venerdì 31 ottobre 2014

Vicenza e il pericolo virus Ebola: Zaia fa pagare all’Italia la sua sottomissione agli USA

La doppiezza leghista esce allo scoperto sul caso dei marines sospettati di aver contratto il virus Ebola. 
Vicenza, visita ai cantieri del Dal Molin del governatore Luca Zaia e dell’ambasciatore Usa David Thorne, Corriere del Veneto (Aprile 2012)

La storia è ormai nota: undici soldati statunitensi di ritorno dalla Liberia sono stati messi in isolamento a Vicenza, per verificare l’eventuale contagio dal virus Ebola. Tra i militari posti sotto osservazione c’è anche il generale Darryl Williams, comandante dell’esercito Usa in Africa. I militari al loro arrivo in Italia sono stati accolti dai carabinieri che indossavano tute protettive. Il ministero della Difesa italiano già da alcune settimane si era infatti allertato sulla possibilità che la base USA di Vicenza potesse ospitare personale americano di passaggio dall’Africa e in particolare dalla Liberia che è uno dei tre Paesi dell’Africa occidentale maggiormente colpiti dall’epimedia del virus Ebola. Se le disposizioni attuali del Ministero avranno seguito, tutti i militari Usa di ritorno dalla Liberia, diverse centinaia di soldati, rimarranno in isolamento per 21 giorni. Le autorità militari americane hanno assicurato che i soldati Usa rimarranno per tutto il tempo necessario all’interno della base statunitense senza entrare in territorio italiano.
Di fronte a questa situazione il governatore leghista della Regione Veneto Luca Zaia ha sborbottato, consapevole delle crescenti e legittime paure nella popolazione veneta ed italiana per una potenziale diffusione del virus Ebola e ha chiesto che i marines rientrati dall’Africa, e quelli che rientreranno, non siano rianviati in Veneto per trascorrere la quarantena, ma negli Stati Uniti. E queste dichiarazioni di Zaia sono state da alcuni tacciate come sovraniste.
Ma come signor Zaia? Chi vuole la bicicletta, ora deve pedalare! Non era lei, nell’Aprile del 2012, a visitare con orgoglio i cantieri della base statunitense Dal Molin in compagnia dell’ambasciatore USA David Thorne e a spendersi in sproloqui apolegetici sull’utilità della base per Vicenza e per l’economia veneta, e sulla bontà degli USA di ieri, di oggi e di domani? (1)
E’ lei stesso ad averci ricordato nell’intervista al Corriere del Veneto del 29 ottobre come la sua “vicinanza ed amicizia agli Usa” sia dimostrata dal fatto che è “stato l’unico amministratore che è andato all’apertura della base “Dal Molin””.
Quella base Dal Molin, le ricordiamo signor Governatore, quella base che le piace tanto e per cui si è tanto prodigato per la sua realizzazione, sarebbe progressivamente diventata – unita alla vicina caserma statunitense Ederle – il centro del supremo comando americano per le truppe di terra dell’Africom – Africa Command (mentre le forze navali sarebbero andate a Napoli) e questo si sapeva da tanto tempo, almeno dal 2008. E’ l’United States Africa Command, signor Governatore, che gestisce dall’Italia tutte le operazione di guerra, spesso vendute come “umanitarie”, in tutta l’Africa e in tutti i suoi paesi, in Liberia per esempio, da dove provenivano i soldati che lei oggi chiede vengano spostati in USA. Non lo sapeva Signor governatore? E a Vicenza il personale militare statunitense dovrebbe raggiungere progressivamente le 5000 unità. Quindi, anche se ci saranno insabbiamenti, è logico aspettarsi, date queste premesse, altri casi di quarantena e sempre un maggiore pericolo di diffusione del virus Ebola, dato il viavai senza sosta tra Ederle-Dal Molin, Aviano, Pratica di Mare e il Continente Nero (2). Fa parte dei giochi, se avete consentito con entusiasmo al Pentagono di trasformare l’Italia e Vicenza nel suo centro di comando per l’Africa, dopo che Spagna e Sud-Africa si erano opposte, ora vi tenete queste ed altre “chicche”, come il pericolo del virus-Ebola (oltre agli stupri ai danni delle giovani donne (3), l’inquinamento, il traffico di droga, il pericolo di attentati, gli incidenti, la complicità logistica e morale nella guerre “umanitarie”, i costi di nascosto accollati al contribuente italiano e molto, molto altro ancora) che dovrete far buttare giù ai vostri concittadini, che hanno creduto alle vostre balle sulla magnificenza e sulle grandi opportunità rappresentate dal Dal Molin.
