giovedì 27 novembre 2014

A cena con un criminale

Di  il


La cena di ieri in una foto pubblicata dal quotidiano La Stampa
 

Ieri sera il presidente del Consiglio italiano ha cenato con Tony Blair. Insieme a Renzi hanno partecipato al banchetto un gruppo di parlamentari democratici e consiglieri economici di Palazzo Chigi, tra cui Boschi, Madia, Amendola, Romano, Quartapelle, Pini, Orlando.
Matteo Renzi e la sua squadra di smaniosi “ragazzi” – che scimmiottano in tutto il padrone angloamericano non appena possono farlo, esponendosi al ridicolo – cerca così di consolidare i suoi legami con la City e con quelle lobby da cui si fanno volentieri dare consigli e ordini per l’agenda politica ed economica della nazione, con effetti disastrosi (vedi l’ultima chicca del Jobs Act…).
Il clima è stato festoso e informale e la cena, ci raccontano i media, è stata a base di pizza, prosciutto e acqua minerale. Eppure il menù adeguato sarebbe stato un altro: giovani braccia irachene arrostite dalle bombe della Royal Air Force su Baghdad come primo, fegati e teste spappolate e mutate dal fosforo su Falluja come secondo, e infine il sangue dei bambini morti a Bassora per mano della British Army…
Vi sembra macabro? Macabro e vergognoso è che il premier italiano, e la stampa nazionale, tratti da ospite d’onore e accolga a braccia aperte per farsi dettare l’agenda economica e politica, un criminale con le mani ancora lorde del sangue di centinaia di migliaia di vittime civili irachene causate da una guerra, quella del 2003, sostenuta dalle fandonie e dalle menzogne, e che ha sprofondato un paese civile, laico e progredito come quello di Saddam Hussein in un paese preda dell’orrore, dell’anarchia, della guerra civile e del fondamentalismo.
Vergogna! Vergogna per chi allora appoggiò e sostenne la menzognera e catastrofica guerra angloamericana di Bush e Blair – da Berlusconi a Bossi – vergogna per chi oggi tratta quei banditi a piede libero da signori, ospiti d’onore e padroni, pronto di nuovo a prendere ordini e a far partecipare l’Italia a criminali e autolesionistiche guerre made in USA.

Uno dei manifesti (censurati dal governo inglese) della campagna di RT a Londra


sabato 22 novembre 2014

Giuseppe Mazzini: fonte d’ispirazione per un “Nuovo Risorgimento”



Giuseppe Mazzini, il motto della Repubblica Romana al centro e sulla destra le parole incise sul tricolore adottato dalla Giovine Italia.


Il disfacimento verso cui sta velocemente andando la nostra nazione trova le sue radici profonde sia nel Risorgimento tradito dalla monarchia sabauda e clericale sia in quell’occupazione statunitense che si protrae con continuità dal dopoguerra. Quel disfacimento non è irreversibile ma una nuova ed efficace azione di riscossa nazionale non può che fondarsi sull’esempio degli eroi inascoltati e traditi della Libertà e della Repubblica; un nuovo e autentico Risorgimento che dia finalmente vita a quell’idea di nazione per cui lottarono e morirono a centinaia i martiri della gloriosa Repubblica Romana del triumviro Giuseppe Mazzini.

La cortina fumogena e l’amara verità: oggi l’Italia non è libera ma sotto occupazione.
La retorica dispiegata in gran pompa il 17 marzo 2011 per i 150 anni dell’Unità Nazionale non è stata sufficiente a coprire a lungo lo stato reale di sudditanza in cui si trova la nostra nazione nei confronti deipadroni angloamericani.
Le belle parole sugli Eroi, l’Indipendenza, la Repubblica, la Libertà, si sarebbero sciolte come neve al sole solo due giorni dopo, il 19 marzo, quando la cruda realtà sarebbe venuta allo scoperto. Alla nostra nazione sarebbe stato intimato quel giorno di partecipare – obbligandola a quel dovere di obbedienza nei confronti dei padroni che spetta ai sudditi – ad una criminale e autolesionistica guerra di aggressione alla Giamahiria di Muammar Gheddafi dai prevedibilissimi esiti catastrofici.
Pochi mesi dopo fu la volta della famosa lettera della BCE a firma dell’incappucciato della finanza Mario Draghi e poi i giochi dello spread e della Borsa, incarnazione di quelle logiche e di quel potere finanziario angloamericano anti-democratico cui i nostri servi politicanti avrebbero dimostrato ancora una volta complicità, riverenza e obbedienza. Un potere straniero interessato ad accumulare a dismisura ricchezza per sé e a dissanguare e a stritolare il nostro paese per prosciugarlo delle risorse vitali accumulate con la fatica e il sudore del lavoro, colpendo soprattutto le fasce più deboli e inermi della popolazione.
Fino ad arrivare alle sanzioni alla Siria e a quelle recenti imposte alla Russia, approvate dall’Unione Europea e a cui il nostro paese ha aderito senza battere ciglio con lo scopo di dimostrare ancora una volta le proprie servizievoli virtù di subordinazione ai boss (gangsters) angloamericani e ai loro luogotenenti euro-atlantici.
Niente di nuovo sotto il sole si dirà: tutta la storia recente d’Italia, dal dopoguerra in poi, è percorsa da un unico filo rosso fatto di sudditanza ai padroni angloamericani da parte di servi o “diversamente servi” e di eliminazione dalla scena nazionale di chiunque abbia cercato di farsi in qualche modo carico di un tentativo di riscossa nazionale per la libertà, per un nuovo assetto e sviluppo sociale più sano, equo e giusto, contro la prepotenza del denaro. L’unica differenza con l’oggi è che quel filo rosso che ha sempre cercato di rimanere quanto più possibile nascosto, esce sempre più allo scoperto con le sue trame e le sue sovversioni antidemocratiche e anti-nazionali.
Un occupante che ha avuto sempre bisogno di sostanziare la propria predominanza con lo strumento bellico. Sono più di 110 le basi militari statunitensi disseminate per l’Italia, da Aviano a Sigonella, con la presenza di più di 15.000 soldati americani insieme a 15.000 “civili”, che non sono sul nostro territorio a “girarsi i pollici”. Queste basi militari, insieme alla pervasività di “poteri forti” di matrice angloamericana saldamente inseriti nei gangli decisivi del potere politico, militare, ed economico, privano di sovranità reale la nostra nazione.
Con tutta evidenza quindi la Patria non è libera ma occupata, e i valori della Libertà, dell’Indipendenza, della Democrazia e della Repubblica sono costantemente violati e pervertiti dall’occupante.
E’ quindi una finzione, una sceneggiata, un’ipocrita retorica priva di corrispondenza reale quella a cui il popolo italiano è costretto ad assistere ogniqualvolta ricorrano date e feste simboliche della storia patria, sia questo il giorno dell’Unità Nazionale o delle Forze Armate. Sempre che in queste ricorrenze non si stia consapevolmente celebrando il Risorgimento tradito dalla monarchia sabauda e clericale o l’Italia made in USA post 1945; si celebri allora la Repubblica delle Banane e non la Repubblica Italiana, si celebri Little Italy e non l’Italia. Se così fosse comunque la sceneggiata avrebbe una sua logica interna. Si tratta invece di una vera e propria profanazione quando ad essere scomodati sono i martiri e gli eroi delle battaglie del Risorgimento (poi tradito) in cui la lotta per la Libertà dall’occupante straniero si univa spesso e volentieri a quella per un nuovo assetto sociale e politico della nazione in senso egualitario, democratico e repubblicano.
In quelle circostanze il valore e l’esempio di quei caduti viene infangato da chi quotidianamente dimostra coi fatti di rinnegare quell’esempio e quei valori. Il nome di Goffredo Mameli e di Giuseppe Garibaldi dovrebbero essere interdetti da certe parate e dalle sale di certi palazzi romani – politici, militari ed economici – dove si dà quotidianamente prova di servilismo al padrone euro-atlantico e alle logiche antisociali, antidemocratiche e antinazionali del turbo-capitalismo angloamericano.
Tra i nomi violentati c’è anche quello di Giuseppe Mazzini. Eppure l’opera del patriota rivoluzionario genovese fu di un coraggio, di una coerenza e di una cristallinità che lo pongono naturalmente agli antipodi di quella prassi vile, ipocrita, menzognera che contraddistingue l’attuale azione del ceto politico-militare nazionale. Ma lo è anche e soprattutto per la sua evocazione solenne e mistica – che lo rendono a prima vista ostico a chi come noi oggi non è più abituato ai grandi trasporti ideali, assuefatti come siamo alla grettezza dell’odierna quotidianità – per la missione universale che indica al futuro e all’orizzonte del popolo italiano, una visione che cozza con la meschinità e la miseria dei ragionieri del deficit e dello spread propria degli omuncoli del presente.

