dell’URSS. Questo molti anni prima che il concetto fosse ripreso, soprattutto, da De Grossouvre. E che offriva un’opzione alla costruzione di un’Europa reale e indipendente.
Ho spesso insistito, dall’avvento degli anni di Sarkozy – che annunciò chiaramente le sue scelte atlantiste e filo-americane – che la reintegrazione politico-militare della Francia nella NATO avrebbe messo fine alla validità di quel concetto. Senza una vera politica gollista – fuori dalla NATO, contro Washington – non aveva più senso l’“asse Parigi-Mosca”. Sono infastidito dal leggere ancora articoli di dilettanti, privi di cultura storica e geopolitica, che riportano in auge questo concetto anni dopo il tradimento fondamentale di Sarkozy.
Un asse Parigi-Mosca non esisterà realmente se non quando la Francia si ricorderà di De Gaulle e romperà con l’atlantismo. Ne siamo molto lontani oggi.
Resta quindi Mosca e il blocco che le si sta organizzando intorno!




# IV / RITORNO ALLA GUERRA FREDDA?

Tra questi due blocchi, che sono de facto rivali geopolitici, sta cominciando un confronto sempre più aperto. Gli analisti parlano esplicitamente, e giustamente a mio avviso, di “ritorno alla guerra fredda”.
“I conflitti che scoppiano per vari motivi con i vicini più prossimi (i paesi baltici e quelli della CSI), i molti problemi con gli Stati Uniti, i paesi e le strutture dell’Unione Europea sono diventati, in questi ultimi tempi, una costante della politica estera russa. Questi conflitti sono interpretati, all’interno del paese, come una testimonianza del ritorno della potenza di una volta, che sembrava persa per sempre”, ha commentato il quotidiano russo Kommersant.
SFERE D’INFLUENZA E CONFRONTAZIONE EST-OVEST
In risposta a questa situazione di crisi, il ministro della Difesa russo Sergei Ivanov, uno stretto collaboratore di Putin, aveva proposto nel 2006 di dividere il mondo tra l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTCS) e la NATO. Secondo Ivanov, “la messa a punto di un meccanismo di cooperazione tra la NATO e la OTCS, con una chiara delimitazione delle sfere di responsabilità, avrebbe contribuito al rafforzamento della sicurezza internazionale”. “La proposta di Sergei Ivanov riporta indietro ai giorni del confronto tra la NATO e i paesi del Patto di Varsavia”, ha aggiunto Kommersant.
A Washington, i falchi statunitensi cercano regolarmente il confronto. Il senatore americano Richard Lugar ha rilasciato, alla fine del 2006, delle proclamazioni nello spirito della “guerra fredda” all’indirizzo della Russia, accusandola di non voler ripartire la propria sovranità energetica e teorizzando una nuova dottrina anti-russa della NATO.
GEOECONOMIA E GEOSTRATEGIA. LA SOVRANITÀ ENERGETICA PER LA OTCS
Perché uno dei principali obiettivi della OTCS è proprio quello di garantire la sovranità energetica dei paesi membri di questa organizzazione. L’influente senatore repubblicano Richard Lugar, presidente della Commissione del Senato per gli affari esteri, ha dichiarato che il blocco militare della NATO dev’essere pronto a rispondere ad un “attacco” e al ricatto che utilizza l’energia, in quanto arma a disposizione di paesi come la Russia. “L’uso dell’energia come arma non è una minaccia teorica del futuro: è già in corso”, ha dichiarato il signor Lugar a Riga, il 28 novembre 2006, in un vertice della NATO. Secondo il senatore yankee, “la sospensione da parte della Russia delle consegne delle forniture energetiche all’Ucraina è testimonianza della tentazione di servirsi dell’energia come di un mezzo per raggiungere obiettivi politici”. “La Russia ha abbandonato il confronto, dopo una grave reazione da parte dell’Occidente, ma quale sarebbe stata la risposta della NATO se la Russia avesse mantenuto l’embargo?”, si è chiesto il senatore statunitense, avvertendo che, in quel caso, “l’economia e le forze armate ucraine sarebbero state distrutte senza colpo ferire, e il pericolo e le perdite subite da diversi paesi della NATO sarebbero stati considerevoli”.
“La NATO deve determinare le misure da prendere nel caso la Polonia, la Germania, l’Ungheria o la Lettonia cadano sotto la stessa minaccia subita dall’Ucraina”, ha continuato a martellare Richard Lugar, invitando ad estendere al settore energetico il “capitolo 5″ dello statuto della NATO, che precisa che un’aggressione contro un membro dell’Alleanza equivale ad un attacco contro l’intero blocco militare. “Dato che un attacco con l’utilizzazione dell’energia in quanto arma può rovinare l’economia di un paese e fare centinaia, addirittura migliaia di vittime, l’Alleanza deve prendere un impegno secondo il quale la difesa contro un tale attacco rientra nel ‘capitolo 5’”, ha sottolineato il presidente della commissione del Senato, rilevando che “nelle condizioni attuali, un conflitto energetico equivale a un conflitto armato. Qundi non c’è praticamente alcuna differenza se un paese membro (della NATO) è costretto a sottomettersi alla volontà altrui a causa di un’interruzione d’energia o perché si confronta con un blocco militare o con una dimostrazione di forza ai suoi confini”, ha detto.
ESPANSIONE DELLA NATO NELL’EST O NUOVI RAPPORTI DI FORZA IN EUROPA?
“Accettando la demolizione del muro di Berlino, la Russia sperava che la NATO avrebbe mantenuto la promessa di non espandersi all’Est, ma gli ex membri del Patto di Varsavia e dei paesi baltici hanno aderito all’Alleanza. Di fronte ai punti di confronto che spuntano nei rapporti con la NATO, Mosca propone regolarmente all’Alleanza atlantica un nuovo formato di rapporti in Europa. La NATO voreebbe continuare ad espandersi ammettendo nuovi Stati della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti). La Russia vi si oppone attivamente. Gli sforzi diplomatici non fanno alcuna differenza. Non rimane che l’alternativa di misure violente”, avverte ancora Kommersant.
Nel 2008, l’aggressione della Gerogia del regime di Saakhasvili all’Ossezia del Sud – con la punizione militare inflitta a Tbilisi a seguito dell’intervento dell’esercito russo – ha dimostrato che la violenza non è un argomento teorico.
I blocchi di opposizione nello spirito della “guerra fredda” dovrebbero scoraggiare alcune repubbliche post-sovietiche ad aderire precipitosamente all’Alleanza. Ecco perchè la OTCS – “questo nuovo Patto di Varsavia”, secondo il Kommersant – definisce chiaramente il suo posto in Europa. Questo blocco comprende, tra i suoi potenziali alleati, i paesi dell’Asia facenti parte del Gruppo di Shanghai, in particolare la Cina, che rappresenta una forza imponente nella competizione con la NATO.