Ma questa è sempre stata la Lega Nord: i soldati statunitensi sono i veri immigrati che i leghisti non vedono, offuscando la loro presenza con una becera xenofobia ed islamofobia utile a distorcere l’attenzione della popolazione italiana dal vero pericolo rappresentato dalle truppe di occupazione USA che sono già in casa nostra. Quella Lega corresponsabile, perché sempre al governo in quei frangenti, delle scellerete imprese italiane al fianco del “liberatore” yankee in Afganistan, Iraq e Libia…
E chi si farà carico delle spese mediche e sanitarie per questi ed altri casi di quarantena e controllo? Ce lo vuole dire Signor Zaia? Ma se avete voluto la base, ora dovete far sobbarcare ai contribuenti veneti ed italiani anche queste spese…. 
D’altronde, come se non bastasse, è sempre lei e la sua giunta “verde” che dopo aver sostenuto la costruzione del Dal Molin, ha approvato, a fine 2012, la Valutazione di Incidenza Ambientale (Vinca) che dava il via libera della Regione Veneto al nuovo centro di addestramento che gli statunitensi vogliono realizzare nel comune di Longare, in provincia di Vicenza, rimodellando una vecchia installazione militare USA – Site Pluto – ancora oggi probabilmente utilizzata come deposito di munizioni nucleari americane e in cui non sono mancati in passato pericolosi incidenti dai contorni tutt’altro che chiari. Le ricordiamo che la nuova Site Pluto è una struttura che si svilupperà su “un’area di 5 ettari e sarà un vero e proprio centro all’avanguardia, dotato di tecnologie di ultima generazione. Potrà ospitare quasi 300 militari al giorno, nel caso delle esercitazioni più gravose. Le unità di stanza a Vicenza, grazie alla nuova struttura, potranno condurre addestramenti mirati, pianificando missioni e simulando ambienti virtuali. L’obiettivo è quello di mantenere «un alto livello di prontezza operativa” (4). Così si espresse all’epoca il Presidio Permanente No Dal Molin sul regalo fatto dalla regione leghista al Pentagono: “Altro che “prima il Veneto”: la Giunta regionale del governatore Luca Zaia ha approvato, con una delibera alla vigilia della pausa natalizia, la Vinca relativa al nuovo centro di addestramento che gli statunitensi vogliono realizzare a Site Pluto. Luca Zaia tradisce così la volontà espressa dal Consiglio regionale del Veneto lo scorso autunno, dimostrandosi un umile servitore dei padroni a stelle e strisce. L’approvazione della Vinca rappresenta un affronto non soltanto alla dignità del Consiglio Regionale, la cui indicazione è stata tradita, ma soprattutto al territorio vicentino, con le comunità e i sindaci che hanno già espresso la propria contrarietà a nuove servitù militari. (…) Era già successo con il Dal Molin, quando la Regione approvò una relazione di centinaia di pagine in appena 9 giorni dalla loro presentazione. Luca Zaia mostra ancora una volta il vero volto della Lega Nord. Urlano “paròni a casa nostra nelle piazze” e sono i più umili servi dell’apparato militare statunitense quando siedono ai posti di governo. Per loro gli interessi statunitensi vengono prima di quelli dei veneti: ancora una volta dovranno essere i cittadini a difendere la dignità delle nostre terre e delle nostre comunità mentre i politicanti d’ogni risma abbassano la testa e si mettono al servizio dell’apparato militare”.
Signor Zaia: avete voluto gli yankee, ora vi tocca far accettare alla popolazione veneta ed italiana il pericolo del virus Ebola, poche storie. Il Pentagono non potrà, anche se lo volesse, dare ascolto ai vostri ipocriti lamenti. Ora è troppo tardi. Per questo, signor Zaia, i cittadini veneti ed italiani non scordano e vi accusano.