Mazzini come fonte d’ispirazione di un “nuovo e autentico Risorgimento”. 
L’opera e lo spirito di Mazzini non appartengono a questa pseudo classe dirigente di matrice monarchica – sabauda e clericale – soggetta allo straniero, ma è patrimonio esclusivo di quegli uomini che sono alla ricerca di esempi a cui ispirare la propria azione tesa a ribaltare lo status quo di sudditanza e di servilismo suicida della nazione.
L’eredità di Mazzini è un’eredità “pesante”, per le altezze vertiginose raggiunte dai suoi ideali e dalla sua azione, ma proprio per questo ancor più suggestiva e ispirativa per la gioventù.
Il fortissimo ideale patriottico di Mazzini, il suo senso di appartenenza a una comunità di destino di figli, di madri e fratelli radicato nella nazione (Giovine Italia), base naturale imprescindibile, che non escludeva anzi aveva come obiettivo la fraternità con le altre nazioni europee (la Giovine Europa) e la cooperazione con tutti i popoli dell’Umanità (una prospettiva cosmopolita fondata sulle nazioni e l’amor patrio), quell’ideale è oggi – nel XXI secolo – l’unica fonte ispirativa che possa permettere di resistere ai processi dissolutori dei legami nazionali e nello stesso tempo di essere a base di una nuova lotta di indipendenza patriottica che non degeneri nel becero nazionalismo e nell’imperialismo; l’unica sostanza vitale che sarebbe in grado di trasformare in comunità concrete le marce e decadenti istituzioni nazionali e continentali, consumate dall’inerzia di una casta burocratica mossa esclusivamente dal meschino ed egoistico interesse del denaro, frutto di un servilismo anti-patriottico ai padroni angloamericani.
L’ideale patriottico di Mazzini è inscindibile dalla sua credenza genuinamente democratica e repubblicana; la sua lotta serrata contro l’occupante austriaco non era solo una lotta di liberazione, ma aveva una chiara connotazione ideologica repubblicana e democratica di scontro con la monarchia nella sua duplice forma laica (imperatore) e religiosa (papa). Una credenza che oggi può essere d’ispirazione ad una lotta di liberazione dall’occupante statunitense, contro un potere straniero nei fatti imperiale che perverte il senso della democrazia italiana ed europea, svuotandola di qualsiasi contenuto effettivo, trasformandola in una farsa e in una tirannia di poteri dispotici, corruttori e antipopolari. Mentre la vera monarchia “religiosa” dell’oggi non ha più sede a Roma (o l’ha solo ormai in piccola parte) ma ha il suo centro propulsivo, per quanto camuffato, ancora a Washington, nelle centrali mass-mediatiche che si occupano di indottrinare subdolamente le anime dei popoli colonizzati. E’ un paradosso della storia, ma non per questo meno reale, legato a quella legge del divenire storico riconosciuta anche dallo stesso Mazzini, che gli alfieri degli ideali della democrazia e della libertà di una volta, come lo furono gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna nel XVIII secolo e a cui il patriota genovese medesimo non avrebbe risparmiato lodi ammirative anche per via del suo lunghissimo esilio a Londra, si siano trasformati col tempo in tiranni ed occupanti della nostra nazione e del nostro continente e in poliziotti del denaro, del privilegio e della menzogna su scala mondiale.
E’ fonte d’ispirazione il costante richiamo di Mazzini al ruolo che lo Stato avrebbe dovuto esercitare nell’educazione del popolo, incarnando un’ideale morale superiore, fondato su una nuova concezione di Dio – e sul compito che Dio ha affidato all’Uomo – e della religione (sottratta alla nefasta e antistorica egemonia del clero cattolico), in grado di unire la comunità nazionale (Dio e Popolo) ed elevarla spiritualmente ad una nuova missione di portata universale capace di riscattare ed unire le nazioni del mondo per condurle sulla strada di un progresso – materiale e spirituale –comune e pacifico. La forzadirompente di questa visione del mondo e dello Stato è più che mai oggi fonte d’ispirazione di fronte all’egemonia incontrastata del nichilismo, del materialismo, dell’ateismo e dell’individualismo imperante nel popolo italiano e nella sua gioventù, trascinata e abbandonata all’indolenza e alla rassegnazione, priva di idee forza e di visioni con cui ancorare e dare senso alla propria esistenza. Una visione che introietta nelle anime un senso di missione, religiosa e patriottica nello stesso tempo, di respiro universale, planetario e cosmico, il cui ultimo orizzonte è il bene e il progresso economico, tecnico, scientifico, etico e spirituale del popolo italiano, europeo e dell’Umanità intera.
Fonte d’ispirazione è il fortissimo senso di umanità di Mazzini, di solidarietà operativa, di giustizia sociale e di elevamento concreto dei più deboli, degli oppressi e dei poveri, per una nuova società. Un senso che a sua volta, in Mazzini, trovava ispirazione nell’esempio di Gesù Cristo, che era venuto ad annunciare agli oppressi la loro redenzione su questa Terra e l’instaurazione del Regno di Dio in questo mondo, senza posticiparlo nell’aldilà, come avrebbe col tempo fatto, tradendo quell’esempio, la Chiesa Romana abdicando così al proprio compito storico di salvezza e riscatto universale del genere umano, rinunciando e perdendo per sempre la sua missione epocale.
Questo fortissimo senso di umanità riconduce Mazzini nell’ambito di quella vasta e multiforme corrente ideale socialista nata nell’ottocento dalle suggestioni della Rivoluzione Francese. Mazzini non risparmiò aspre critiche ad alcune correnti estremiste del socialismo per il loro settarismo di classe, per l’egualitarismo radicale, per le manie statolatriche che schiacciavano la libertà dell’individuo e per la sottovalutazione dell’elemento nazionale. Ma il suo profondo sentimento a fare il possibile per l’elevazione e per la libertà dei poveri e degli oppressi contro l’ignoranza e lo sfruttamento, s’inseriva inequivocabilmente in quella tendenza socialista dell’epoca ancora fluida e non egemonizzata dal marxismo. Quella tendenza socialista, i suoi valori e le sue aspirazioni, sono oggi più che mai fonte d’inspirazione per ridare linfa ad un pensiero e ad un’idea di società, più giusta e morale, diversa da quella oggi dominante fondata sui dogmi del denaro e del darwinismo sociale. Serve per non cedere e resistere alle ingiustizie sociali sempre più crescenti, alla povertà e alla precarietà sempre più diffuse, alla logica del capitale che tutto perverte e piega ai suoi fini, ai soprusi dei padroni angloamericani, all’imperialismo della NATO sui popoli oppressi ed emergenti. Serve per recuperare quel senso di fraternità, di umanità, di uguaglianza e di internazionalismo, soli capaci di smuovere le coscienze dall’indifferenza e di dare vita alle più grandi virtù umane che riposano nel cuore degli uomini, dalle quali solo può nascere la spinta ad una nuova idea, etica e sociale, di comunità nazionale.
L’etica è la pietra angolare su cui si erge tutto il pensiero mazziniano. Senza etica non ci sono missioni e nuove Epoche storiche. Alla base dell’etica ci sono i doveri dell’uomo. I doveri sono per Mazzini l’unico antidoto alle degenerazioni, fondate unicamente sui diritti, seguenti alla pur sacrosanta Rivoluzione Francese, pars destruens che non è stata però sufficiente ad edificare quella nuova società e quella nuova Epoca storica, figlia del progresso incessante e del divenire, di cui Mazzini presentiva l’imminente nascita sui cadaveri delle precedenti epoche, quella imperiale, monarchica e papale. Questo profondo richiamo all’etica e al dovere è quanto mai oggi ispirativo per resistere a quello stesso caos e a quella stessa anarchia individualista e materialista che Mazzini aveva già intravisto dispiegarsi agli inizi dell’ottocento e che oggi tende a manifestarsi con ancora più virulenza, trasformando le società occidentali in collettività atomizzate preda dell’anarchia, dove l’egoismo, l’indifferenza, la sopraffazione del più forte, la corruzione, il degrado, la povertà, la violenza, il disgregamento, sono ormai pane quotidiano. Ma l’etica, oggi come ieri, non è solo un fattore di resistenza ma anche e soprattutto di costruzione, con l’azione, di nuove Epoche storiche.
Il Pensiero mazziniano dell’etica e dei doveri si doveva incarnare nell’Azione. Pensiero e Azione sono per Mazzini due facce della stessa medaglia, a livello individuale come di lotta politica. Tutta la sua esistenza fu informata da un’abnegazione e da una coerenza etica assoluta. In esilio per la maggior parte della propria vita in Svizzera e in Gran Bretagna, braccato dalle polizie di mezza Europa – rifuggendo e schifando sempre le corruzioni e i compromessi – Mazzini si prodigava a risvegliare senza sosta con la penna la gioventù italiana; nello stesso tempo metteva in campo un’instancabile azione di solidarietà ed educazione dei poveri e di organizzazione in prima persona di un’attività rivoluzionaria tesa all’unità dei patrioti, scevra di meschinità e settarismi. Un esempio ed un monito sempre valido per l’oggi, per i tanti, per i troppi, che predicano bene e razzolano male. Una condotta ed un pensiero intransigente che ricordano quello degli uomini migliori che fecero grande e immortale la Repubblica Romana più di duemila anni fa, come Catone.
Il binomio Pensiero-Azione e le virtù della Roma antica trovarono incarnazione nella gloriosa esperienza politica della Repubblica Romana (RR), nel 1849. Il triumviro Mazzini, insieme alle centinaia di martiri – italiani e stranieri, da Goffredo Mameli all’ex schiavo di colore sud-americano Andrea Aguyar della Legione Garibaldina – avrebbe scolpito nel marmo della storia collettiva nazionale un esempio imperituro a cui le giovani generazioni a venire avrebbero guardato per ispirarsi ad una nuova impresa di liberazione nazionale, basandosi su quegli eterni valori che allora rividero la luce: eroismo, dovere, eguaglianza, fratellanza, repubblica, libertà, umanità, Dio, popolo.
Fu in quella gloriosa esperienza che Mazzini commise però un errore tattico che sarebbe costato caro alla Repubblica Romana chiudendo tragicamente un’esperienza che avrebbe potuto condizionare, se vincente, in modo totalmente diverso l’indirizzo del Risorgimento italiano. Cadendo vittima delle proprie illusioni sulla forza delle componenti politiche repubblicane francesi, confidò, in certa misura, sull’ausilio straniero. Un errore che anche Giuseppe Garibaldi avrebbe rinfacciato al rivoluzionario genovese. Ma anche dagli errori dei Grandi s’impara per trarre lezioni di più ampio respiro per il presente. I patrioti italiani che oggi vogliono tornare alla battaglia non devono cadere nell’illusione che la salvezza nazionale e continentale possa arrivare da elementi esterni, diversi da loro stessi. Solo sulla propria vitalità ed energia, solo su quelle forze che appartengono al popolo e ai patrioti italiani, è segnata la via ad un riscatto autentico e non illusorio.
Che è poi il senso ultimo di quel sacro giuramento della Giovine Italia ancora oggi profezia rivoluzionaria di una Patria che non è ancora mai stata ma che forse, un giorno, vedrà la luce. Di un nuovo e autentico Risorgimento inverato nel nome e nello spirito dei martiri, dei caduti.