# V / DALLA GUERRA FREDDA AL CONFRONTO: I PUNTI DI CRISI TRA LA RUSSIA E LA NATO E LA DIVISIONE DELL’EUROPA 

Uno dei punti caldi di questo confronto, sono le repubbliche autoproclamate di Pridnestrovie, Abkhazia, Ossezia del Sud – si chiamano anche “CIS-2″ – e del Nagorno-Karabakh. È qui che il confronto tra la NATO e la Russia si esprime direttamente, alle frontiere caucasiane e nelle provicie frontaliere europee della Russia.
“LE REPUBBLICHE VENUTE DAL FREDDO”
L’Abkhazia (capitale Sukhumi), una ex-repubblica autonoma della Georgia sovietica dal 1931, ha combattuto le forze georgiane dal 1992 al 1994, all’indomani della dissoluzione dell’URSS nel dicembre 1991. Sukhumi non ammette la sovranità di Tbilisi sul suo territorio e applica una politica che punta ad ottenere un’indipendeza riconosciuta della comunità internazionale. Dopo la guerra russo-georgiana dell’estate del 2008, Mosca, e alcuni dei suoi alleati, hanno riconosciuto la Repubblica di Abkhazia.
Ex-regione autonoma della Georgia secondo la divisione amministrativa dell’URSS, l’Ossezia del Sud (capitale Tskhinvali) ha dichiarato la propria indipendenza il 20 settembre del 1990. Tbilisi ha poi risposto e le operazioni militari hanno causato migliaia di morti su entrambi i lati nel 1990-1992. Durante il primo referendum del gennaio 1992, dopo il crollo dell’URSS, l’Ossezia del Sud ha votato massicciamente a favore della sua indipendenza dalla Georgia. I Sud-osseti sono alla ricerca di un riavvicinamento con l’Ossezia del Nord, repubblica nel Caucaso settentrionale russo, notando che gli osseti, del Nord come del Sud, hanno volontariamente aderito alla Russia nel 1774, ben 30 anni prima della Georgia. Quasi il 99% degli abitanti dell’Ossezia del Sud ha detto “sì” al referendum del 12 Novembre del 2006 organizzato dalle autorità separatiste e proponendo di rendere la regione uno Stato indipendente. Tskhinvali non nasconde il suo obiettivo strategico di riunificazione con l’Ossezia del Nord, una repubblica russa nel Caucaso del Nord, e si rifiuta di riconoscere la sovranità georgiana sul suo territorio. Dopo la guerra russo-georgiana dell’estate del 2008, Mosca, e alcuni dei suoi alleati, hanno riconosciuto la Repubblica dell’Ossezia del sud.
Pridnestrovie (PMR, capitale Tiraspol), la zona più industrializzata della ex repubblica sovietica di Moldova e popolata per due terzi da slavi, ha dichiarato la sua indipendenza da Chișinău nel 1989, sotto l’URSS, poi di nuovo nel 1992, dopo la dissoluzione dell’URSS e dopo alcuni mesi di lotta contro le forze moldave pro-rumene. Da allora, Tiraspol rifiuta di riconoscere la sovranità moldava sul suo territorio e applica una politica indipendente, rafforzata dopo il referendum per l’indipendenza del settembre del 2006, in gran parte vinta dai sostenitori del riavvicinamento alla Russia. Il 17 settembre 2006 un referendum si è infatti svolto nella Repubblica Moldava di Pridnestrovie (PMR), e nel quadro di questa consultazione nazionale, la stragrande maggioranza della popolazione di questa auto-proclamata repubblica si è pronunciata per il proseguimento della politica d’indipendenza della Pridnestrovie e della sua unione con la Russia.
Infine, il Nagorno-Karabakh (capitale Stepanakert), “il secondo Stato armeno”, enclave a maggioranza armena in Azerbaigijan, si separò da Baku alla fine di un conflitto armato che, tra il 1988 e il 1994, causò migliaia di morti. Il Nagorno-Karabakh aveva goduto, nella Repubblica Sovietica di Azerbaigijan, dello status di regione autonoma. Nel 1988, grazie alla perestroika di Gorbaciov, la popolazione locale ha preteso la riunificazione dell’enclave alla Repubblica Sovietica di Armenia. Nonostante i molteplici tentativi di Mosca di riportare la calma nel paese, scoppiò una guerra vera e propria tra l’Azerbaigijan e la regione dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991. Il 2 settembre del 1991, le autorità separatiste dichiararono l’indipendenza della Repubblica del Nagorno-Karabakh inglobando la regione autonoma del Nagorno-Karabakh e il distretto di Chaoumian. Un cessate il fuoco fu raggiunto nel 1994, ma la situazione rimane tesa, nonostante gli sforzi di mediazione del Gruppo di Minsk dell’OSCE. Da allora, sono in corso trattative a vari livelli tra Baku e Yerevan.
QUATTRO “CONFLITTI CONGELATI”