Michele Franceschelli




Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

domenica 26 ottobre 2014

“Non obbliare giammai”: 27 Ottobre 1962, moriva Enrico Mattei








Immagine tratta dalla copertina del film “Il caso Mattei” (1972), di Francesco Rosi


L’assassinio di Enrico Mattei il 27 ottobre del 1962 è stato messo in atto da quei centri di potere atlantici che non potevano tollerare un’azione come quella del fondatore dell’ENI volta unicamente all’indipendenza e al bene della nazione. Quegli stessi centri di potere sono ancora oggi i padroni dei destini d’Italia. Ricordare il martirio di Mattei vuol dire non solo rendere omaggio ad un grande italiano morto per amore della nazione, ma significa rilanciare nell’oggi la sua lotta per la sovranità nazionale e per l’indipendenza dagli Stati Uniti d’America.




Il “segreto di Pulcinella” di Bascapè
Il 27 ottobre del 1962 moriva tragicamente nei pressi di Bascapè, vicino a Milano, il fondatore dell’ENI Enrico Mattei. Fu subito propagandata la tesi dell’incidente aereo dovuto alle cattive condizioni meteo e al concorso di cause fortuite. Nei decenni a seguire insabbiamenti, depistaggi, intimidazioni ed omicidi avrebbero messo a tacere chiunque avesse cercato di ottenere la verità sulle reali dinamiche e sui mandanti di un “incidente” che aveva liquidato dalla scena nazionale “l’italiano più importante dopo Giulio Cesare”, un italiano che amava la sua Patria, che la voleva forte ed indipendente e che per questo motivo era odiatissimo fuori e dentro la nazione da tutti coloro che pensavano all’Italia come ad una terra di servi, di conquista e sfruttamento.
Sarebbero dovuti passare più di 40 anni perché la magistratura italiana riuscisse almeno a chiarire i fatti della tragica notte di Bascapè, ovvero che quella sera non si trattò di un incidente ma di un sabotaggio, di un attentato. Nel 2003 infatti le indagini svolte dal coraggioso Pm di Pavia Vincenzo Calia permisero di “ritenere inequivocabilmente provato che l’I-SNAP (l’areo sul quale viaggiava Mattei) precipitò a seguito di una esplosione limitata, non distruttiva, verificatasi all’interno del velivolo”; l’aereo di Mattei fu quindi dolosamente abbattuto con una “carica esplosiva, equivalente a circa cento grammi di Compound B che fu verosimilmente sistemata dietro il cruscotto dell’aereo, a una distanza di circa 10-15 centimetri dalla mano sinistra di Enrico Mattei, e probabilmente fu innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei suoi alloggiamenti. (…) E’ infatti provato che l’esplosione si verificò durante il volo e non in coincidenza o dopo l’impatto col suolo; che il serbatoio, i motori e la bombola d’ossigeno non esplosero” (1).
L’indagine di Calia si chiudeva però con l’archiviazione per quanto riguardava esecutori e mandanti.
Se solo dopo 40 anni la giustizia italiana era quindi riuscita a svelare il “segreto di Pulcinella” dell’attentato e delle sue dinamiche grazie alla testardaggine di un solitario Pm di provincia, non sarebbe d’altronde stato sensato aspettarsi di più da un organo strutturalmente impotente – come la magistratura italiana – ad indagare a fondo su quei centri di potere occulti, nati sulle macerie della sconfitta nella seconda guerra mondiale e sull’occupazione della penisola da parte degli Stati Uniti d’America, che hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Italia a partire dal 1947 a Portella della Ginestra e che a tutt’oggi sono al comando nella nostra nazione, e al cui interno si trovano i segreti, i mandanti e gli esecutori dell’attentato contro Mattei e delle stragi che hanno insanguinato l’Italia per decenni.




Bascapè: un monito imperituro contro chi ama l’Italia e si vuole ribellare
L’istintivo collettivo della nostra nazione sa che Mattei è stato “fatto fuori”, tolto di mezzo da quei poteri che nel loro servilismo e nella loro meschinità, oggi come ieri, non tollerano quegli uomini eccezionali che ogni tanto il destino fa nascere sulla nostra Patria, dotati di grandi capacità e determinazione, di un senso morale profondo (niente in comune con il peloso moralismo/giustizialismo degli ultimi vent’anni) sulla missione e sul dovere di redimerla, liberarla dalla servitù e farla grande, rompendo i marci equilibri esistenti.
Sintomatico del suo stato di sottomissione e decadenza morale, il popolo italiano continua però a intendere la morte di Mattei come qualcosa d’ineluttabile e necessaria, essendosi il fondatore dell’ENI fatalmente ribellato contro dei poteri percepiti come eterni e onnipotenti, così come ineluttabile e necessaria continua ad essere sentita l’odierna sottomissione del nostro paese agli Stati Uniti d’America e oggetto d’incomprensione e d’ironia chiunque cerchi di ribellarsi a questo stato di fatto, non comprendendo o facendo finta di non comprendere la reale posta in gioco, d’importanza vitale, di questa ribellione. Eppure basterebbe ricordare che senza la ribellione di Mattei l’Italia non avrebbe conosciuto lo sviluppo economico, tecnico-scientifico ed industriale che le permise di diventare una delle prime potenze economiche mondiali e basterebbe avere un minimo di consapevolezza degli scenari geopolitici e geoeconomici per comprendere che senza una nuova ribellione l’Italia è destinata alla de-industrializzazione e ad un futuro incipiente di precarietà, povertà e caos (2). E’ poi lecito immaginare che cosa sarebbe stata l’Italia se Mattei fosse rimasto in vita? Un’Italia emancipata dalla NATO e dagli USA, neutrale in politica estera, amica dei paesi non allineati ed emergenti e loro punto di riferimento, un’Italia campione in settori high-tech che oggi si sogna, un’Italia più giusta, equa e solidale con le forze del lavoro e della produzione e non in mano ai ricatti delle banche e della finanza internazionale…
La stessa inerzia e lo stesso servilismo si ritrova nel ceto politico-imprenditoriale italiano che è ben più consapevole dell’uomo medio come il “modus Bascapè” spetti a chiunque, ancora oggi, provi a liberarsi da quelle catene e a farsi carico di una riscossa nazionale.
“Vogliono farmi fuori come Mattei, non con un aereo che si schianta, nell’epoca di Internet basta cucinare qualche polpetta avvelenata e metterla in rete” proferì un già “bollito” Berlusconi nel dicembre del 2010 in Kazakistan (3). Un Berlusconi che si è poi dimostrato arrendevole e complice nel precipitare l’Italia in una spirale tremenda e pronto a sacrificare il bene della nazione a quello dei poteri forti (e ai suoi egoistici interessi) e perciò ha avuto salva la vita (e le aziende) e che per questo motivo è imparagonabile a quell’Enrico Mattei che condusse invece la sua azione coerentemente fino in fondo, senza compromessi, fino alle sue estreme conseguenze perché il bene della Nazione non poteva essere per lui oggetto di bassi e meschini accordi, ricatti e chissà cos’altro.
La fine di Mattei è un “monito imperituro” per l’Italia: “Non alzate la testa” sussurrano i poteri forti, “questa è la sorte che spetta a chiunque di voi si ribelli. Non osate, non provateci”. E nessuno infatti ci prova più; i pochissimi che tentano e hanno tentato o sono finiti anche loro male (vedi Bettino Craxi) o non hanno avuto quella forza, quella statura morale e quell’amor patrio indispensabili a resistere alla pressione, ai tentativi di soffocamento e sviamento dei “poteri forti” (vedi Silvio Berlusconi), come invece aveva Enrico Mattei.