Una nuova Patria che nel XXI secolo non potrebbe che accogliere con ottimismo – come già fece Mazzini che vi vedeva all’opera un disegno divino – la forza incessante e creatrice del divenire storico e del progresso dell’Umanità; una nuova Patria capace quindi di sintonizzarsi sul quel moto inarrestabile del mondo a fianco di quei giovani popoli chiamati a dare il loro prezioso contributo all’evoluzione del genere umano. Una nuova Patria quindi incompatibile con l’appartenenza a un’organizzazione politico/militare come la NATO – egemonizzata dagli Stati Uniti d’America – antistorica, arroccata su schematismi mentali vecchi, guerrafondai e xenofobi.

Michele Franceschelli

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

domenica 9 novembre 2014

Mario Tchou e il sogno spezzato dell’informatica italiana

Il 9 novembre 1961 moriva l’ingegnere italo-cinese Mario Tchou e con lui quel sogno d’avanguardia – osteggiato dagli Stati Uniti d’America – che fu anche di Adriano Olivetti, con conseguenze funeste per i destini della nostra nazione. Una storia da ricordare, per tornare a sognare. 




“Mario Tchou era il capo del laboratorio di Pisa e della Divisione Elettronica dell’Olivetti dedita principalmente a quell’epoca al grande calcolatore Elea, era il padre dell’Elea se vogliamo, che fu il primo grande calcolatore al mondo, prima dell’IBM (…) Mario Tchou è morto in un incidente sulla Milano-Torino e in Olivetti c’era la convinzione che fosse stato ucciso da forze risalenti ai servizi americani”. Carlo De Benedetti, Presidente della Olivetti dal 1983 al 1996, in un’intervista concessa il 29 ottobre 2013 a Giovanni Minoli, su Mix 24. (1)
“Adriano Olivetti: quest’uomo rappresenta un problema per il nostro paese”. Le parole pronunciate dal capo dei servizi segreti statunitensi, la CIA, in una riunione di altissimo livello, nella scena inziale della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”, andata in onda il 28 e il 29 ottobre 2013 su Rai Uno. (2)