Quattro “conflitti congelati” persistono intorno a queste quattro repubbliche, che si cerca, con il sostegno della NATO e di Washington, di annientare con la forza. Nell’Abkhazia e nell’Ossezia del Sud aggredite dalla Georgia, i combattimenti non sono cessati che dopo l’intervento di una forza internazionale di peacekeeping nel 1994 e il conflitto armato è ripreso nell’estate del 2008. La situazione rimane tesa nel Nagorno-Karabakh, nonostante il cessate il fuoco e gli sforzi di mediazione dell’OSCE. La Pridnestrovie reclama da oltre 20 anni la sua indipendenza dalla Moldavia attraverso vari referendum, e ospita un contingente di forze di pace russe, nonostante l’opposizione moldava.
Si noti che il 30 settembre 2006, i presidenti dei parlamenti di queste tre repubbliche non riconosciute – ma tuttavia il diritto internazionale le riconosce come “soggetti di diritto internazionale” in quanto parti in conflitto – Abkhazia, Ossezia del Sud, Pridnestrovie, hanno firmato un accordo che istituisce l’Assemblea parlamentare della Comunità “Per la democrazia e i diritti dei popoli”.
Questa Comunità, successivamente qualificata come “CIS-2″, è stata istituita nel giugno del 2006 dai leader delle tre repubbliche e il Trattato di amicizia prevede l’assistenza reciproca a livello politico ed economico ma anche, in caso di aggressione, un’assistenza militare.
LA NATO ALIMENTA LA DIVISIONE IN EUROPA!
La logica della NATO implica uno stato di conflitto permanente che divide l’Europa in campi ostili, introducendo il confronto all’interno degli Stati e tra di loro.
Il riconoscimento dei diritti dei popoli della Pridnestrovie, dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, o del Karabakh – che passa attraverso il referendum democratico – non deve implicare, secondo noi, alcuna ostilità verso i popoli della Moldavia, della Georgia o dell’Azerbaijan.
I conflitti della “CEI-2″ dimostrano di nuovo la nocività della NATO. E’ la NATO che spinge alla perpetuazione di questi conflitti, all’ostilità tra popoli vicini. Perché la NATO ha interesse a creare delle situazioni d’instabilità, mantenendo quella logica della guerra per cui è stata creata. Così la NATO sostiene direttamente gli estremisti fascisti di Chisinau e Tbilisi (come ha fatto anche nei paesi baltici, sostenendo fortemente gli estremisti nella loro odiosa xenofobia anti-russa), contro i sostenitori della pace.
Mosca ha proposto diversi piani di pace, basati sulla federalizzazione degli Stati interessati, tutti piani silurati dagli estremisti sostenuti dalla NATO.
E’ la NATO, Washington e la divisione dell’Europa che loro mantengono da più di 60 anni, la responsabile di tutte queste guerre civili tra europei. Domani, nella Grande-Europa da Vladivostok a Reykjavik, non ci sarà più spazio per delle guerre civili di divisione alimentate da interessi imperialisti extra-europei.
LA NATO: SCUDO O IMBRACATURA? LA SUDDITANZA E’ IL “PECCATO ORIGINALE” DELLA UE
L’Atlantismo è un veleno mortale, un male che paralizza la UE e divide il continente europeo. Ed è precisamente il suo ruolo. Perché la NATO non è, oggi che l’Unione Sovietica non esiste più – e non diversamente da ieri – lo “scudo dell’Europa” (sic). Ma la sua imbracatura. Uno strumento politico, militare e diplomatico di sottomissione e controllo. Che garantisce agli Stati Uniti la duplicazione dei suoi mezzi militari – la NATO è la fanteria coloniale del Pentagono – il controllo sull’industria degli armamenti (chiave dello sviluppo industriale e scientifico), un mercato continentale per le sue lobby militari-industriali e, infine, la soggezione della diplomazia e della politica estera dell’Unione Europea a quella di Washington. E secondariamente a quella del suo alleato e complice, Tel Aviv.
Il peccato originale della UE, questa pseudo “Europa” al guinzaglio – che è tutto tranne che l’Europa – è proprio l’asservimento, inscritto nel Trattato di Maastricht, della sua difesa e della sua politica estera alla NATO e al suo egemone americano. Ed è proprio questa sudditanza che conduce al fallimento della UE. Che le impedisce di diventare uno Stato ed un Impero transnazionale. E che spiega il fallimento annunciato dell’Euro. Dal momento che la moneta unica e il mercato unico devono, per avere successo, sfociare nello Stato federale, unitario (si rilegga Thiriart). Senza assicurarsi i poteri sovrani della difesa e della designazione del nemico (si rilegga Carl Schmitt), l’Unione Europea non è in grado di mantenere a lungo il potere regale di battere moneta.