Chi era Enrico Mattei e chi erano i suoi nemici?
Ma chi erano e chi sono quei “poteri forti”? Chi era veramente Enrico Mattei? Uno dei più grandi studiosi che ha risposto a queste domande e che ha approfondito la vita, le opere e i nemici di Mattei è stato Nico Perrone i cui articoli e libri dovrebbero essere letti da tutti coloro che non vogliono dimenticare e vogliono valorizzare nell’oggi la figura e l’esempio del fondatore dell’ENI (4). Ricordiamo solo i più recenti tra le decine scritti:  “Perchè uccisero Enrico Mattei: petrolio e guerra fredda nel primo grande delitto italiano” del 2006, “Enrico Mattei” del 2001 e “Giallo Mattei. I discorsi del fondatore dell’ENI che sfidò gli USA, la NATO e le Sette Sorelle” del 1999.
Ma un altro mezzo per conoscere e attualizzare la storia di Enrico Mattei, anche in modo più diretto e popolare, al di là del meritorio film di Francesco Rosi del 1972 che costò molto probabilmente la vita al giornalista Mauro De Mauro, è senz’altro lo spettacolo teatrale realizzato dal marchigiano Giorgio Felicetti che s’intitola “Mattei: petrolio e fango” (5), basato su un lavoro di lunga ricerca fatta di testimonianze dirette, consultazione di libri, in particolare quelli di Nico Perrone, foto, film, documentari e materiale giudiziario; uno spettacolo che dal 2010 l’autore, con abnegazione, sacrifici e senza l’aiuto di nessuno, porta in giro per l’Italia, da nord e sud, dovunque non gli vengano chiuse pretestuosamente le porte in faccia.
Così lo stesso Felicetti presenta il suo spettacolo: “Mattei è storia di petrolio. Mattei è storia di giustizia annegata nel fango. Mattei è la storia di una stella di fuoco che cade il 27 ottobre 1962 a Bascapé. (…) Questo singolare personaggio “patriota”, prefigura un’Italia che si riscatta da una guerra mondiale perduta tragicamente, dalla povertà atavica, dalle valigie di cartone dei nostri migranti. (…) Lo spettacolo racconta un Mattei sconvolgente, e getta una nuova, inquietante luce, su questa morte annunciata, primo tragico capitolo di quello che Pier Paolo Pasolini definisce il “romanzo delle stragi”.
Una breve sintesi dello spettacolo, caricata dallo stesso Giorgio Felicetti, si può vedere su rutube (https://rutube.ru/video/0cc5f1e3433576980b9464cd50e763b3/):
Nello spettacolo si racconta la vita di Mattei fin dalla prima giovinezza contrassegnata da una profonda determinazione sempre più orientata, dopo il disastro della guerra, ad un progetto di riscatto nazionale. La sua partecipazione alla Resistenza, che non gli impedirà di portare avanti nel dopoguerra un’azione di ricostruzione e rilancio fondata su una prassi di riappacificazione civile scevra da odi settari, che guardava alla qualità degli uomini e non al loro passato fosse questo “nero”, “bianco” o “rosso”. La difesa dell’Agip dalle grinfie statunitensi e dagli avvoltoi interni. L’avventura e la crescita poderosa dell’ENI basata sulla forza del genio scientifico ed industriale italiano, su un’idea d’Italia avanguardistica nel campo dello sviluppo e dell’innovazione e su una logica sociale e comunitaria dell’azienda e dei rapporti capitale-lavoro, dove i dipendenti erano da Mattei considerati come figli e fratelli. I nemici giurati interni come Eugenio Cefis e Enrico Cuccia legati alla CIA e al capitalismo statunitense e quelli esterni della NATO inquieti delle sue relazioni eterodosse, anticolonialiste e win-win con i paesi poveri, non-allineati o comunisti. L’odio e le minacce sempre crescenti, gli ultimi giorni di vita e il ruolo occulto della mafia made in USA nell’attentato, il complotto, il disastro aereo, i brandelli di corpo nel fango, il brindisi finale di Eugenio Cefis di fronte alla tragedia e agli insabbiamenti, i misteri d’Italia che non finiscono e che come un filo conduttore continuano ancora oggi; questi ed altri temi costituiscono la trama di una rappresentazione teatrale, quella di Giorgio Felicetti, che finisce per assumere, per intensità ed evocazione, una connotazione “sacra”.
Questo spettacolo infatti, che chi scrive ha avuto la possibilità di vedere più volte, è come un’offerta votiva alla memoria di un Grande Italiano e un’azione maieutica nei confronti delle energie del nostro dormiente popolo e delle sue forze vitali oggi assopite e asservite.