Una lezione per il presente
Che le parole pronunciate da Carlo De Benedetti durante la popolare trasmissione di Giovanni Minoli in merito alla convinzione degli uomini dell’Olivetti sulle vere cause della morte di Mario Tchou, così come gli input sul complotto made in USA inseriti all’interno della miniserire televisiva RAI “Adriano Olivetti. La forza di un sogno” di Michele Soavi, siano forse riusciti a spingere gli italiani ad aprire gli occhi sul ruolo infido giocato dagli Stati Uniti d’America contro il nostro paese, in queste ed altre circostanze, smascherando la rappresentazione propagandistica che li dipinge come l’alleato benevolo della nostra nazione?
Non lo sappiamo, sono stati due squarci di luce – l’intervista di De Bendetti e la messa in onda della miniserie – temporalmente coincidenti e qualitativamente diversi, che sono stati presto sommersi dalla forza oscurante della propaganda statunitense interessata a non far vedere agli italiani le porcherie combinate dai nostri “alleati” d’oltreoceano in oltre 60 anni d’occupazione, il tutto a favore di una narrazione storica falsa e stereotipata stracolma di zone d’ombra fatte di stragi, di assassini, di “incidenti” dolosi sempre privi di colpevoli, di uomini scomparsi nel nulla. Dove però questi “lampi di luce” riescano ad affermarsi a livello mediatico e di cultura di massa acquisendo le forme di verità storiche, non rimane che l’opzione di presentarle come conoscenze dal puro valore documentario su periodi lontani e passati privi di connessione con il presente, verità magari spiacevoli ma comprensibili e giustificabili per il clima della “guerra fredda” ed altre circostanze eccezionali che li rendevano inevitabili, continuando quindi a cercare di velare, sviare e limitare la portata rivoluzionaria di quelle rivelazioni storiche. Così facendo quegli “squarci di luce” perdono forza splendente e illuminano meno – e male – solo una metà, il passato, creando un fossato con l’epoca attuale: le responsabilità, gli interessi, il modus operandi, le dinamiche e la mentalità degli attori storici che quelle verità rivelano non devono essere comprese appieno per non diventare materia da cui trarre lezioni per il presente; un presente dove quegli stessi attori e quelle stesse forze, riconducibili agli USA e ai suoi scagnozzi italiani, continuano ad essere i padroni della nostra nazione, giocandovi un ruolo perfido, continuando a liquidare qualsiasi uomo italiano – sia questo un nuovo “Mario Tchou”, un nuovo “Adriano Olivetti” o un nuovo “Enrico Mattei” – che possa rappresentare un “problema” per il loro predominio sull’Italia, pur in assenza di “guerra fredda”, di “pericolo comunista”, di “emergenze democratiche”.
Per questo crediamo sia utile ritornare a ricordare certe figure e certi passaggi storici, non per amore della storia fine a se stesso, ma per comprendere le ragioni profonde di certi avvenimenti che hanno segnato negativamente e traumaticamente la storia di questa nazione e dotarci così, nello stesso tempo, di un arsenale interpretativo capace di riconoscere nel presente le trame sovversive e gli atti ostili compiuti ancor oggi nei confronti dell’Italia da quelli che subdolamente si continuano a chiamare come “alleati”, ma che la conoscenza della nostra storia e l’intuizione delle dinamiche attuali ci deve indurre a qualificare senza indugio come “occupanti” e “nemici” (anche se per far questo basterebbe molto probabilmente sapere – o voler vedere – che ci sono circa 110 basi e installazioni militari statunitensi sul territorio italiano, da Nord a Sud, da Aviano a Sigonella passando per Camp Ederle, Camp Darby e Napoli, con circa 15.000 militari e 15.000 “civili”).
L’Italia dovrebbe comprendere – dato che l’Unione Europea non lo fa a livello europeo e men che meno lo fa l’odierna classe politica nazionale, anzi molto spesso è proprio il contrario – la necessità e il dovere di difendere, con le unghie e con i denti dagli attacchi esterni e di sostenere in tutti i modi quegli uomini speciali, le loro imprese d’alta tecnologia e avanguardistiche, per l’apporto fondamentale che danno alla crescita morale e materiale di tutta la comunità nazionale e che le permettono di innestarsi su dei binari di sviluppo economico profondo e duraturo, fatto di alta tecnologia, ricerca, sviluppo e innovazione, basi della libertà, della forza e della dignità di una nazione.
Il filo storico che lega le vicende di Mario Tchou, inseparabile da quelle di Adriano Olivetti (entrambi attivi nello strategico settore alto-tecnologico dell’elettronica-informatica), di Felice Ippolito (nel settore alto-tecnologico del nucleare), di Enrico Mattei (in quello strategico dell’energia), di Domenico Marotta (della chimica), di Sergio Stefanutti (dell’aeronautica), quel filo che arriva fino alla guerra imposta all’Italia contro il suo alleato Muammar Gheddafi nel 2011 e alle sanzioni economiche alla Russia, passando per la scomparsa di Federico Caffè (nel settore strategico della finanza), Tangentopoli, l’esilio di Bettino Craxi (nel campo strategico per eccellenza, quello politico) e la morte di Raul Gardini (ancora la chimica), è una trama storica che ci svela i segni e le tracce, di volta in volta più o meno occulte, di una “manina d’oltreoceano” sempre attiva e sempre pronta a liquidare con le buone o con le cattive – e sempre con la complicità di una lobby interna tutta italiana di passaporto ma nella sostanza anti-nazionale perché totalmente prona agli interessi dello straniero e dei propri meschini dividendi di “casta”– di liquidare quei compatrioti che ora per genio, ora per arditezza, per onestà e per vigore rappresentano una grande opportunità per la nazione, una risorsa e un valore per i destini della Patria ma che proprio per questo sono un “problema” grave per gli Stati Uniti d’America interessati a mantenere il proprio predominio. E per i loro vassalli interni, interessati a coltivare i propri meschini interessi di bottega e portatori fin dal primo dopoguerra di un machiavellismo ideologico deformato dal servilismo che ha condotto ben presto l’Italia sui binari morti di uno sviluppo capitalistico subordinato, maturo e poi marcio che ha inevitabilmente innescato una spirale deleteria fatta di giochi di borsa e finanziarizzazione, speculazioni sull’ambiente, sulla salute e suoi diritti dei lavoratori, mungitura delle risorse statali da parte d’imprese mature e decotte, abnorme pubblico impiego come cassa di compensazione per la disoccupazione, “bolle” di lauree e lavori socialmente inutili, deindustrializzazione e svendita allo straniero dei restanti comparti industriali, il tutto con l’ausilio di un ceto intellettuale a libro paga di volta in volta chiamato a fornire coperture ideologiche mistificatorie e giustificatorie – le ultime in ordine di tempo sono la “teoria” della “decrescita” e l’enfasi posta sul “turismo” come risorsa strategica nazionale – a questi sviluppi patologici. Un sistema che prima o poi si sarebbe rotto, comportando una dolorosa ristrutturazione per il popolo italiano, ma senza che fosse permesso che le vere cause del disastro venissero alla luce.
Questi vassalli interni cercano però di rimanere in piedi nel trambusto, cercando manforte nei padroni d’oltreoceano. Una soluzione buona per entrambi sarebbe la trasformazione della nazione in una riserva di manodopera a basso costo, dequalificata e desindacalizzata dove le multinazionali straniere di settori maturi (specialmente statunitensi) possano venire a delocalizzare, garantendo quindi quel minimo di crescita ed occupazione indispensabile a non far crollare la baracca italiana ed evitando nello stesso tempo che questa possa finire nell’orbita di attori geopolitici non atlantici; il consenso unanime e trasversale espresso all’accordo TTIP/TAFTA si legge anche in quest’ottica, oltre ad essere una complessiva operazione anti-europea. Per rendere appetibile l’Italia a queste corporation è però necessario tagliare il costo del lavoro, cioè i salari dei nostri padri, delle nostre madri e dei nostri figli, mettendoli in concorrenza con un’inesauribile manodopera dequalificata immigrata, ma anche smantellare in parallelo i diritti del lavoro conquistati in decenni di lotte sindacali: da qui gli stipendi e le pensioni da fame e le case pignorate, da qui la precarietà – ormai a vita – per la maggioranza dei lavoratori, da qui l’emigrazione e l’abbandono forzato dei nostri giovani e meno giovani della propria Patria, da qui la povertà sempre più diffusa in ampi strati della popolazione che preludono a scenari di forte tensione sociale, che si cercherà di contenere e sviare – rendendoli innocui – in vari modi, molti dei quali già collaudati – per motivi diversi – anche durante la famigerata “strategia della tensione”.
Mario Tchou era sicuramente un “problema” per quelle forze interne ed esterne nemiche della nazione più sopra ricordate, perché racchiudeva in se stesso il genio e la forza al servizio di un sogno di sviluppo industriale e tecnologico per un’Italia avanguardista e che perciò ha pagato con l’ostracismo e, molto probabilmente, con la propria vita queste sue qualità così preziose per una crescita materiale e morale duratura – e non effimera – della collettività nazionale. Con quest’articolo parliamo di Mario, ma proprio perché parliamo di lui, non si può non ricordare brevemente e cominciare questa storia da chi l’ha voluto acconto a sé in una delle posizioni più importanti e delicate della propria impresa, e che l’ha informato dei suoi ideali: il grande Adriano Olivetti.