# VI / PER UNA CONCLUSIONE POSITIVA
DOMANI TUTTI CITTADINI UNITI IN UNA GRANDE PATRIA EURASIATICA: VERSO UNA CITTADINANZA PANEUROPEA
La nostra analisi geopolitica, fredda e razionale, non ci impedisce di avere una visione positiva per il futuro. I cittadini della Pridnestrovie e della Moldavia, dell’Ossezia, dell’Abkhazia e della Georgia avranno il diritto, come tutti gli altri cittadini europei, al loro posto nella Grande-Europa unificata. E non ce l’avranno che là.
Si avranno uguali diritti ed uguali doveri, attorno ad una stessa cittadinanza, e non dei diritti ridotti e variabili a seconda dell’origine, come è nella molto inegualitaria ed anti-democratica Unione Europea. Dove convivono i paesi del nucleo fondatore muniti di tutti i diritti e dei “popoli di seconda classe” come i nuovi paesi aderenti – rumeni, bulgari, ecc -, i cui cittadini hanno dei diritti ridotti, dei cittadini della UE senza diritti politici come molti cittadini delle minoranze russofone dell’Estonia e della Lettonia, che stanno di fronte a “popoli esterni” a cui viene promessa un giorno lontano l’entrata nella UE.
Europei dell’Est e dell’Ovest, senza alcuna distinzione d’origine nazionale, etnica, linguistica o confessionale: tutti cittadini uniti nella stessa Grande Patria eurasiatica…
In linea con il lavoro pionieristico della nostra Scuola geopolitica “euro-sovietica” degli anni 1983-1991, con il concetto di “Grande-Europa”, concepiamo in particolare la Russia e l’Unione Europea come le due metà della Grande-Europa, l’Europa-continente da Vladivostok a Reykjavik.