Non obbliare e lottare
“O Italiani!” invocava dal profondo del suo cuore l’apostolo d’Italia Giuseppe Mazzini, “non obbliate giammai, che il primo passo a produrre uomini grandi sta nello onorare i già spenti”.
Ed è quello che ha fatto Giorgio Felicetti con il suo spettacolo ed è quello che ognuno di noi, il 27 ottobre, giorno dell’anniversario, è chiamato a fare. Perché la nostra Patria ha di nuovo bisogno di grandi uomini che la amino, la conducano e la riscattino consacrando la loro esistenza ad una missione e a un dovere superiore di liberazione nazionale e continentale, della Patria nazionale e della Patria europea. Grandi uomini che le ridiano forza e la ridestino contro l’occupante statunitense – linfa fondamentale dei “poteri forti” ed occulti di ieri e di oggi – di grandi uomini che non si arrendano al destino di de-industrializzazione a cui hanno condannato l’Italia, ma si facciano promotori di una grande impresa di rilancio e di sviluppo della nostra forza e delle nostre capacità tecniche ed organizzative nella scienza e nella grande industria high-tech dell’oggi e soprattutto del domani – informatica e computer quantistici, telecomunicazioni, elettronica, nanotecnologie, robotica, aerospazio, biotecnologie, ingegneria genetica, intelligenza artificiale, energia, nucleare, etc – come voleva e come ha fatto quel grande patriota e visionario di nome Enrico Mattei (molto simile in questo al grande Adriano Olivetti, anche nella sua tragica fine), che alimentò e fece perno sul genio scientifico italiano e sulle grandi capacità tecnico-organizzative del nostro popolo per costruire quel Cane a Sei Zampe che avrebbe dovuto conquistare non solo l’indipendenza energetica ma dare decisivo impulso alla ricerca italiana in altri inesplorati campi della scienza e dell’high-tech e che fu per decenni motore fondamentale dello sviluppo socio-economico nazionale.
“Non obbliare e lottare”: queste siano le uniche due parole degne da pronunciarsi sulle labbra degli italiani in questo sacro anniversario, come se fosse lo stesso Mattei a suggerircele. Giornata di lutto e giornata di lotta.
L’Italia: il “gattino” magro, affamato, malato e con la spina dorsale rotta è ormai in coma. Cosa vogliamo fare? Lasciarlo morire, farne sbranare il corpo esanime da quei cani che, oggi come ieri, sono rapaci e affamati e pronti a fiondarsi anche sul suo cadavere? O vogliamo risvegliarlo quel “gattino”, nutrirlo, allevarlo, rafforzarlo, trasformarlo in un leoncino che sappia difendere se stesso e i suoi cuccioli dai cani rabbiosi, che sappia conquistarsi per se stesso e la sua prole un futuro felice, dignitoso e libero?
Noi sappiamo che bisogna farlo, ora! E Mattei sarebbe con noi.



Michele Franceschelli





Note:
1) Mattei, un complotto italiano, La stampa
2) Si veda per esempio: Alla radice dell’invasione: la criminale distruzione della Giamahiria 
3) Per esempio vedi: Il premier gela Letta e aspetta altri cablo
 “Vogliono farmi fuori come Mattei” 
4) Nico Perrone 
5) Giorgio Feliciti

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

sabato 25 ottobre 2014

Forum Valdai: Putin per la Grande-Europa “dall’Atlantico al Pacifico”

25 ottobre 2014

Putin chiede uno spazio economico “dall’Atlantico al Pacifico” ha titolato ieri sera la “Ria Novosti”.


Vladimir Putin durante l’intervento di ieri al Forum Valdai

UN CONCETTO GEOPOLITICO: LA “GRANDE-EUROPA”
Ritorniamo ad un concetto geopolitico creato da Jean Thiriart, il fondatore della nostra organizzazione transnazionale nel 1964 – proprio 50 anni fa- con un libro fondatore “L’Europa. Un impero di 400 milioni di uomini”, dove Thiriart aveva già fissato i confini della sua “Grande-Europa” da Reykjavik a Vladivostok (1). Idee avanguardistiche di un grande precursore.
Poi, con la sottomissione sempre più stretta di quella che era allora la CEE, attraverso la NATO, all’imperialismo americano, sarebbe arrivato il momento di prendere in considerazione l’unificazione del nostro Continente da Est a Ovest: da Vladivostok all’Atlantico. Era il 1983 (30 anni fa), era il tempo della Scuola Geopolitica Euro-Sovietica, sempre con Thiriart, con lo spagnolo Cuadrado Costa (scomparso prematuramente nel 1988) e me stesso. Noi parlavamo di “Impero euro-sovietico”. Nel 1986, la mia rivista Coscienza Europea ha pubblicato un numero speciale sulla “Geopolitica dei grandi spazi”, dove abbiamo ritirato nuovamente fuori, per la prima volta dagli anni ’30, alcuni concetti ideologici sepolti: Eurasiatismo, Eurasia, Nazionalbolscevismo russo.
Nel 1983 come nel 1964, eravamo soli, isolati, incompresi. Ci sarebbero voluti trent’anni di lotta politica e ideologica perché il nostro PCN potesse affermare le sue idee, spesso venendo copiate…
Precisiamo che questa “Eurasia”, ristrutturata, riformulata in un senso di contrapposizione USA/Grande-Europa e non più Occidente-Oriente come la intendevano gli eurasiatisti del 1920-1930, è ovviamente lo stesso concetto geopolitico, con lo stesso contenuto, della “Grande-Europa”. E che le figure dell’Eurasiatismo russo, come Zyuganov a sinistra o Dugin a destra, si sono direttamente ispirati alle nostre teorie degli anni ’80.