Un sogno dalla forza irresistibile
Di origini ebraica da parte di padre, oppositore del regime fascista, cattolico, profondamente innamorato dell’Italia e nello stesso tempo sostenitore del federalismo europeo in quell’Europa uscita martoriata da una guerra civile devastante, informato da una sintesi creativa tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica e alfiere di un modello comunitario della società e dell’impresa che andava oltre alle teorie del capitalismo e del comunismo, una terza via di stampo liberal-socialista originale e approfondita in numerosi scritti e che per breve tempo prese forma in un vero e proprio partito politico da lui condotto, il “Movimento Comunità”, Adriano Olivetti rilanciò nel dopoguerra l’azienda omonima produttrice di macchine da scrivere ereditata dal padre trasformandola in una grande impresa radicata ad Ivrea (Torino) e in Italia, ma proiettata su scala mondiale, capace di incunearsi nei settori dell’alta tecnologia e plasmandola secondo i suoi modelli comunitari. 






Adriano Olivetti.

Un’impresa dove fu possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, dove l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza e alta produttività, dove gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane (rispetto soprattutto alla vicina FIAT, incarnazione di un modello opposto a quello di Adriano), ricevevano salari più alti, dove vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, dove i dipendenti godevano di convenzioni speciali e una formazione continua attraverso gli ingenti investimenti in quelli che oggi chiameremo “Ricerca e Sviluppo”, unendo in sinergia umanisti e tecnici, con un Centro Culturale dell’azienda che attraverso l’istituzione di biblioteche, l’organizzazione di conferenze, incontri con uomini di cultura, di lettere, di poesia, di cinema mirava alla crescita umana, culturale e spirituale, dei propri dipendenti. Gli operai erano così incentivati a dispiegare una collaborazione attiva alla buona riuscita dell’impresa, non essendoci terreno fertile per una logica conflittuale a prescindere con il “padrone”, un’ideologia dannosa, fine a se stessa e fuori luogo in quel contesto. Un contesto che per molti versi era simile a quello che Enrico Mattei andava costruendo nell’ENI.
La mente visionaria di Olivetti, oltre a tutto ciò, aveva immaginato e compreso il ruolo cruciale che avrebbe giocato l’informatica nei futuri destini dell’umanità e voleva che l’Italia ne diventasse la protagonista, ne tracciasse la via da seguire, in modo originale e indipendente: “Adriano “non intendeva far dell’Italia una colonia tecnologica, ma edificare dall’interno della sua azienda la via italiana all’informatica. L’azienda non poteva rimanere estranea al più grande processo di innovazione industriale in corso e decise di creare un laboratorio elettronico ad Ivrea. Adriano era sempre più convinto che l’elettronica costituisse un settore decisivo per lo sviluppo dell’umanità” (3).
Una visione, quella di Adriano, che cozzava però con l’indirizzo strategico americano deciso a mantenere per sé il monopolio dell’elettronica e il predominio nel nuovo campo dell’informatica che si andava aprendo.
L’impresa di Adriano avrebbe dato nello stesso tempo impulso anche all’evoluzione del sistema universitario italiano in direzione di una maggiore attenzione verso le materie scientifiche e tecniche d’avanguardia; riformare in questo senso il sistema educativo nazionale avrebbe voluto dire porre un importante tassello per uno sviluppo della nazione capace di intercettare l’ondata incipiente della terza rivoluzione industriale.
Quella di Adriano era un’impresa entusiasmate – eroica date le condizioni geopolitiche e geoeconomiche di subordinazione agli Stati Uniti d’America in cui si trovava il nostro paese – che s’inoltrava nell’esplorazione di terre ignote dalle enormi potenzialità.
Per la riuscita di quest’impresa Adriano credeva fondamentale l’apporto dei giovani, della loro mente aperta ai nuovi orizzonti da esplorare e del loro spirito d’avventura e di conquista; per questo volle attorno a sé, selezionandola attentamente, il meglio che la gioventù potesse offrire. E fra i tanti giovani dotati passati di fianco ad Adriano, uno in particolare sarebbe stato il più talentuoso discepolo e poi l’alfiere della sua grande visione: Mario Tchou.

Mario Tchou: l’ingegnere italo-cinese punta di diamante del sogno olivettiano
Mario Tchou, con un nome italianissimo e con un cognome chiaramente orientale, era il figlio dei cinesi Yin Tchou, funzionario dell’Ambasciata cinese presso il Vaticano e di Evelyn Wauang; Mario era quindi un puro sangue cinese nato e cresciuto nella capitale, dove si sarebbe diplomato nel 1942 presso il liceo classico Torquato Tasso. Iscrittosi poi alla facoltà d’ingegneria all’Università di Roma nel corso del terzo anno si sarebbe trasferito, per motivi di studio, negli Stati Uniti. Nel 1947 avrebbe conseguito la laurea in ingegneria elettrica. Nel 1949 si sarebbe infine sposato a New York con Mariangela Siracusa. Diventato poi professore d’ingegneria elettronica presso la Columbia University di New York e direttore del Marcellus Hartley Laboratory, fu nel 1955, allora poco più che trentenne, che il destino lo portò ad incontrarsi alla Columbia University con Roberto Olivetti (figlio di Adriano) che l’avrebbe poi convinto a lavorare al laboratorio di ricerca che l’azienda di Ivrea aveva a New Canaan, in Connecticut.






Mario Tchou, sulla destra, in compagnia di Roberto Olivetti.