 
Luc Michel

Traduzione a cura di Michele Franceschelli 



____________________________
Note:
(1) Nei primi anni ’80, Thiriart ha fondato con José Quadrado Costa e me stesso, la “Scuola di geopolitica euro-sovietica”, dove abbiamo sostenuto un’unificazione continentale da Vladivostok a Reykjavik sul tema dell’ “Impero euro-sovietico” e sulla base di criteri geopolitici.
Teorico dell’Europa unitaria, Thiriart è stato ampiamente studiato negli Stati Uniti, dove delle istituzioni accademiche come la “Hoover Institute” o l’”Ambassador college” (Pasadena) hanno dei fondi d’archivio che lo concernono. Le sue tesi antiamericane, “rivoltate”, vengono largamente riprese da Brzezinski, definendole a vantaggio degli USA; tesi che Thiriart aveva concepito per l’unità continentale eurasiatica.
Sulla Scuola geopolitica “euro-sovietica”, cfr:
* José Cuadrado Costa, Luc Michel e Jean Thiriart, Textes Euro-Sovietiques, Ed. Machiavel, 2 vol. Charleroi, 1984 ;
Questa raccolta di testi è stata pubblicata in lingua francese, olandese, spagnola, italiana, inglese e russo.
(2) Cfr. La pagina della Conferenza pubblicata da EODE Press Office:
MINSK: International Conference “The Prospects of the Eastern Partnership”, su: https://www.facebook.com/EODE.Minsk.Conference.2011.easternpartnership
(3) Sul « Partenariato orientale» della UE, le politiche di “coesistenza pacifica” e i “processi di transizione” in Europa dell’Est:
Cfr. le mie analisi sulle riforme socialiste in URSS, Iugoslavia, Bielorussia, Libia, Iraq e Siria ba’athista. Anche quelle sul “processo di transizione” in Bielorussia (dove il presidente Lukashenko le ha decretate a partire dal 1996), in Iugoslavia e in Libia.
Cfr. in particolare: Conferenza internazionale: “The prospects of the Eastern partnership” – Minsk 5.05.2011:
Conferenza di Luc Michel (PART.1 – 2 – 3) ripresa su PCN-TV: “Il modello della Bielorussia come alternativa alla globalizzazione (dove invocai largamente la “coesistenza pacifica” in Libia).
http://www.dailymotion.com/video/xjjkaz_the-prospects-of-the-eastern-partnership-conference-de-luc-michel-part-1_news
http://www.dailymotion.com/video/xjjlfo_the-prospects-of-the-eastern-partnership-conference-de-luc-michel-part-2_news
http://www.dailymotion.com/video/xjjmbi_the-prospects-of-the-eastern-partnership-conference-de-luc-michel-part-3-conclusion_news



Link:
Putin: “L’Europa da Lisbona a Vladivostok” 
La “Grande-Europa” contro l’occupante USA

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

martedì 10 giugno 2014

Alla radice dell’invasione: la criminale distruzione della Giamahiria


La pianificata e criminale distruzione della Giamahiria di Muammar Gheddafi e la sua trasformazione in una “nuova Somalia” (o se preferite, un “nuovo Iraq”) nel Mediterraneo (1), alle porte dell’Italia e dell’Europa, è stata scientificamente voluta dagli Stati Uniti e dai suoi vassalli europei, Sarkozy e Cameron, per eliminare un uomo politico “scomodo” – Gheddafi – perché indipendente e non allineato agli USA, e per far avanzare Africom e la NATO, fanteria coloniale del Pentagono, nel continente africano.
La guerra alla Libia è stata anche una “guerra contro l’Italia” sia per gli strettissimi legami, non solo economici, che univano la Giamahiria alla nostra nazione, ma anche per le disastrose conseguenze che il previsto caos libico avrebbero avuto sul nostro paese: trasformando la Libia in un “hub” internazionale del traffico di immigrati, l’Italia sarebbe diventata la meta di un’invasione umana pressoché inestinguibile, potenzialmente capace di destabilizzare non solo l’Italia, ma l’intera Europa.