 
PUTIN SPINGE PER UNO “SPAZIO ECONOMICO DALL’ATLANTICO AL PACIFICO” 
Riecco il concetto centrale dell’ “Impero euro-sovietico” che risorge attraverso la voce di Putin: fusione UE – Russia, cominciando con l’economia (seguendo le teorie del grande Friedrich List).
Cosa ha detto Putin?
“L’Unione Europea e l’Unione economica eurasiatica (UEEA) dovrebbero condurre un dialogo per la creazione di uno spazio economico unico che si estenda dall’Atlantico al Pacifico”, ha detto il presidente russo Vladimir Putin a Sochi venerdì, durante la sessione plenaria finale della 11a riunione del Valdai Club.
“Saremmo lieti di vedere l’inizio di un dialogo sostanziale tra l’Unione Eurasiatica e l’Unione Europea, che si è sempre rifiutato. E io non capisco perché, dov’è il problema?”, ha detto Putin.
“Crediamo che bisogna discutere della creazione di un unico spazio di cooperazione economico e culturale, che si estenda dall’Atlantico al Pacifico. Ne ho parlato più volte e molti dei nostri partner occidentali, soprattutto in Europa, sostengono questa idea”, ha detto il presidente russo. Ma qui era prima della crisi in Ucraina, organizzata e strumentalizzata dagli Stati Uniti per opporre Bruxelles e Mosca (2).


LA “SECONDA EUROPA» CHE MOSCA COSTRUISCE AD EST
L’Unione economica eurasiatica (UEEA) riunirà a partire dal 1° gennaio 2015 la Bielorussia, la Russia e il Kazakistan, che già hanno un territorio doganale comune (Unione doganale). La sua attuazione comporterà la creazione di un grande mercato comune di 170 milioni di abitanti all’interno dello spazio della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Vi si aggiungerà, nel 2015, l’Armenia. Questa è una Seconda-Europa che sorge ad Est in concorrenza con quella in crisi di Bruxelles. Concetto che ho definito nel 2006, all’inizio del processo di unificazione avviato da Putin.
Una Seconda-Europa, che attira numerose ex repubbliche sovietiche.
La Russia ha infatti istituito un processo aggregatore simile a quello della UE, con delle unioni intorno ad organizzazioni transnazionali che si costituiscono intorno a Mosca: la Comunità Economica Eurasiatica (CEEA: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Russia e Tajikistan), Organizzazione del trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO della Comunità degli Stati Indipendenti, un tipo di alleanza militare simile all’Organizzazione del Trattato di Varsavia), la Shanghai Cooperation Organization (SCO: Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Cina, Tagikistan e Uzbekistan. Il Pakistan, l’Iran, l’India e la Mongolia hanno lo status di osservatore, la Cina e la Russia vi giocano i ruoli chiave), lo Spazio economico unificato (EEI: Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan).

 
SUL CONCETTO GEOPOLITICO DELLA “GRANDE-EUROPA”




# NOTE E RIFERIMENTI: 
(1) Nel suo libro profetico intitolato “L’Europa. Un impero di 400 milioni di uomini” Thiriart, in cui vediamo il “Marx” della rivoluzione europea, ha definito le condizioni di liberazione e unificazione della Nazione-Europa e ha enunciato le condizioni del suo potere: una dimensione minima di 400 milioni di europei, una moneta unica, un esercito integrato indipendente dalla NATO, delle frontiere geopolitiche che includano il Mediterraneo e l’Europa orientale, un esecutivo transnazionale. Il tutto implicando l’espulsione degli Stati Uniti dall’Europa.
Il pensiero di Jean Thiriart, che è uno dei pensatori più importanti della geopolitica del XX secolo, è totalmente occultato, soffocato in Europa occidentale e in particolare nella zona francofona. Mentre molte delle sue idee sono state ampiamente plagiate o seguite, anche al più alto livello. Ma in Russia, è un teorico riconosciuto, le cui tesi sono uno degli elementi salienti del nuovo pensiero “eurasiatico”, che ispira anche una parte dell’entourage di Putin (e che talvolta è perciò tacciato di “nazional-bolscevismo”). E il Manuale di Geopolitica dei giovani ufficiali russi dedica a Thiriart delle pagine elogiative.
Potente visionario, Thiriart, che è il primo teorico del nostro “Comunitarismo Europeo”, ha dato alla nostra organizzazione transnazionale, e in particolare al PCN, che incarna il suo pensiero politico dal 1984, una ideologia d’avanguardia. Abbiamo spesso avuto ragione ben prima degli altri. E le nostre tesi incarnano il futuro e la modernità.
Così, tra il 1962 e la metà degli anni ’80, abbiamo fissato alcuni decenni in anticipo tutti i temi che sono ora la questione dell’integrazione europea:
– L’Europa come mito fondatore
– L’integrazione dell’Europa orientale e della Russia
– Così come quella della Turchia – di cui Thiriart faceva una delle sue idee chiave – e il Nord Africa
– Il Dialogo euro-mediterraneo – sostenuto nei primi anni ’60 –
– La creazione dell’esercito dell’Europa fuori dalla NATO
– La questione della cittadinanza europea allargata
– Il dibattito sull’Europa come nazione e superpotenza
– La creazione di una coscienza europea,
e molte altre teorie che sono oggi d’attualità.
(…)