Il giovane ingegnere italo-cinese rimase entusiasmato dai progetti dell’Olivetti e attratto dalla possibilità di lavorare per un’azienda della terra natia.
Adriano riconobbe subito le potenzialità di quel giovane dai modi italo-orientali così eleganti e soavi e cercò di averlo accanto a sé, in Italia, pronto ad affidargli incarichi di altissima responsabilità. I risultati non soddisfacenti del laboratorio americano furono la scusa per convincere Mario a tornare in Patria e per metterlo alla guida del Laboratorio di Ricerche Elettroniche Olivetti appena istituito a Barbaricina, presso Pisa, dove un gruppo di giovani e giovanissimi ricercatori avrebbe avuto il compito di costruire un calcolatore di tipo commerciale.
Fu al Laboratorio di Ricerche Elettroniche Olivetti che le doti formidabili di Mario esplosero. L’ingegnere italo-cinese aveva le stesse qualità di Adriano: una mente aperta e visionaria sugli orizzonti e le potenzialità sconfinate dell’informatica per l’umanità, un entusiasmo incontenibile nell’impresa e una grande passione per i giovani, “perché le cose nuove”, diceva, “si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria”. Se dal punto di vista tecnico Mario ebbe la grande intuizione di utilizzare il silicio nell’hardware e di buttarsi sui transistor, dal punto di vista organizzativo era ancora più audace di Adriano, rompendo i rigidi schemi aziendali e dando vita ad un gruppo di ragazzi ai quali non veniva chiesto di “timbrare il cartellino”, quanto di essere parte integrante della missione e di realizzare un obiettivo. E quell’obiettivo era di fare dell’Olivetti un’impresa leader a livello mondiale nell’informatica e dell’Italia una nazione apripista e avanguardistica in quello strategico settore.
Ma Mario era consapevole dei grandi ostacoli che gli si ponevano innanzi, sia esterni che interni; quest’ultimo si concretizzava in una forma di disinteresse organizzato da parte dello Stato italiano su tutto ciò che stava accadendo nel teatro della competizione scientifica internazionale nell’informatica: ”Attualmente, possiamo considerarci allo stesso livello dei concorrenti dal punto di vista qualitativo”, diceva Mario. “Gli altri però ricevono aiuti enormi dallo stato. Gli Stati Uniti stanziano somme ingenti per le ricerche elettroniche, specialmente a scopi militari. Anche la Gran Bretagna spende milioni di sterline. Lo sforzo dell’Olivetti è molto notevole, ma gli altri hanno un futuro più sicuro del nostro, essendo aiutati dallo stato”.
L’Olivetti non aveva infatti sostenitori nel mondo politico e neanche da parte dell’establishment di Confindustria (egemonizzato dalla FIAT degli Agnelli, strettamente legata al capitalismo statunitense e impaurita di perdere il predominio interno di fronte alla “distruzione creatrice” operata dall’Olivetti) e del mondo bancario italiano (egemonizzato dalla Mediobanca di Cuccia legata al sistema finanziario angloamericano); più facile immaginare un vero e proprio fuoco di sbarramento di fronte alla scalata tentata dall’Olivetti. Per questo l’impresa di Adriano e Mario era a dir poco eroica e i risultati furono perciò, ancora più strabilianti.
Nel 1958 il Laboratorio di Ricerche Elettroniche Olivetti si sarebbe trasferito a Borgolombardo, vicino a Milano. 





Foto di gruppo dei tecnici elettronici di Borgolombardo (Milano), dal 1958 sede del Laboratorio di Ricerche Elettroniche della Olivetti, guidato da Mario Tchou. Nella foto, pubblicata anche dal settimanale Epoca che nel 1959 dedica un servizio alla nascita dell’elettronica in Italia, compaiono tra gli altri Mario Tchou e Ettore Sottsass Jr (prima fila) e Pier Giorgio Perotto (terza fila). Fonte.

Sempre in quell’anno, nata dal genio della giovanissima squadra del Laboratorio guidata da Mario, vide la luce l’Elea 9000, il primo calcolatore elettronico italiano tutto a transistor e che, nell’evoluzione 9003 del 1959, sarebbe diventato il primo computer mainframe nel mondo, il primo computer commerciale a transistor, ricco di innovazioni come la costruzione logico-sistemistica, il multitasking; una tecnologia da primato assoluto resa ancora più straordinaria dal design sofisticato di Ettore Sottsass, nel solco di quella tradizione olivettiana che sfornava prodotti capaci di miscelare superbamente insieme alte performance tecnologiche e raffinata estetica.
Questo salto in avanti tecnologico che bruciava sul tempo gli altri concorrenti (quasi tutti statunitensi, come nel caso parallelo di Mattei e delle “Sette Sorelle”) e che poneva il nostro paese nell’invidiabile posizione di essere la prima nazione al mondo in questo decisivo settore high-tech che si andava ormai affermando nell’incipiente terza rivoluzione industriale, creava non pochi problemi nei rapporti con gli Stati Uniti d’America. I politici democristiani avrebbero capito perfettamente la delicatezza del caso; “con l’entrata ufficiale nel campo dell’informatica”, infatti, “l’Italia diventava un paese industriale avversario delle concorrenti straniere e rientrava così nella lista delle potenze con quei mezzi e quelle conoscenze ‘sensibili'”. L’Olivetti diventava quindi un “problema” per i padroni d’oltreoceano e per i subdominanti italiani.






“Elea classe 9000″, il documentario realizzato da Nelo Risi per la Olivetti nel 1960. Dal minuto 6.20 si può vedere anche un breve intervento di Mario sul nuovo calcolatore.






Un “uno-due” micidiale per le sorti dell’informatica italiana e della nazione
“Adriano Olivetti: quest’uomo rappresenta un problema per il nostro paese”, sono le parole di fantasia fatte pronunciare dal capo della CIA nella miniserie RAI, già ricordate all’inizio di questo articolo. Ma anche nella realtà l’Olivetti, e ancor più dopo l’apporto propulsivo di Mario che gli avrebbe consentito di fare un prodigioso balzo in avanti, era veramente un “problema” molto serio per la supremazia strategico-militare statunitense. 






La riunione della CIA in cui si discute il “problema Olivetti” secondo la ricostruzione della miniserie Rai “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”.

Ancora più lo era, se si presta attenzione al fatto che negli stessi anni l’Italia, gradualmente egemonizzata dall’azione poderosa di Enrico Mattei, stava riuscendo nell’impresa di traghettare la nazione italiana fuori dai recinti della NATO (egemonizzata dagli USA), attuando spregiudicate collaborazioni politico-economiche vantaggiose per la nostra nazione con quei paesi che gli americani consideravano ostili, dall’URSS di Krusciov all’Egitto di Nasser, collaborazioni che un’Italia così intraprendente guidata da un uomo come Mattei non si sarebbe molto probabilmente contentata di limitare nel già delicatissimo settore energetico, ma che avrebbero certamente coinvolto anche quello informatico, magari raggiungendo pure quella Cina comunista con cui il fondatore dell’ENI aveva già cominciato a stringere relazioni e che con Mario avrebbero, per forza di cose – data la sua origine e le sue relazioni attraverso il padre funzionario all’ambasciata cinese – avuto un ulteriore e decisivo impulso, consentendo all’Italia di emanciparsi dalla “tutela” USA, diventando punto di riferimento di tutto un mondo emergente e non-allineato, scombussolando così il quadro delle alleanze in quel campo occidentale dominato dagli Stati Uniti d’America.
L’Olivetti era quindi un “problema” più che serio, Adriano lo era, come lo erano Mario Tchou ed Enrico Mattei. Ma mentre per quell’“incidente” aereo che – a Bascapè, la sera del 27 ottobre 1962 – mise traumaticamente termine alla vita del fondatore dell’ENI risulta definitivamente provata l’origine dolosa attraverso le indagini giudiziarie del valoroso Pm Vincenzo Calia, altrettanto non si può dire per le dinamiche relative alla morte di Adriano (e per quella di Mario), anche se sul suo decesso sono rimasti molti dubbi e sospetti, alimentati anche dal fatto che sul suo cadavere non sarebbe mai stata eseguita alcuna autopsia.
Era il 27 febbraio 1960, quando Adriano prese il treno Milano-Losanna. Ma nei pressi di Aigle, in Svizzera, fu colto da infarto. Inutili furono i soccorsi. Fu uno shock per tutta l’Olivetti, anche per Mario. Adriano aveva 59 anni.
Sarà Mario a prendere, nella pratica, in mano le redini dell’azienda e a farsi carico di portare avanti il sogno di Adriano, con quella stessa grinta e con quella stessa determinazione che erano state proprie di colui che l’aveva voluto in Italia, accanto a sé e a capo del progetto più importante dell’impresa e della sua vita.
Il Laboratorio di Ricerche Elettroniche proseguì quindi nel suo lavoro, guidato da Mario, pronto a sbalordire di nuovo il mondo.






La foto ritrae Mario Tchou, al centro, a Ivrea nel 1961 in occasione della visita dell’industriale tedesco Krupp (il primo a sinistra) agli stabilimenti Olivetti. Fonte.