Un servilismo criminale e traditore degli interessi nazionali
“Non c’é stato un sommovimento popolare perché Gheddafi era amato dal suo popolo, come ho potuto vedere quando sono stato in Libia (…) Uomini di potere hanno deciso di dare vita a un’altra era facendo fuori Gheddafi”, così in modo criptico Berlusconi ad Atreju nel settembre 2011. Quegli “uomini di potere” erano i decisori politici che a migliaia di chilometri di distanza, a Washington e a Londra, avevano pianificato di uccidere Gheddafi e di distruggere la Giamahiria, portando il caos nel paese e in quelli limitrofi.
Per i loro piani era però indispensabile che l’Italia di Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi eseguisse scrupolosamente gli ordini impartiti: concedere l’utilizzo delle basi militari presenti sul suo territorio, senza le quali sarebbe stato impossibile compiere in modo continuativo gli attacchi; stracciare il favorevole “Trattato di Amicizia” da poco siglato con Gheddafi e che prevedeva, tra le varie clausole, che l’Italia non avrebbe concesso le sue basi per attaccare la Libia; partecipare attivamente ai bombardamenti sobbarcandosene gli ingentissimi costi; mettere in atto un’operazione di propaganda e censura per soffocare il prevedibile dissenso interno sia per le vittime civili dei bombardamenti sia per il sostegno militare ai ribelli islamisti, oltreché per una guerra autolesionista che avrebbe distrutto le convenienti posizioni economiche dell’Italia e avrebbe portato la Libia nel caos, in mano a qaedisti, trafficanti di droga ed esseri umani, nell’anarchia della lotta reciproca delle tribù, delle milizie, delle città, etc, in un copione già sperimentato dagli angloamericani in Somalia e in Iraq.
Per questo, mentre Napolitano si prodigava a pontificare sulla necessità e sulla moralità della partecipazione italiana alla guerra, e mentre gli allora ministri La Russa e Frattini sgomitavano nel fare a gara a dimostrarsi i più ligi nel governo alle direttive di Washington-Londra, e intanto che la Lega Nord mugugnava per poi allinearsi come sempre, fu messa in opera una meticolosa opera di disinformazione e censura sui mass-media nazionali volta a nascondere alla popolazione italiana quello che stava realmente accadendo e le sue disastrose conseguenze; furono poi anche arrestati diversi esponenti dell’ “Associazione degli studenti libici” in Italia, rei di aver conquistato troppo spazio (2) nella loro opera di contro-informazione su Gheddafi, la Giamahiria, i presunti-ribelli e la guerra.
Solo a giochi fatti – e dopo che i droni americani e i jet francesi (3) avevano bombardato la colonna di veicoli blindati che stava scortando il Rais nella sua eroica resistenza a Sirte – cominciarono a venire alla luce le reali dimensioni della criminale partecipazione italiana alla guerra.
Non fu infatti solo un sostegno “passivo” – con la fondamentale concessione dell’utilizzo della basi – ma anche “attivo”, come riportò con orgoglio (sic) a fine novembre 2011, il generale Giuseppe Bernardis parlando di un “contributo intensissimo da parte dell’Aereonautica Militare, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, all’interno delle missioni Odyssey Dawn e Unified Protector”. “Un’attività che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’Aeronautica Militare”, continuava il generale, “che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari”.
I velivoli italiani condussero quindi, in sette mesi, circa 1.900 sortite, con le missioni di bombardamento vero e proprio – autorizzate dal governo Berlusconi il 26 aprile, e di cui la prima venne effettuata il 28 nell’area di Misurata – che furono 456, solo considerando quelle di “attacco al suolo contro obiettivi predeterminati” (310) e quelle di “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (146), senza contare gli “attacchi a obiettivi di opportunità”, il cui numero è stato minore .… (4)
Quindi, i piloti della nostra nazione parteciparono attivamente (con, tra l’altro, una pesantissima spesa del contribuente italiano) ai bombardamenti di case e quartieri residenziali di Tripoli, negli omicidi mirati di uomini del governo libico, ma anche di donne e bambini, contro le infrastrutture, le reti televisive, l’Università, contro Bab al-Aziziya, contro Sirte, Misurata, contro gli acquedotti… il tutto per uccidere Gheddafi, far avanzare Africom e la NATO, portare il caos in Libia, trasformandola in “nuova Somalia” (o in “nuovo Iraq”), in un “hub” del terrorismo qaedista e del traffico internazionale di immigrati, nello sbocco naturale per le infinite e lucrose carovane di disperati che arrivano dall’Africa centrale e meridionale (5).
E allora qui non possiamo non ricordare che era proprio il giugno del 2011, esattamente la notte tra il 19 e il 20 giugno, quasi 3 anni fa, quando aerei NATO, probabilmente guidati da solerti piloti dell’Aeronautica Militare comandati da zelanti (nel servire Washington) generali italiani ricchi di decorazioni, bombardarono Sorman, uccidendo 19 persone tra la popolazione civile, tra cui 8 bambini. Come tipica prassi degli ipocriti interventi umanitari made in NATO, l’Alleanza Atlantica prima smentì categoricamente di aver condotto attacchi “in quell’area e a quell’ora”, poi ammise – di fronte alle evidenze della TV libica – un raid su Sorman, su presunti obiettivi militari, negando di aver provocato vittime civili (6)… L’obiettivo militare sarebbe stata la casa di Al-Hamed Al-Khweldy, uno dei veterani della gloriosa rivoluzione verde del 1969, la cui unica colpa era quella di rimanere fedele al colonello e di non farsi comprare dai dollari USA e di non farsi intimidire dalle bombe (7)… Qui di seguito due video sulla strage:



Questo è solo uno dei tanti episodi criminali dei bombardamenti sulla Libia… una vergogna indecente che non possiamo dimenticare e che grida vendetta contro i traditori e i servi che nelle più alte cariche delle Forze Armate Italiane e della politica si rese complice di tali delitti, e che ha svenduto l’interesse nazionale partecipando ad una “guerra contro l’Italia”.