Traduzione di Michele Franceschelli

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

giovedì 23 ottobre 2014

Red Ronnie anti-sistema e la colonizzazione della musica italiana



Red Ronnie, nome d’arte di Gabriele Ansaloni, è un conduttore televisivo italiano conosciuto soprattutto per la sua trasmissione di successo Roxy Bar andata in onda in Italia dal 1992 al 2001 con cui ha fatto conoscere al grande pubblico le tendenze musicali, i gruppi giovanili italiani e stranieri del momento e le correnti musicali anticonformiste. Un personaggio fin dalla gioventù fuori dalle righe, “anarchico” e libero pensatore, che proprio per questo si scontra oggi più che mai facilmente con le idee e i cliché dominati ed imperanti. E’ significativa in proposito un’intervista rilasciata da Red Ronnie un po’ di tempo fa, ma ancora attuale per le considerazioni che se ne possono trarre, ad Andrea Scanzi durante una puntata della trasmissione televisiva #Reputescion a lui dedicata e che ha avuto soprattutto un taglio socio-politico (http://video.la3tv.it/reputescion-2-stagione/video/red-ronnie-ospite-da-andrea-scanzi-a-reputescion).
E’ emerso nell’intervista, come già accennato, il carattere anticonformista, schietto, franco e senza peli sulla lingua di Red Ronnie, che si definisce “anarchico” e che non accetta di considerare buone o sbagliate le sue idee a seconda che queste piacciano o meno alla maggioranza degli italiani, così come è sprezzante della tirannia e della logica del consenso che oggi piega e sottomette la qualità di un programma o di uno spettacolo televisivo a seconda dell’audience, diminuendo drasticamente la qualità dei contenuti verso una sempre maggiore volgarizzazione e scadimento. Ovviamente questo vale anche per i programmi musicali, “Sanremo” in primis, dove personaggi e pseudo-vip che nulla hanno a che fare con la musica vengono chiamati ad intrattenere il pubblico solo per avere dei picchi di ascolto snaturando e degradando il senso della competizione musicale.
Ed è ovviamente la musica il tema più importante per Red Ronnie, conscio dell’importanza e della forza della musica italiana, oggi abbandonata e bistrattata dal ceto politico nazionale e perciò in forte declino. Soprattutto alla fine degli anni novanta e dopo la scomparsa di Bettino Craxi, che Red Ronnie definisce un politico che aveva difeso la sovranità nazionale e che proprio per questo pagò con l’esilio, si assiste a un progressivo smantellamento ed abbandono degli strumenti fondamentali atti alla promozione, alla diffusione e alla crescita della musica italiana, assistendo ad una vera e propria colonizzazione nel comparto musicale italiano nella più totale indifferenza del ceto politico nazionale: nel giro di pochi anni le case disografiche italiane più grandi e storiche come la Fonit Cetra e Dischi Ricordi vengono rispettivamente (s)vendute agli americani della Warner Music e ai “tedeschi” della Bertelsmann Music Group (BMG), “tedeschi” tra virgolette perché fin dal dopo-guerra la Bertelsmann e la sua Fondazione sono state sempre atlantiste dichiarate e oggi tra i principali sponsor in Germania del famigerato TTIP, e sempre alla fine degli anni ’90 viene (s)venduta e distrutta Videomusic, la prima e storica emittente televisiva musicale d’Italia e d’Europa, agli statunitensi di MTV, completando il cerchio della colonizzazione musicale. Non a caso uno dei primi atti della nuova gestione di MTV fu la chiusura, all’inizio del 2000, della trasmissione Roxy Bar condotta dallo stesso Red Ronnie. E sarebbe sicuramente da approfondire a parte il ruolo giocato da MTV nella diseducazione della gioventù italiana a partire dal 2001 e come veicolo di propaganda statunitense insieme all’immenso potere delle case discografiche prima ricordate nel decidere quali artisti e gruppi italiani promuovere o tenere fuori dal successo.
In questo stato di colonizzazione musicale Red Ronnie ha cercato e cerca di resistere difendendo la musica italiana, la sua forza vitale e le sue enormi potenzialità con i suoi giovani e i suoi gruppi emergenti. E’ a loro che Red Ronnie ha sempre pensato per esempio nella costruzione dei suoi eventi milanesi di LiveMi, iniziati con la collaborazione della giunta Moratti, manifestazioni pensate per rilanciare la musica emergente italiana e clamorosamente boicottati dalla nuova amministrazione di Pisapia, interessata a far pagare a Red Ronnie la sua collaborazione con il sindaco di centro-destra; queste sono anche le meschinità e le piccolezze dell’attuale politica e della “sinistra” che Red Ronnie attacca spesso insieme con il suo perbenismo e il suo political-correct.
Ancora nel 2011, Red Ronnie è ritornato a trasmettere sulla web-tv la sua Roxy Bar TV, un nuovo punto d’incontro d’informazione musicale italiana e straniera, ma libera e anticonformista.
Insomma, nel triste panorama della musica italiana – che pur continua tra mille difficoltà a sfornare talenti – e della sua colonizzazione, Red Ronnie presenta un punto e una zona di resistenza.
Bisogna ricordare infatti che la lotta di liberazione nazionale dall’occupante statunitense (più di 110 basi militari USA e più di 20.000 soldati a stelle e strisce sul nostro territorio) passa anche per una lotta di difesa e affermazione della nostra musica, della nostra bellissima musica italiana e delle sue enormi potenzialità, dei suoi bravissimi giovani cantanti e dei suoi gruppi musicali, riconoscendone il suo immenso valore educativo, mitico e di soft power, quello che i nostri occupanti statunitensi hanno capito benissimo da un pezzo (1)….