Ma, circa un anno dopo la morte di Adriano, anche Mario andò incontro al suo tragico destino. Era il 9 novembre del 1961, e mentre era in macchina in direzione di Ivrea per andare a discutere di un importante progetto di sviluppo software che avrebbe permesso ai computer Elea di fare un ulteriore balzo in avanti, fu vittima di un pauroso incidente automobilistico, morendo così all’istante, insieme all’autista, all’età di soli 37 anni.
Questa volta il colpo, solo dopo un anno dalla scomparsa di Adriano, fu molto duro e difficile da assorbire per l’azienda, privata come fu, nel giro di pochissimo tempo, dei suoi due indiscussi e carismatici condottieri.
Già abbiamo ricordato le parole di De Benedetti ad inizio di questo articolo. Anche il giornalista Marco Pivato, nel suo libro-inchiesta “Il miracolo scippato”, scrive al riguardo: “Sulla morte di Tchou vi furono molti sospetti sui mandanti occulti. Secondo alcuni colleghi viventi dell’ingegnere Tchou, sentiti per ricostruire questa storia, l’ipotesi è questa: aver affidato ad un “muso giallo” il compito di condurre l’Italia nei segreti dello strategico mondo dell’informatica, non poteva non destare le preoccupazioni di chi, in quel momento storico, aveva il maggior interesse a monopolizzarlo, o per lo meno a primeggiarvi, e cioè gli Stati Uniti”.
Con la scomparsa di Mario, la manovalanza atlantista italiana trova la strada spianata per completare l’opera di distruzione del reparto elettronico dell’Olivetti che così intimoriva gli ambienti industriali e politico-militari statunitensi e gli equilibri interni italiani.
Con la scusa delle difficoltà finanziarie in cui si sarebbe trovava l’azienda d’Ivrea – frutto dell’ostilità del mondo politico e finanziario italiano, come aveva ricordato in proposito anche lo stesso Mario – si sarebbe fatto così avanti un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento”, in cui a fianco della Imi e della Banca Centrale, sarebbero spiccati la Fiat degli Agnelli – in strettissimi rapporti con il mondo politico-imprenditoriale USA – e quella Mediobanca di Enrico Cuccia che fu ab origine strettamente legata alla finanza anglosassone attraverso il Piano Marshall, imponendosi come centro affidabile di una regolazione di un credito che si sarebbe dovuto aprire e chiudere solo conformemente ai gradimenti della lobby atlantista; quel Cuccia che aveva già avuto modo di scontrarsi duramente anche con Enrico Mattei.
Tutti questi soggetti entrarono nel capitale Olivetti con intenzioni non certo benevole, tutt’altro. L’intenzione era quella di normalizzare l’anomalia di un’azienda che si era spinta troppo oltre. E questi bassi propositi si sarebbero ben condensati in una tristemente famosa dichiarazione rilasciata nel 1964 da Vittorio Valletta, presidente della Fiat: “La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.
“Un neo da estirpare”: in questa frase si riassume tutta la spregiudicatezza e la meschinità di quelle forze politico-economiche italiane che ponendosi in modo complementare all’economia statunitense, furono di conseguenza contrarie allo sviluppo di industrie high-tech autoctone che avrebbero squilibrato questo lucroso (per loro) rapporto, facendosi così portatrici, imponendosi, di un boom effimero basato su tecnologie ed industrie che sarebbero presto diventate mature. Sono ancora queste stesse forze subdominanti che a tutt’oggi, pur essendo la “coperta” ormai praticamente finita ed essendosi ormai mangiato il mangiabile – sopravvivendo solo con le ignobili speculazioni della finanza e con la compressione dei diritti e dei salari dei lavoratori – e pur in un contesto geopolitico internazionale profondamente diverso da allora, continuano ad essere ostili e contrarie allo sviluppo di determinati settori high-tech nazionali che possano metterci anche solo potenzialmente in concorrenza con i padroni statunitensi impedendoci di sviluppare forti relazioni politico-commerciali con i BRICS fuori dai recinti della NATO, portandoci inevitabilmente verso il collasso economico e sociale. Sono quelle forze anti-nazionali, che il teorico Gianfranco La Grassa ha denominato Grande Finanza ed Industria decotta, che in sinergia con l’establishment politico/militare e dei servizi segreti, rimane incancrenito sui sempre più scarni dividendi di uno schema di ripartizione del potere internazionale ormai sempre più eroso dall’evolversi della storia mondiale e dalla crisi economica nazionale ed occidentale.
Quella “manina d’oltreoceano” che fu d’ispirazione al “gruppo d’intervento”, sarebbe infine uscita da dietro le quinte e si sarebbe concretizzata nella forma di una grande corporation statunitense pronta a “papparsi” il piatto succulento. “La nuova società, che costituisce il ramo della ricerca scientifica olivettiana, viene venduta per il 75% su decisione del “gruppo d’intervento”, alla multinazionale americana General Electric. Con la vendita – o svendita per dirla con le parole di Giuseppe Rao – della Divisione Elettronica Olivetti, la politica industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella ricerca scientifica applicata all’informatica. E’ pertanto verosimile”, conclude Pivato “che sulla vicenda della Divisione Elettronica Olivetti all’americana General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli USA. C’è dopotutto una sovrapposizione d’interessi tra gli USA e le aziende del gruppo d’intervento Fiat, Mediobanca e Iri. Infatti, anche senza chiamarlo “debito”, le aziende di cui sopra hanno un vincolo solidale con gli Stati Uniti, dal momento che proprio quelle aziende sono state le maggiori beneficiarie degli aiuti erogati in base al Piano Marshall negli anni del Dopoguerra. Mario Caglieris, tesoriere della Olivetti al tempo del gruppo di intervento guidato dalla Fiat, “ha ammesso che ci sono state effettivamente esplicite pressioni da parte di imprese americane affinché si vendesse la Divisione Elettronica Olivetti e che l’Italia non potenziasse il suo sapere nel mercato dell’informatica” (5).
Fu così che il nocciolo di un’azienda gioiello del panorama industriale italiano e così promettente per un sano sviluppo socio-economico nazionale, venne regalato agli statunitensi, inaugurando una metodologia che avrebbe, ahinoi, fatto scuola. Quello di svendere, con la scusa di dover far cassa e per ragioni puramente finanziarie, le industrie di punta italiana a concorrenti stranieri – finendo così per essere destrutturate, depotenziate, ridotte a semplici succursali di marketing e private di una visone industriale di sviluppo autonoma – diventerà una pratica consolidata che raggiungerà l’apoteosi con la svendita nei primi anni ’90 – seguente all’operazione “Mani Pulite” in cui la “manina d’oltreoceano” giocò un ruolo non secondario – del residuo patrimonio industriale italiano.
Lorenzo Scoria, nel suo libro “Informatica: un’occasione perduta. La Divisione elettronica dell’Olivetti nei primi anni del centro-sinistra”, conclude così: “Sono convinto che il nodo da sciogliere sia un nodo politico. E che sia questo il motivo per cui il progetto di Adriano Olivetti ha fatto la fine che ha fatto e con il passare degli anni la situazione è, se possibile, peggiorata: nessuno cioè ha ancora saputo dire “no” al ruolo subalterno in cui la divisione internazionale del lavoro ha relegato il paese. L’informatica è solo uno dei tanti episodi che confermano questa emarginazione” (6).
C’è la speranza e la possibilità, oggi, che qualcuno sappia dire di “no”, prima che sia troppo tardi? E c’è la speranza e la possibilità che il sogno di Adriano e di Mario possa tornare in vita?



