Uno degli ultimi libri di Riccardo Campa, professore di sociologia all’Università di Cracovia e presidente dell’Associazione Italiana Transumanisti, s’intitola La specie artificiale. Saggio di bioetica evolutiva, edito dalla casa editrice “Deleyva Editore” nel dicembre del 2013.
I lettori di Stato e Potenza conoscono già Riccardo Campa, intervistato dal nostro periodico in merito alle prospettive del socialismo nel XXI secolo (1).
Sulla scia dei suoi precedenti scritti, tra i quali ricordiamo Etica della scienza pura. Un percorso storico e critico (2007), Mutare o perire. La sfida del transumanesimo (2010), Trattato di filosofia futurista (2012), il professor Campa ha dedicato questo saggio alla disamina dei diversi approcci etici che si dispiegano di fronte alle sempre più numerose interazioni tra la tecnica e la vita biologica dell’uomo, ripercorrendo puntualmente la storia dei maggiori eventi tecnologici e scientifici a cui sono intrecciate le più serrate contrapposizioni bioetiche, dalla procreazione in vitro alla vita artificiale, dall’ingegneria genetica alla contraccezione, dall’aborto alla clonazione riproduttiva e terapeutica, dal trapianto di organi all’eutanasia.
Per Campa sono sostanzialmente due le bioetiche che, nelle loro diverse sfumature interne, si contrappongono in tutti questi casi: da una parte una bioetica “cattolica”, “bioconservatrice”, che nel solco della tradizione giudaico-cristiana guarda con aperta o velata ostilità alle sempre maggiori capacità dell’uomo di incidere sulla propria vita biologica, sottraendola al monopolio divino e naturale; dall’altra una bioetica “laica”, “bioprogressista”, che sul solco della tradizione pagana, rinascimentale, nietzschiana e poi futurista, saluta invece come un fatto estremamente positivo, e rispondente alla profonda aspirazione della specie umana, la sempre maggiore capacità dell’uomo di riuscire ad acquisire conoscenza e potere anche sui meccanismi che regolano la propria vita biologica.
Quella “laica”/“bioprogressista” è per Campa un’etica quindi apertamente favorevole – almeno nelle sue componenti più consapevoli – alla prospettiva dell’autoevoluzione diretta del genere umano, non più paralizzato dai dogmi del Dio guidaico-cristiano e sempre meno ostaggio del caso e della necessità delle regole cieche dell’evoluzione; un genere umano che è quindi sempre più guidato, nel suo percorso evolutivo, da una scelta culturale vieppiù libera e consapevole e, nella prospettiva “laica”, verso un sempre maggiore potenziamento e ampliamento delle proprie facoltà.
E’ però altrettanto libera e consapevole la scelta “cattolica”, “bioconservatrice”, di opporsi a questi nuovi poteri umani e di optare per un diverso destino evolutivo della specie. Entrambe le bioetiche hanno infatti ricadute concrete e reali sugli effetti dell’evoluzione umana, anche quella “bioconservatrice”, paradossalmente, finisce per attuare un’azione di autoevoluzione diretta perchè incide sull’evoluzione dell’umanità nel senso di un indebolimento o di una stagnazione della specie dagli effetti potenzialmente catastrofici, ben peggiori dei rischi che vengono paventati come motivazione contro l’uso delle nuove tecnologie dagli stessi “bioconservatori”.
Alla base di queste diverse scelte bioetiche è lo scontro sotterraneo che permea la bimillenaria storia europea tra valori pagani e valori giudeo-cristiani, uno scontro che Campa ha ulteriormente approfondito nel suo recentissimo libro intitolato La rivincita del Paganesimo, un tema già ripreso in suoi precedenti lavori, come in Etica della scienza pura, e che in questo saggio rimane comunque centrale per comprendere le posizioni del professore di Cracovia; da una parte l’esaltazione della tradizione giudeo-cristiana della sottomissione, della sofferenza, dell’umiltà, del debole, del malato, dell’ignoranza umana, dall’altra quella pagana della libertà, della forza, dell’intelligenza, del bello, del coraggio, della bellezza, della potenza dell’uomo.
Non è pertanto quindi un caso che la protagonista immaginaria del libro La specie artificiale, che ripercorre su se stessa la storia delle diverse innovazioni scientifiche e tecnologiche, si chiami Galatea, in onore della donna artificiale creata dal teurgo Pigmalione e che ogni capitolo del libro si apra con riferimenti al mondo mitologico classico.
La prospettiva di Campa è infatti quella di radicare una bioetica evolutiva nel retaggio del patrimonio greco-romano, dando maggiore consapevolezza e respiro di orizzonti anche allo stesso fronte “laico”/“bioprogressista” nel quale senza alcun dubbio si colloca. In quest’ottica Campa invita sempre a considerare gli effetti comunitari delle scelte bioetiche, andando oltre alla prospettiva del diritto individuale che, per quanto importante e sacrosanto, finisce troppo spesso per offuscare le fondamentali ricadute generali, sia in termini evoluzionisti che sociali, di quelle scelte, siano esse “bioconservatrici” o “bioprogressite”. In questo senso anche la prospettiva “laico”/“bioprogressista”, soprattutto in Occidente, sconta ancora i tabù legati all’esperienza eugenetica nazionalsocialista, avendo quindi preso una piega essenzialmente “individualista” e quindi incompleta, priva della dimensione olistica e biopolitica presente invece per esempio nei gruppi dirigenti della Repubblica Popolare Cinese.
La bioetica evolutiva di Campa è quindi una bioetica fortemente radicata nel pensiero classico-rinascimentale-nietzschiano-futurista, ma anche nel pensiero del miglior socialismo, una bioetica cioè che si sposa con il cammino, naturale artificiale insieme, verso l’evoluzione autodiretta intrapreso dall’uomo ab origine, agli albori della civiltà e che negli ultimi tempi, nell’epoca noosferica, ha subito una drastica accelerazione.
L’istinto dell’uomo, oggi come ieri, è infatti per Campa “quello della ricerca di maggiore potenza e, dunque, è fondamentalmente un istinto di autosuperamento o autotravalicamento. Quello che dobbiamo fare è soltanto togliere di mezzo gli impedimenti, le incrostazioni metafisico-religiose, le filosofie consolatorie, le menzogne che impediscono all’uomo di trascendere incessantemente se stesso, diventando così se stesso” (2).
L’istinto di quella “specie artificiale” che, anche in campo biologico, non conosce Colonne d’Ercole.

Michele Franceschelli
2. La specie artificiale, pagina 179

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'