Una “nuova Somalia” nel Mediterraneo
I frutti di questo servilismo criminale e vergognoso sarebbero stati la trasformazione della Libia in una “nuova Somalia”.
Il nostro fu l’unico movimento antagonista (8) – mentre i neocolonialisti e razzisti gruppuscoli della destra radicale optavano per il “né, né”, essendo Gheddafi, nella loro retorica, sempre un “beduino”, “un anti-italiano”, etc, non diversamente, nei fatti, dai “né, né” della sinistra radicale per cui il Raìs era un “dittatore” che opprimeva il suo popolo e le sue aspirazione democratiche, che negava i diritti dei migranti, etc. etc. – il nostro, dicevamo, fu l’unico movimento antagonista che scese in piazza per denunciare pubblicamente la criminale guerra di aggressione a cui stava partecipando il nostro paese, palesando al contempo il nostro sostegno all’eroica Resistenza, guidata dal Colonello e dal figlio Khamis, contro la NATO e i tagliagola qaedisti made in USA.
All’epoca fummo facili profeti e non ci allieta di certo vedere oggi le nostre profezie realizzarsi; anzi, aumenta la rabbia perché la nostra nazione sprofonda giorno dopo giorno nel degrado e nella miseria, e quella casta atlantica che ci portò in guerra e ci porta allo sfacelo è sempre lì, salda al comando, pronta a svendere nuovamente l’interesse nazionale alla prima occasione, come lo è stato in Libia e poi in Siria, e come si sta prefigurando con la Russia, conducendoci a nuove ed autolesioniste guerre di aggressione.
Oggi, dopo tre anni, stiamo ancora assistendo in Libia ad una battaglia senza fine tra tribù, milizie, terroristi qaedisti, bande, resistenza gheddafiana, trafficanti e mercenari, in una situazione assolutamente fuori controllo.
L’Occidente si stringe ora attorno al generale Haftar, che sta bombardando e massacrando mezza Libia per cercare di riportare l’ordine, uccidendo centinaia di persone; ma per l’Occidente questa volta non c’è necessità di intervenire con una No fly zone per proteggere la popolazione dai bombardamenti e dai crimini di Haftar (questi sì, veri; al contrario di quelli inventati a suo tempo e attribuiti a Gheddafi e che servirono da giustificazione alla guerra (9)); nessuno s’indigna e si straccia le vesti per un intervento umanitario; Napolitano tace. Il motivo è chiaro: Haftar è un pupazzo di Washington (10).
Il Pentagono approfitta del caos per aumentare le truppe di marines in Sicilia con la scusa del terrorismo islamico. Nessuno ricorda che con Gheddafi i terroristi islamici di Al-Qaeda non avevano cittadinanza ed erano perseguitati; ma è sempre il solito giochino del cane che si morde la coda, con gli statunitensi che prima sostengono il terrorismo (vedi Afghanistan, Libia e Siria) e poi dicono di volerlo sradicare intervenendo militarmente come paladini dell’Occidente contro la barbarie islamista… la solita storiella.





Alla radice dell’odierna invasione migratoria
Mentre le strategie militari e geopolitiche del Pentagono e degli USA escono rafforzate dal caos libico, l’Italia ha subito e subisce dei colpi micidiali. I contratti miliardari delle nostre imprese sono sfumati nel nulla; resiste, tra mille difficoltà, incertezze e ridimensionamenti, solo ENI. Ma per il resto, nulla, la maggior parte è tutto sfumato.
Ma soprattutto ora regna il caos alle nostre porte di casa; mentre gli yankee sono a migliaia di chilometri a godersi lo spettacolo. Milioni di persone, disperati e affamati dell’Africa e del Maghreb, ma anche terroristi e criminali, si ammassano sulle coste libiche pronti a salpare per la penisola italiana e godere dello status di rifugiato, con i nostri militari che, invece di pattugliare i territori nazionali sempre più in mano alla criminalità organizzata, sono costretti a fare da infermieri e soccorritori 24 ore su 24, a spese del contribuente, prendendosi anche la tubercolosi.
Gheddafi, con il suo potere centrale, garantiva un controllo sui flussi e sull’area, pattugliando le coste e i confini in collaborazione con l’Italia; con il suo governo a carattere laico-socialista, il Raìs è sempre stato uno strenuo nemico del terrorismo islamico e qaedista; con le sue politiche economiche di stampo socialista, il Colonello garantiva buoni livelli di vita per le popolazioni locali e riusciva molto spesso anche ad impiegare in loco la manodopera africana che proveniva dal sud nella realizzazione di grandi opere di interesse collettivo; con la sua politica di sviluppo pan-africana attuata all’interno dell’Unione Africana, che aveva contribuito a far nascere, aveva messo in piedi il più efficace programma a lungo termine contro l’immigrazione clandestina nel nostro paese, perché i suoi programmi andavano alla radice del problema migratorio, ovvero la povertà dovuta allo sfruttamento colonialista e alla destabilizzazione geopolitica di matrice statunitense.