Da quel sogno spezzato… per tornare a sognare
Da quei semi gettati negli anni da Adriano e da Mario sarebbero maturati lo stesso, anche dopo il micidiale “uno-due” del ’60 e del ’61 e dopo la svendita della divisione elettronica, degli splendidi frutti, come l’Olivetti Programma 101, un calcolatore da scrivania con stampante integrata progettato da Pier Giorgio Perotto e che avrebbe conquistato fama mondiale.
Ma per forza di cose, senza nutrimento e senza sostegno, attaccati da voraci infestanti, quei semi e quei frutti avrebbero presto, dopo pochi anni, finito per deperire o rimanere inglobati, schiacciati e soffocati da altri arbusti nutriti quotidianamente con acqua e minerali, quelle grandi corporation (di Stato) statunitensi che ora cominciavano a proiettarsi su scala mondiale senza rivali esteri, a dominare incontrastate il mercato, soffocando e inglobando le piccole e medie imprese dei concorrenti e dominando il campo della ricerca e degli sviluppi in campo informatico.
Non è un esercizio inutile pensare a cosa sarebbe stata l’Italia senza quell’“uno-due”, senza quell’indegno isolamento e ostracismo a cui furono sottoposti Adriano e Mario e senza la svendita del “gruppo d’intervento”: serve a riflettere sulle conseguenze delle azioni compiute nel passato e di quelle che accadono nel presente e soprattutto ad immaginare il futuro della nostra nazione, un futuro non di morte – logico sbocco delle attuali premesse se nulla dovesse cambiare – ma un futuro di riscatto e di vita.
Così, è più che probabile che se quei fatti non si fossero verificati, il Datagate non avrebbe ignobilmente dimostrato agli italiani non solo come vengano da anni quotidianamente spiati in tutto – dal campo economico a quello politico – dagli “amici” americani ma anche l’enorme gap tecnologico che da loro ci separa; inoltre i nostri giovani non starebbero probabilmente come idioti a venerare come guru cascati dal cielo certi personaggi come Steve Jobs e Bill Gates che con tutta probabilità, senza quella “manina d’oltreoceano”, non avrebbero avuto spianata la strada al predominio mondiale delle loro imprese nell’informatica e poi in internet, personaggi e aziende su cui l’abile propaganda statunitense costruisce e racconta oggi al mondo un film che esclude sapientemente il primo tempo che in questo articolo abbiamo raccontato, per sostenere la favola di una Silicon Valley cresciuta da sola, libera e spontanea, senza “manine” e senza ”estirpazione dei nei” dei concorrenti.
Affinché oggi l’Italia possa dire “no” e si possa ribellare ad una divisione internazionale del lavoro che non solo l’ha tenuta fuori dal mondo high-tech ma che la sta conducendo alla deindustrializzazione completa e alla miseria, è necessario recuperare quella grinta e quella visione che furono propri di uomini come Adriano Olivetti e Mario Tchou.
Quel sogno di un futuro in cui sia possibile conciliare la grande impresa industriale con l’entusiasmo di una grande visione e l’arditismo giovanile, la solidarietà sociale con la proiezione globale, la responsabilità d’impresa con l’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica, in cui venga ridata dignità al lavoro vero e produttivo e non alle speculazioni di borsa su cui hanno lucrato i parassiti italiani e angloamericani a partire dagli anni ’80, e contro cui tuonò inutilmente Federico Caffè.
Un futuro in cui l’Italia possa porsi alla testa di quelle nazioni europee che rifiutano l’occupazione statunitense del continente, un’occupazione che deforma l’Unione Euopea e la trasforma in un tiranno e in un carnefice dei suoi popoli.
Una grande visione del futuro, in cui l’Italia sia chiamata a giocare un ruolo di primo piano e d’avanguardia nel mondo della scienza e della tecnica dell’oggi e del domani, come volevano Mario ed Adriano, esplorando con entusiasmo e mente aperta gli orizzonti delle nuove scoperte scientifiche e delle nuove tecnologie che vanno dai computer quantistici alle biotecnologie, dall’intelligenza artificiale alla robotica, dal nucleare all’ingegneria genetica, dalle nanotecnologie all’aerospazio… Ma per fare questo ci vuole una classe politica che protegga e promuova – con una politica di Big Science – i suoi “tesori”, senza farseli soffiare da sotto il naso, come è successo troppe volte in passato; e gli italiani devono rendersene conto prima che sia troppo tardi. Questo è l’ultimo appello.
Mario Tchou, con la sua doppia origine italo-cinese, ci ricorda oggi più che mai che il nuovo mondo (i BRICS, Cina, Russia e India in primis) è nostro amico e nostro fratello, che questo nuovo mondo contribuisce con le sue giovani forze al compito comune dei popoli alla progressione armonica e pacifica nella scienza e nello sviluppo tecnico, come nel benessere economico e nello spirito dell’umanità. L’Italia potrebbe e dovrebbe avere un ruolo di primo piano in questa impresa comune, esserne punto di riferimento, ma per fare questo ci vuole prima di tutto libertà e sovranità. Libertà e sovranità che le consentirebbero di ottenere una crescita socio-economica sana, incentrata sui valori della solidarietà e della giustizia e uno sviluppo duraturo fondato sull’innovazione, la ricerca e l’immaginazione, ottenendo quel progresso tecnico e infondendo nella comunità quelle conoscenze e quelle virtù delle arti e della scienza che sono l’unico antidoto efficace contro le pulsioni reazionarie, guerrafondaie e xenofobe. Pulsioni che non dovrebbero appartenere al XXI secolo e che sono alimentate dall’ignoranza e dalla povertà sempre più crescente, frutto dello stato di soggezione in cui si trova la nostra nazione nei confronti di coloro, gli Stati Uniti d’America, che ci hanno trattato a “pesci in faccia” in tutti questi anni e che hanno tutto l’interesse a far sì che questa frustrazione si scarichi verso finti nemici e non verso loro stessi, l’occupante, la vera causa dei problemi.
È l’ultima chiamata cara Italia; quel sogno di Adriano e di Mario, che era anche il sogno di Enrico Mattei, non è ancora definitivamente perduto. Può ancora risorgere.
Ma è solo dalla presa di coscienza dell’impellente necessità di riconquista della libertà e della sovranità dagli Stati Uniti d’America che potranno forse rinascere e vivere (e non più morire!) quegli uomini che facendosi nuovamente portatori di quel sogno di un’Italia e di un’Europa veramente libera, sovrana, repubblicana, comunitaria, pacifica, solidale, amica delle nazioni emergenti (BRICS), avanguardistica in campo scientifico e tecnico, e che guidati dall’amore per il proprio popolo e per l’umanità, saranno anche chiamati a tracciare la via verso lo sterminato ed entusiasmante futuro cosmico che attende il pianeta.
Ce la possiamo fare.
Dobbiamo crederci.
Dobbiamo farlo per noi, per i nostri cari che non ci sono più – per l’esempio che ci hanno trasmesso Mario, Adriano ed Enrico – e per il futuro dei nostri figli. Per la Patria italiana ed europea e per l’umanità.
Torniamo a lottare!
Torniamo a sognare! E trasformiamo quel sogno in realtà!

Michele Franceschelli




Note:
3) Tratto da “Il Miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”“Il caso Olivetti” (vedi le fonti). 
4) Da “Svilupo e sovranità”, Adriano Olivetti: lo sviluppo dell’informatica e dell’elettronica. 
5) Idem.


Fonti principali:









  • Capitalismo predatore. Come gli USA fermarono i progetti di Mattei e Olivetti e normalizzarono l’Italia, Bruno Amoroso e Nico Perrone, Castelvecchi, 2013
  • Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta, Marco Pivato, Donzelli Editore, 2011
  • Tre appuntamenti mancati dell’industria italiana, Mario Pirani, “il Mulino” n. 6/91
  • Il disastro di una nazione. Saccheggio dell’Italia e globalizzazione, Antonio Venier, presentazione di Bettino Craxi, Padova, Edizioni di Ar, 1999. 
  • Informatica: un’occasione perduta: la Divisione ‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬elettronica dell’Olivetti nei primi anni del centrosinistra‬, Lorenzo Soria, G. Einaudi, 1979
    Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'