Michele Franceschelli

(1) Stesso discorso vale per il cinema. Cfr. per esempio: George Clooney: un “Divo di Stato” per la colonizzazione dell’Italia

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

martedì 7 ottobre 2014

George Clooney: un “Divo di Stato” per la colonizzazione dell’Italia



E’ stato John Kleeves‬‬ ad aver spiegato chiaramente nel suo libro I divi di stato – Il controllo politico su Hollywood (Il Settimo Sigillo, 1999), ‬‬l’enorme meccanismo propagandistico che sta dietro ad Hollywood, attraverso l’Agenzia federale USIA, l’United States Information Agency che “ha il compito di diffondere all’estero l’immagine che si vuole degli Stati Uniti, proprio quella della Retorica di Stato all’unico e solo scopo di mascherare la vera politica estera del paese” (1). Strumento di questa propaganda sono non solo i film che vengono sfornati quotidianamente da Hollywood e che invadono l’Europa e l’Italia, senza trovare alcuna seria resistenza/concorrenza a causa del servilismo del ceto politico italiano/europeo che ha accettato la totale dominazione statunitense anche in quest’altro campo strategico (dopo aver già abdicato in campo militare, nell’intelligence, nell’high-tech, nell’informatica, nel campo finanziario/monetario, etc), ennesima prova dell’attuale miseria e inconsistenza della nostra nazione e del nostro continente che ha lasciato e lascia morire il proprio cinema, quando dovrebbe invece essere considerato come uno strumento fondamentale non solo di soft-power per l’estero, ma anche e soprattutto per plasmare e alimentare una visione, un senso di appartenenza e una coscienza collettiva nazionale ed europea; e quanto grande ed entusiasmante sarebbe questo compito per le nuove generazioni del nostro continente!
Ma come dicevamo i nostri politicanti sono troppo meschini per farsi carico di questa ed altre sfide di liberazione nazionale/continentale e così la cinematografia statunitense continua a dominare incontrastata; la propaganda USA fa ricorso non solo, ovviamente, ai film di Hollywood ma utilizza sapientemente, a 360°, anche le azioni e la vita degli attori e delle “stelle del cinema”. Lasciamo ancora la parola a John Kleeves: “Ma il pubblico, sia interno che internazionale, più che Hollywood conosce i divi di Hollywood, i grandi attori e attrici. Sono loro ad attirare l’attenzione, sono loro i più importanti. L’USIA lo sa. Tramite la sua potentissima influenza essa cerca di impedire che giunga al vertice un elemento del quale non sia appurato l’orientamento politico; al contrario, aiuta ad ottenere copioni chi con i suoi film precedenti e con le sue dichiarazioni ha reso pubblico omaggio alla Retorica di Stato, compatibilmente con le esigenze di cassetta dei produttori, che pure sono forti. (…) Ma al divo di Hollywood, per diventare tale e per restarlo, si chiede di regola più che la mancanza di manifestazioni ostili o Un-American, si chiede la partecipazione attiva alla propaganda di Stato, con i suoi film e anche a livello personale. (…) In poche parole, i divi di Hollywood non sono dei bravi attori che col loro onesto lavoro hanno raggiunto una meritata fama, o non sono solo quello. Sono da considerare dei funzionari, dei funzionari semi-governativi, perché intrecciano in modo indissolubile il loro lavoro “civile” con precisi compiti di propaganda governativa. Essi sono dei Divi di Stato” (2).
Se si tiene presente quanto fin qui detto, si capisce che la presenza costante e martellante, da un decennio a questa parte, di George Clooney in Italia e sui mass-media italiani non sia casuale ma rientra all’interno di una strategia governativa propagandistica specificatamente rivolta al nostro paese.
Dagli acquisti delle ville sul Lago di Como, al fidanzamento di qualche anno fa con la Canalis, dalle pubblicità con i marchi Martini e Nespresso, fino al matrimonio a Venezia celebrato da Walter Veltroni, il tutto sincronizzato con un’assillante copertura mediatica mirante a rendere famigliare ed empaticamente partecipe il popolo italiano alle avventure, alla vita personale e alle prese di posizione di quel “Divo di Stato” che nello stesso tempo si fa paladino della bontà della politica estera statunitense diventando l’icona dello stato-fantoccio del Sud-Sudan (3) e cofondatore del Satellite Sentinel Project (4), che diviene membro di uno dei più importanti think-thank della politica estera USA come il Council on Foreign Relations (5), che rilascia video-messaggi a sostegno delle proteste a Kiev contro Yanukovich (6) e si esprime a sostegno alla candidatura di Hillary Clinton nel 2016 (7)…
Quel “Divo di Stato” che è ahinoi toccato all’Italia e che non si toglierà dai piedi con la sua putrida propaganda almeno fino a quando una forza sovranista e di liberazione non dia il benservito a lui e ai suoi compari che occupano la nostra nazione e il nostro continente con il loro cinema e i loro programmi televisivi, con le loro aziende informatiche e di alta tecnologia, con le loro banche e i loro derivati, con la loro corruzione e i loro ricatti, con le loro spie e con le loro centinaia di migliaia di soldati armati.

Michele Franceschelli