Le decine di migliaia d’immigrati già arrivati sulle nostre coste (se ne preannunciano centinaia di migliaia) sono perciò l’amaro frutto del servilismo dell’Italia agli Stati Uniti; sono la conseguenza dell’ignobile tradimento degli interessi dell’Italia da parte delle nostre gerarchie politiche e militari che, da più di 60 anni, godono della dolce protezione di Washington perché la assecondano nei suoi interessi geopolitici, che sono contrari agli interessi della nostra nazione, rendendola anche corresponsabile di crimini odiosi e infamanti, come lo è stato in Libia, ma anche in Serbia, Iraq e Siria.
Prima delle squallide politiche immigrazioniste ed anti-nazionali portate avanti dal Vaticano, da Confindustria, dalla UE e dalla sinistra, la radice vera ed ultima dell’immigrazione è nella politica estera degli Stati Uniti (e Londra), una politica che porta continuamente nel Maghreb e nell’Africa destabilizzazione, sfruttamento, povertà e caos. Ma agli yankee che importa? A loro interessa solo estendere la rete delle basi militari e mettere al governo fantocci filo-USA; LORO sono a migliaia di chilometri di distanza dalle loro frontiere, mentre NOI siamo a due passi…
Quanto tempo ci vorrà ancora perché, oltre il fumo potente della retorica propagandistica controllata dagli Stati Uniti, gli italiani capiscano che la politica degli USA e i loro interessi non sono coincidenti con i NOSTRI? Anzi, il più delle volte, sono esattamente CONTRARI!





Italia reagisci!
Ora più che mai bisogna che l’Italia reagisca, l’Italia che ha a cuore il suo futuro, quello dei suoi figli e del suo onore, si deve ribellare contro la casta dei traditori criminali e dei servi di Washington; e si deve vendicare per tutto quello che le è stato fatto subire in questi decenni, e per il tragico futuro verso cui ci vogliono portare, un futuro fatto di banlieues, di distruzione etnica, di conflitti interrazziali, di sfruttamento del lavoro, di disoccupazione, di guerra fra poveri, di droga, di terrorismo islamista, di caos sociale e di nuove e criminali guerre della NATO contro gli interessi della nazione.
LORO sanno che siamo in una situazione in ebollizione, come in una pentola a pressione sempre più vicina ad esplodere, perché è innaturale che una comunità assista passivamente alla propria morte: per questo creano e tollerano false opposizioni (come il Movimento 5 Stelle), per questo cercano di smidollare ed effemminare il popolo, per questo ci inculcano falsi miti utili ad anestetizzare la gioventù, per questo creano falsi nemici (la Germania, la Russia, la Cina, etc).
L’Italia non ci deve cascare!

 L’Italia ha un fulgido esempio cui rifarsi, senza dover prendere lezioni da nessuno! Questo esempio si chiama Enrico Mattei, un uomo che ha lottato fino all’ultimo per la sovranità dell’Italia, per il suo progresso tecnico e scientifico, per la sua neutralità in politica estera fuori dalla NATO, per il co-sviluppo paritario con i paesi del Maghreb e dell’Africa, contro lo sfruttamento capitalista di stampo anglosassone (una filosofia win-win,&nbsp come direbbero i cinesi), che amava il suo popolo e la sua nazione e non l’avrebbe mai svenduta ai mercanti di Washington e Londra. Per questo è stato fatto fuori.
Enrico Mattei è stato svenduto dai quei nemici della Patria che, oggi come ieri, sono nei posti di comando, nell’ombra, nei gangli del potere marcio ed atlantico dell’esercito, della politica, della finanza.
Enrico Mattei, caduto per la sovranità nazionale. Anche lui, come il compianto Muammar Gheddafi e i martiri di Sorman, ci chiedono una sola cosa: REAGIRE! FARE GIUSTIZIA! LIBERARE! Per il nostro futuro, per i nostri figli, per il nostro onore!


Michele Franceschelli

NOTE:
1.Libia: una nuova Somalia nel Mediterraneo
2.Libia: arrestato a Perugia Nuri Ahusain. Nuri Ahusain, presidente degli studenti libici in Italia, colpevole di divulgare nelle piazze e sui media nazionali (Le Iene: gli amici di Gheddafi) un’informazione veritiera e non atlantica su quanto stava realmente accadendo in Libia.
3.Col Gaddafi killed: convoy bombed by drone flown by pilot in Las Vegas 
4.Missione Libia 2011, le operazioni “tenute nascoste agli italiani” rivelate dal generale Giuseppe Bernardis. 1900 raid e 456 bombardamenti 
5.Vedi nota 4.
6.Napolitano, sulla Libia stop alla Lega
intesa Pdl-Lega: “Decida Consiglio di difesa”
7.L’infanticidio, nuova tattica’ della NATO: il massacro di Sorman 
8.30 August 2011, Rome: italian supporters of Gheddafi 
9.Libia: e se fosse tutto falso?
10.Haftar: il “socio effettivo” degli Stati Uniti in Libia

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'